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La Finanziaria armata e la lotta ai pirati
di Manlio Dinucci
su Il Manifesto del 21/12/2008
Mentre la spesa pubblica viene tagliata in tutti i settori, compresa la Protezione civile, ne resta uno in controtendenza: quello militare. Gli stanziamenti per le missioni militari all'estero sono stati aumentati del 30% rispetto al 2008, portandoli a 675 milioni. Riconoscente, il ministro della difesa La Russa ha ringraziato il ministro dell'economia e delle finanze, Tremonti, per l'aumento di tali stanziamenti, nonostante il periodo di crisi. Ma, ha precisato, essi saranno sufficienti solo per il primo semestre 2009, dopo ne occorreranno altri. Ciò è dovuto a due ragioni: da un lato crescono i costi delle missioni, soprattutto quella in Afghanistan; dall'altro, alle attuali missioni se ne stanno aggiungendo altre, come quella ufficialmente diretta contro la pirateria somala. Tali stanziamenti non rientrano nel bilancio della difesa, ma si aggiungono ad esso. Secondo la nota preliminare dello stato di previsione, il bilancio di competenza del ministero della difesa dovrebbe ammontare nel 2009 a 20.294 milioni di euro: ciò comporterebbe un calo di 838 milioni rispetto ai 21.132 milioni del 2008. Il calo è però apparente: ciò che esce dalla porta, rientra attraverso la finestra della Finanziaria. Come è già avvenuto col governo Prodi - che stanziò un miliardo di euro annui per la partecipazione italiana alle «missioni internazionali di pace» negli anni 2007, 2008 e 2009 - tali stanziamenti, definiti «integrativi», vengono iscritti non nel bilancio di competenza della difesa ma in quello del ministero dell'economia e delle finanze. Se poi occorrono più soldi di quelli previsti, il ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato, con appositi decreti, a disporre le relative variazioni di bilancio.
Lo stesso avviene per altri finanziamenti «integrativi», come il «Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenze di Difesa nazionale, derivanti anche da accordi internazionali», istituito dal governo Prodi con la Finanziaria 2007, con una dotazione di 1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 per il 2008 e 1.200 per il 2009. Un «tesoretto» lasciato in eredità al governo Berlusconi che, come annuncia il ministero della difesa, dispone ora, per tali programmi, di 2.831 milioni di euro nel 2009 e 2.050 per il biennio successivo. Il Fondo, però, «non risulta ridotato a partire dal 2010». Andrà quindi reintegrato, riversandovi altro denaro pubblico.
Questa è però la punta dell'iceberg della spesa che l'Italia deve sostenere per partecipare a tali programmi, in primo luogo quello del caccia statunitense F-35 Lightning. Lo scorso 25 settembre, Alenia Aeronautica ha firmato con la Lockheed Martin un contratto da 15 milioni di dollari per la produzioni delle ali dell'F-35, il primo di una serie di contratti nel quadro di tale programma. I suoi sostenitori, in primo luogo Lorenzo Forcieri (già sottosegretario alla difesa del governo Prodi), lo presentano come un grande affare per l'Italia. Tacciono però su un particolare: i soldi dei contratti per l'F-35 entrano nelle casse di aziende private, mentre quelli per lo sviluppo e l'acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche. Per partecipare al programma, si è investito oltre un miliardo di dollari e per l'acquisto di oltre 130 caccia ci vorranno come minimo altri 16 miliardi. Ci sarà comunque il Fondo a fornire altri finanziamenti «integrativi».
Ciò verrà garantito dalla consolidata politica bipartisan a sostegno del militare, che permette all'Italia di essere al nono posto mondiale come spesa militare assoluta e al sesto come spesa pro capite. Un fulgido esempio di questa politica si è avuto l'11 novembre, quando il senatore Silvio Sircana (Pd) ha sollecitato la messa a disposizione di nuovi fondi per la partecipazione italiana, oltre che alla missione Nato ufficialmente diretta contro la pirateria somala, anche a quella europea. «Conoscendo l'entità dei tagli alla Difesa - ha dichiarato - temiamo che rimarremo fuori da questa missione». Ha così ricevuto «applausi dai Gruppi Pd e Pdl».
Alitalia fa fuori donne in gravidanza, sindacalisti e portatori di handicap
di Roberto Farneti
su Liberazione del 19/12/2008
Altro che «patrioti», come li chiama il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per i cassintegrati e gli ex precari dell'Alitalia, Roberto Colaninno e soci non sono altro che dei "Cai...mani". Sciacalli che, non appena fiutato l'affare, si sono gettati sulla carcassa della ex compagnia di bandiera con l'unico scopo di divorarne gli ultimi brandelli di carne. In attesa di poter consegnare le chiavi della Nuova Alitalia allo "straniero", Air France o Lufthansa che sia.
Un'altra cosa che agli italiani non viene detta è che per compiere questa "patriottica" operazione, la Cai non ha esitato a gettare in mezzo alla strada la bellezza di diecimila persone, scelte senza nemmeno rispettare i criteri che di norma si seguono in questi casi. «Con una discriminazione pesantissima, Cai tiene fuori dall'azienda tutti i portatori di handicap, le donne in gravidanza, i part-time, quanti avevano una situazione familiare pesante. Non è stato tenuto conto dell'anzianità aziendale e vengono operate discriminazioni nei confronti di chi è sindacalizzato». A denunciarlo è Andrea Cavola, segretario nazionale Sdl, il primo a parlare all'assemblea indetta da SdL, Anpac e Up all'aeroporto di Fiumicino. Circa quattrocento lavoratori Alitalia si sono riuniti ieri mattina nel piazzale davanti al varco equipaggi insieme alle sigle del cosiddetto "Fronte del no" per gridare la loro rabbia e per discutere di come dare inizio a un percorso di lotta. Presenti all'iniziativa il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, il presidente dell'Idv, Antonio Di Pietro, il senatore Idv, Stefano Pedica, l'assessora della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ed il presidente della Commissione Trasporti regionale Enrico Luciani.
Al termine dell'assemblea è anche partito un corteo che ha attraversato l'aerostazione partenze dei voli internazionali. In testa, un gruppo di hostess e steward con il viso coperto da una maschera bianca trasportano uno striscione con la scritta "CAIncellati". Una delle manifestanti in prima fila grida rivolta ai colleghi: «E' scandaloso: donne con figli minori e portatori di handicap che vengono trasferiti da Roma a Catania o a Milano. Dove è il ministro delle Pari Opportunita?».
La "mattanza" non ha risparmiato lo stesso Cavola, fatto fuori dall'azienda malgrado 31 anni di servizio e una figura professionale presente nella nuova Alitalia. «Il governo, le istituzioni nazionali e locali - urla il sindacalista rivolto ai colleghi che lo ascoltano sul piazzale - devono prendere atto che c'è un problema sociale grave: faremo ricorsi di natura legale contro queste discriminazioni e contro accordi che sono fuori dalla legge». Il dirigente di SdL ha quindi accusato, tra gli applausi dei presenti, Cgil, Cisl e Uil, di aver accondisceso ad «una operazione scellerata ed odiosa, nei confronti della quale a poco valgono i timidi tentativi di prendere ora qualche distanza».
Molto applauditi anche gli interventi di Ferrero e Di Pietro. «L'unico modo per farci sentire che il problema Alitalia non è chiuso - ragiona il segretario del Prc - è di farsi vedere. Occorre fare manifestazioni sotto il comune di Roma per chiedere al sindaco cosa sta facendo, davanti a Palazzo Chigi per ricordare le promesse di Berlusconi, e davanti al Parlamento». La proposta di Ferrero è quella di «mettere in piedi un coordinamento per iniziative di lotta non violenta ma visibili al centro di Roma, solo così la categoria potrà rimanere unita tra chi è stato per ora messo fuori e chi è costretto a subire in silenzio le condizioni di assunzione che gli sono state imposte».
Anche per Di Pietro «la vicenda Alitalia non finisce qui». Occorre «un'azione di protesta forte ed unitaria, mentre in galera deve finire chi ha portato la compagnia nelle attuali condizioni. Una grande protesta - aggiunge l'ex magistrato - che deve essere rivolta anche nei confronti di quei sindacati che hanno accettato di sedersi al tavolo con un padrone e non con un datore di lavoro». Qualcuno gli ricorda «le colpe e le responsabilità di Veltroni». «Lo dite a me? - replica Di Pietro - lo sa bene».
Sul piazzale i lavoratori danno sfogo alla loro amarezza. Dopo 18 anni di onorato servizio come assistente di volo, Elena ha ricevuto il benservito: cassa integrazione per 4 anni più 3 di mobilità. «Ho 43 anni, quando questi 7 anni scadranno rischio di ritrovarmi disoccupata. Ho anche una laurea, ma alla mia età chi mi prende? E poi ho sempre fatto questo lavoro...». Il marito di Elena, pilota, rischia addirittura il licenziamento: è uno degli 11 lavoratori sospesi dal commissario Fantozzi a seguito dei disagi che si sono verificati durante il cosiddetto "sciopero bianco".
«Per te Alitalia finisce qui»: anche l'hostess Susy, 38 anni, ha ricevuto la famigerata lettera, malgrado 17 anni di anzianità aziendale. «Mio marito è un pilota, gli è stato detto: "O vai a Milano o perdi il posto". Abbiamo due figli, ci ritroviamo in una situazione drammatica. E c'è persino chi sta peggio».
Il dramma di Andrea è lo stesso di altri 800 assistenti di volo precari. Sulla testa indossa una fascia nera con su scritto "Precario con famiglia": «Da 8 anni - racconta - mi rinnovano il contratto ogni 5 mesi. L'ultimo è scaduto il 30 novembre. A 34 anni mi ritrovo con niente in mano, una moglie precaria part-time che prende 600 euro al mese e una figlia. Da gennaio in poi non so come farò a pagare il mutuo».
Si fa avanti un lavoratore. Il nome non lo dice ma ha 42 anni ed è un operaio della verniciatura: «Dopo vent'anni di servizio mi ha chiamato il capo e mi ha dato una bella letterina. Ho moglie e figlio a casa. Ci sono persone con 7, 8 anni di anzianità che invece non sono state toccate. Come si spiega?».
Circa 20mila braccianti hanno partecipato alla giornata di mobilitazione nazionale indetta da Fai-Flai-Uila
| giovedì 18 dicembre 2008 |
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Comunicato unitario Fai-Flai-Uila sulla lotta dei braccianti per misure urgenti sul lavoro e la previdenza, contro il caporalato e per la legalità nel settore, per l'attivazione di un tavolo nazionale e il rinnovo dei contratti
Circa ventimila braccianti agricoli hanno preso parte questa mattina alla giornata di mobilitazione indetta da Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil per richiedere a governo, Inps e organizzazioni agricole interventi urgenti in favore del lavoro e della previdenza, contro il caporalato e per la legalità nel settore, per l’attivazione di un tavolo nazionale sul lavoro agricolo e per l’immediato rinnovo degli oltre 20 contratti provinciali che devono ancora essere rinnovati.
In tutta Italia si sono svolti presidi e manifestazioni sotto le sedi provinciali dell’Inps, delle Prefetture e delle organizzazioni agricole, seguiti da incontri specifici al fine di trovare delle soluzioni alle criticità riscontrate nel settore.
“Per i lavoratori agricoli restano ancora insolute alcune questioni fondamentali che riguardano la gestione del mercato del lavoro e della previdenza” – ha dichiarato il Segretario generale della Flai-Cgil Stefania Crogi – “e anche il tavolo nazionale sul lavoro agricolo, la cui istituzione fu annunciata mesi fa dal Ministro del Welfare, è rimasto finora solo una promessa non mantenuta”.
“Non ci è stata fornita alcuna possibilità di confronto con il governo per cercare di migliorare la condizione di vita e di lavoro dei braccianti agricoli,” – ha continuato Crogi – “ed è per questo che oggi i lavoratori hanno deciso di far sentire la loro voce”.
“Se non arriveranno in breve tempo risposte concrete da parte delle istituzioni” – ha concluso il Segretario generale della Flai-Cgil – “saremo pronti ad intensificare la lotta e ad indire altre giornate di mobilitazione. Vogliamo far conoscere uno per uno i braccianti agricoli italiani al governo, all’Inps e alle controparti per dimostrare che non sono fantasmi come qualcuno ancora oggi si ostina a pensare”.
Roma, 18 Dicembre 2008
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Per il Governo il lavoro sicuro può aspettare
Testo unico, governo pronto all'ennesimo rinvio, fino al Giugno 2009 l'agenda di Palazzo Chigi esclude il tema della sicurezza sul lavoro. I sindacati: " Gravissimo"
di Rassegna.it
su Rassegna del 18/12/2008
Nel dl Milleproroghe è previsto il rinvio a giugno 2009 delle norme sulla sicurezza, sulla valutazione dei rischi e sulle sanzioni. Altri sei mesi di tempo per modificare (e diluire) la normativa. Allarme dei sindacati: "Un fatto gravissimo"
Testo unico sulla sicurezza, il governo è pronto all’ennesimo rinvio. Nel dl Milleproroghe, all'esame del Consiglio dei ministri giovedì 18 dic
Le centraliniste vincono in tribunale grazie a San Precario e all'orgoglio
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Da 2 anni lottano contro l'esternalizzazione. Specializzate, non ci stanno a lavorare peggio. Recuperano i soldi per le vie legali
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Lavoratori della Vodafone alla manifestazione nazionale contro il precariato, per il welfare e lo ...
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Claudio Jampaglia
Milano (nostro servizio)
San Precario ha fatto il miracolo. Oddio, miracolo... si chiama richiesta di pignoramento verso terzi e la avanzano degli avvocati a un giudice che la accoglie. Roba da tribunale non da processione. Ma i soldi arrivano. Soldi dovuti. Che erano stati offerti come "addolcimento" di una esternalizzazione nel 2007. Le lavoratrici avevano rifiutato. E diffidato i sindacati dall'accettare accordi in merito. E ora se li vanno a prendere sti benedetti soldi: tra i 1500 e i 3000 euro a testa, per premio risultato del 2007 e fondo solidarietà per le spese sanitarie. Se li vanno a prendere da Wind, Fastweb, H3G, Barclays, Tele2, Intesa SanPaolo, Tiscali, Yoox, Sky, Rti (Mediaset)... marchi famosi per cui sentite Barbara o Lucia o Francesca rispondervi al telefono con la formula magica: «In cosa posso esserLe utile?». Voi parlate con queste lavoratrici, ma loro i conti li fanno con Omnia Network, il loro datore di lavoro. E i conti non tornano. Perché loro erano lavoratrici Wind e l'esternalizzazione la reputano "illegittima" e su questo non trattano. Non cedono. E qui entra in scena il Santo che dopo averle seguite, fa causa con loro sulla cessione e sulle spettanze e dopo aver ottenuto la condanna del giudice del lavoro al pagamento di quest'ultime, si rivale sui clienti. Il giudice li chiamerà a gennaio e, fissati i titoli di debito verso l'azienda, intimerà il pagamento delle spettanze alle lavoratrici. Direttamente. «Avevamo pensato di promuovere il pignoramento anche delle quote sociali ma era troppo complesso per un caso così», ci spiega un avvocato del "pool precario" (per la cronaca Massimo Laratro, Antonio Pironti, Matteo Paulli). Una buona idea per casi più "politici", sai che scena: "San Precario entra in Borsa".
In questa storia, la testa dura, la "tigna" è soprattutto quella delle lavoratrici che non volevano essere "ex-Wind", una cinquantina le più agguerrite, di quelle "garantite", a tempo indeterminato dopo anni di formazione-lavoro, con salari da 1200 euro al mese e quinto livello. L'élite del call center. Approdate a condizioni di lavoro stabili e decenti. Non volevano retrocedere. Una lotta da "operaie specializzate". D'altronde come loro non ce ne sono quasi più. Adesso nel call center c'è il "precario-massa", interinale, a chiamata, al massimo terzo livello. E poi siamo a Sesto San Giovanni. L'ex-fabbrica d'Italia. E da quando Wind le dichiarò "esuberi" e le passò tutte 275, dalla segretaria alla manager, a una controllata di Omnia attraverso una vendita di ramo d'azienda, non hanno mai smesso di lottare.
In 24 mesi 112 "azioni di lotta, dal "call strike" (l'invito a boicottare i numeri dei centralini "customer care" dei vari 800 e vattelapesca) al picchetto al negozio "MondoWind" (che dà fastidio come l'orticaria ai dirigenti) fino al presentarsi alle 7.30 al bar sotto l'azienda per prendere caffè e cornetto con l'amministratore delegato, in trenta e non attese (è successo il 17 ottobre). «Abbiamo persino comprato mezza pagina di pubblicità di un free-press su Roma e Milano, con una colletta», racconta Silvana, da quest'anno delegata Rsu per la Cub (in San Precario connection).
Finiranno in un libro che uscirà a breve. Ma non prima di sapere come andrà a finire la "madre di tutte le cause". Visto che il 27 di gennaio ci sarà la chiusura delle udienze contro la cessione del ramo d'azienda. Non sarà l'ultima. Perché dopo questa intentata col Santo in testa la processione in Procura è proseguita con altre 80 lavoratrici patrocinate dalla Cgil e altrettante a Roma. Intanto il call center è finito in via Breda, a Milano, senza mensa, senza parcheggi, con pochi spazi. «Siamo al minimo della norma di legge». In un sottotetto. E molte delle lavoratrici si sono dimesse. «Sono andate anche a lavorare a tempo, contratti a tre mesi, pur di non stare qua». Perché? Le risposte fuori dal portone, di corsa, sono tante: «Non ti pagano mai in tempo», «Ci contestano qualsiasi cosa», «Wind era un paradiso al confronto», «Ti vietano anche di alzarti dalla tua postazione senza il permesso».
L'ultimo giallo è su stipendi e tredicesime. Un accordo, vecchio, ne dispone il pagamento al 20 di dicembre, ma causa "difficoltà d'incasso" e "stretta del credito", l'azienda comunica che pagherà tra Natale e Capodanno. Le lavoratrici hanno chiesto un anticipo, ma si aspetta che qualche cliente paghi... Ecco le lavoratrici "con la tigna" non vorrebbero che venisse additato a loro e al loro pignoramento il ritardo (e l'azienda non lo fa).
D'altronde non è colpa loro nemmeno se il call center di Palermo chiuderà (100 a casa) perché Wind ha chiuso la commessa. O se quelli di Ivrea verranno trasferiti a Torino... Sempre meglio che da Osimo a Roma (300 chilometri).
I call center sono in crisi. Come tutto. Omnia Network ha appena ricapitalizzato proprio Omnia Service Center con 10 milioni di euro (ne perdeva 4,7). E' un'azienda importanter Omnia. Dà lavoro a 2500 dipendenti, fa 224 milioni di fatturato e 3 di profitti (nel 2006). E' la ditta dei servizi esternalizzati (logistica, marketing, informatica e tutto il contorno possibile alle aziende). Cresciuta in fretta e quotata nel 2007: prezzo di lancio 5 euro, valore attuale 0,3. Un grafico in costante discesa. Ma c'è un nuovo piano industriale e l'azienda si attrezza. Per le lavoratrici alla cuffia Omnia è una «matrioska». Chi è il padrone? «Boh, i dirigenti cambiano spesso, è tutta una giostra, il padrone... loro stessi probabilmente, i manager». E se questa è la storia di un modello d'impresa dove si spreme solo lavoro e marketing, non lo dirà un tribunale. E nemmeno un Santo di cartone. Bastano queste lavoratrici. Che per 30 denari non hanno scambiato il loro orgoglio. Da centraliniste.
Liberazione 24/12/2008
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Maserati pesante contro le lotte dei lavoratori. Cacciato delegato Fiom
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| Si chiama Eugenio Scognamiglio. «Un atto di rappresaglia» |
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Fabio Sebastiani
Eugenio Scognamiglio, il delegato della Fiom sospeso dalla Maserati nei giorni scorsi con l'accusa di aver guidato la protesta dei lavoratori contro la mancata riconferma di oltre cento precari, è stato licenziato. Ieri, il sindacato di Modena dei metalmeccanici della Cgil ha ricevuto la lettera dell'azienda in cui si avvia la procedura. Essendo un delegato sindacale, infatti, il contratto prevede che prima si informi l'organizzazione sindacale. Immediata la reazione della Fiom nazionale.
«Con questo atto della Fiat di licenziamento del delegato della Fiom della Maserati - dichiara Enzo Masini a Liberazione - si conferma purtroppo da parte dell'azienda un atteggiamento che di fronte a momenti di conflitto anche aspro invece di ricercare una soluzione rispetto ai fattori scatenanti ricorre a questa forma di intimidazione: colpire i delegati sindacali per dare verso i lavoratori il segnale di isolare la parte più attiva delle lotta». Il licenziamento verrà impugnato dal sindacato.
La "Rete 28 aprile" della Fiom, di cui è leader Giorgio Cremaschi, in un comunicato parla di «rappresaglia antisindacale», «a seguito della lotta dei lavoratori contro il licenziamento dei precari». «E' questa la dimostrazione della reale volontà delle grandi imprese - si legge ancora nel comunicato, della Fiat in particolare - di affrontare positivamente i problemi dell'occupazione».
La lettera di licenziamento muove accuse precise al delegato sindacale. A partire dalla sua presenza ad un primo corteo interno di protesta contro la mancata assunzione di ben 112 lavoratori interinali giovedì 11 dicembre. Il punto è che a quell'ora Scognamiglio non era in fabbrica. E i loro compagni di lavoro sono pronti a testimoniare. Tra l'altro la direzione della Maserati ha usato le guardie private per bloccare la protesta delle tute blu.
La verità, dichiarata dallo stesso delegato Fiom, è solo di aver fatto fino in fondo il suo mestiere di delegato sindacale, ovvero di essere intervenuto come mediatore perché la situazione non degenerasse. Un ruolo abbastanza normale in situazioni come quella. In occasione di altri due proteste nel corso della stessa mattinata la rabbia dei lavoratori ha finito per sfogarsi contro una vetrata. Si può licenziare un lavoratore perché un corteo di quasi tutti i lavoratori della Maserati decide di fare una protesta veemente contro le decisioni unilaterali dell'azienda?
Perché è stata usata la mano pesante nei confronti di Scognamiglio?
Giordano Fiorani, segretario generale della Fiom di Modena, ha un'idea molto precisa, suffragata peraltro da una intervista dell'amministratore delegato Sergio Marchionne uscita pochi giorni fa sulla rivista "Automotive". «Un ordine preciso che viene dalla Fiat. L'azienda ha deciso, a fronte del perdurare della crisi, di far fuori tutti i precari e quindi chi si frappone va trattato in un certo modo». Siamo al classico segnale, quindi, che tutti devono intendere. Il sindacato, prima che la Fiat lo lanciasse, era impegnato in numerose vertenze interne al gruppo, in cui si scambiava lo straordinario contro l'assunzione dei precari o, se volete, la riconferma a tempo indeterminato. Ma ciò che sta capitando è che l'azienda si ritira unilateralmente da quegli accordi. «Un atteggiamento che ha rotto il rapporto con il territorio - aggiunge Fiorani - Alla Cnh (gruppo Fiat, ndr) c'era l'accordo oper 45 assunzioni di precari e invece ne sono rimasti fuori 34».
Poco prima di comunicare che non avrebbe assunto i 112 interinali l'azienda nel corso degli incontri parlava di un massimo di 25 esuberi. Il taglio drastico negli organici arriva dopo la decisione di un ridimensionamento della produzione di 1.200 autovetture.
Liberazione 24/12/2008
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Un contratto precario per tutti?
di Luigi Cavallaro
su EconomiaePolitica.it del 18/12/2008
Nell’attuale babele delle forme di collaborazione all’impresa – una quarantina circa, con approssimazione per difetto –, una proposta come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, volta all’istituzione di “un nuovo contratto per tutti” (come recita il titolo di un loro fortunato pamphlet da poco in libreria), sembra perfino ragionevole: tanto più ragionevole se si considera che, fin qui, la proliferazione delle tipologie contrattuali non ha fatto altro che aggravare il deprecabile dualismo che connota il nostro mercato del lavoro, con la casta degli outsiders condannata a patire in modo preponderante le conseguenze delle dosi massicce di flessibilità salariale e in entrata e uscita somministrate dai provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.
L’apparenza però inganna. Si tratta infatti di una proposta che non solo poggia su un’interpretazione decisamente errata delle cause di quel dualismo, ma che – se dovesse tramutarsi in legge – rischierebbe perfino di provocarne l’irreversibile consolidamento, limitandosi semplicemente a ridistribuirne le conseguenze su una platea ben più ampia di lavoratori.
Vediamo perché. Come accennato, Boeri e Garibaldi propongono di sostituire l’attuale enorme congerie di tipologie contrattuali con un unico contratto a tempo indeterminato, caratterizzato da un sentiero graduale, “a tappe”, verso la stabilità. Più precisamente, il rapporto di lavoro dei neoassunti si snoderebbe dapprima in una “fase di inserimento”, che durerebbe fino al terzo anno d’impiego e sarebbe garantita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio: il licenziamento disciplinare e quello per motivi economici o organizzativi darebbero luogo, invece, solo ad una compensazione monetaria crescente in funzione dell’anzianità di servizio, fino ad un massimo di sei mensilità di retribuzione per chi abbia raggiunto i tre anni di anzianità. Dopo il terzo anno di lavoro, infine, la tutela dell’art. 18 andrebbe estesa anche ai licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo e oggettivo, s’intende lì dove l’impresa abbia più di quindici dipendenti: per le imprese di dimensioni inferiori, infatti, la disciplina resterebbe tale e quale e di reintegra in caso di licenziamento illegittimo non se ne potrebbe (come già non se ne può) parlare.
Se questi sono i termini della proposta in questione, bisogna anzitutto rilevare che il contratto unico rappresenta indubbiamente un peggioramento della tutela che attualmente è garantita fin dall’assunzione a quanti sono impiegati a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti. Né vale in contrario obiettare che il 50% circa delle nuove assunzioni viene attualmente effettuato ricorrendo a tipologie contrattuali che escludono del tutto l’operatività dell’art. 18: si potrebbe agevolmente replicare che la proposta in discorso si limita a rendere comune a tutti questo destino di precarietà, quasi che il mercato del lavoro fosse uno di quegli ambiti in cui il mal comune equivale a mezzo gaudio.
Si deve peraltro aggiungere che codesta universalizzazione del precariato non è affatto necessaria rispetto all’obiettivo di superare il dualismo del mercato del lavoro. Nonostante il contrario avviso decisamente propugnato da Boeri e Garibaldi (secondo i quali “l’aumento dell’occupazione ha beneficiato grandemente dallo sviluppo di questi nuovi contratti”), non esiste alcuna evidenza che possa dimostrare che l’aumento dell’occupazione documentato dalle nostre statistiche dal 1995 in qua sia ascrivibile alla diffusione delle tipologie contrattuali atipiche: recenti studi, che hanno posto in relazione le variazioni della disoccupazione con le variazioni dell’indice di protezione normativa dei lavoratori calcolato dall’OCSE (il cosiddetto EPL, Employment Protection Legislation), hanno infatti evidenziato che la retta di regressione è pressoché piatta, anzi leggermente inclinata in modo opposto a quanto dovrebbe essere se la correlazione effettivamente esistesse, il che lascia supporre che variazioni del grado di protezione e variazioni della disoccupazione siano variabili sostanzialmente non correlate[1].
D’altra parte, se è vero che la crescita dell’occupazione si è accompagnata ad un aumento della povertà e, in specie, alla drastica diminuzione del tasso d’incremento delle retribuzioni (nell’industria manifatturiera il tasso di crescita dal 1998 al 2006 è stato del 2,6%, contro una media del 10,1% nei paesi dell’unione monetaria europea), sembra di poter dire che, più che una crescita dell’occupazione, il nostro Paese ha registrato negli ultimi dieci anni una redistribuzione della (dis)occupazione. Su un piano statistico, infatti, il legame fra la riduzione dell’EPL e la minor crescita dei salari appare meno evanescente di quello tra EPL e disoccupazione[2], e ciò suggerisce che un monte-salari progressivamente decrescente rispetto al reddito nazionale possa essersi distribuito su una più ampia fetta di lavoratori, dando luogo ad una nuova forma di “disoccupazione nascosta”: un fenomeno che afflisse la nostra economia negli anni precedenti al decollo del cosiddetto “miracolo economico”, a causa dell’elevata incidenza della manodopera nei settori agricoli a bassissima produttività, e che speravamo di aver ormai consegnato alla riflessione degli storici.
Queste considerazioni, che lasciano intendere come le cause del dualismo del mercato del lavoro non siano facilmente collegabili ad una presunta rigidità delle tutele (e men che meno ai salari elevati degli insiders), introducono ad un’ulteriore obiezione che può muoversi allo schema del “contratto unico a tutele crescenti”. Tralasciando il fatto che, nell’idea di Boeri e Garibaldi, la compensazione monetaria per il licenziamento intimato nei primi tre anni d’impiego sembra presentarsi come un firing cost, che l’imprenditore è tenuto a pagare a prescindere dalla legittimità o illegittimità del recesso, una domanda sorge spontanea, ed è la seguente: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d’impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con sei mesi d’indennità e subito dopo ne riassuma un altro da stabilizzare dopo tre anni e poi licenzi anche lui e così via all’infinito?
Boeri e Garibaldi, naturalmente, una risposta ce l’hanno: il “precariato transitorio”, per così dire, avrebbe come contropartita la “formazione” del lavoratore, l’accrescimento del suo “capitale umano”; completata la formazione, per l’impresa che ha così lungamente investito sarebbe “molto costoso” separarsi dal dipendente e assai più “redditizio” garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato, con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
Una risposta del genere, tuttavia, non appare convincente per almeno due motivi: innanzi tutto, perché sembra postulare un gap di formazione degli outsiders rispetto agli insiders che non trova alcuna evidenza empirica (è vero invece il contrario, cioè che chi si affaccia oggi sul mercato è mediamente più istruito di chi vi si trova già); in secondo luogo, perché – invertendo la relazione logica fra domanda e offerta di capitale umano – nasconde l’essenza del problema, ossia l’appartenenza dell’insieme delle nostre imprese ad un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse (e peggiori) rispetto a quelle dei maggiori paesi europei[3].
In effetti, si riflette troppo poco sul fatto che, tra il 1988 e il 2004, la crescita occupazionale percentualmente più forte si è avuta nei settori a media intensità di attività di ricerca e sviluppo, quella più forte in assoluto nei settori a bassa intensità di attività di ricerca e sviluppo e quella più debole, sia in termini percentuali che assoluti, nei settori con utilizzo di capitale umano qualificato. E ancor meno si considera la facilità con cui hanno trovato occupazione presso le nostre imprese immigrati privi di una formazione e di una cultura di base appena paragonabili a quelle dei nostri ventenni e trentenni o il fatto, del tutto speculare, che le nostre giovani teste d’uovo emigrino all’estero. Si tratta però di evidenze che infirmano gravemente la possibilità che l’“investimento in capitale umano” attuato durante il triennio di precariato immaginato da Boeri e Garibaldi possa dissuadere il datore di lavoro da “licenziamenti elusivi” del tipo di quelli prospettati in precedenza: la realtà è ben diversa, ed è che – data la specializzazione produttiva del nostro sistema industriale – non c’è praticamente “capitale umano” che le nostre imprese non possano adeguatamente rimpiazzare nel giro di pochi mesi.
C’è dunque il rischio che una proposta come quella di Boeri e Garibaldi, per quanto ispirata dalla volontà di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro, possa costituire l’ennesimo strumento per consentire alle nostre imprese di perseguire il non commendevole obiettivo di continuare a disporre di un polmone di lavoro flessibile con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico senza alcuna tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi e, soprattutto, al cospetto dei giudici del lavoro. Boeri e Garibaldi, del resto, lo scrivono a chiare lettere: “Che sia frutto delle leggi o delle interpretazioni troppo rigide fornite dalla giurisprudenza, il risultato è lo stesso: licenziare, in Italia, è un’impresa davvero difficile”. Nemmeno questo è vero, ma ne diremo in una prossima occasione.
[1] Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), “L’economia della precarietà“, Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 136-137. L’argomentazione è stata ulteriormente sviluppata in Id., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, di prossima pubblicazione in “Quaderni DASES dell’Università del Sannio”. Ma ad analoghe conclusioni si perviene ormai anche da parte dell’ortodossia neoclassica: cfr. ad es. Oliver Blanchard, The Economic Future of Europe, “Journal of Economic Perspectives”, 2004, vol. 18, n. 4. Sull’argomento, da un punto di vista più squisitamente teorico, v. anche Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati, Labour market deregulation and Unemployment in a Monetary Economy, in R. Arena, N. Salvadori (a cura di), “Money, credit and the role of the State”, Ashgate, Aldershot, 2004, pp. 65-74.
[2] Cfr. ancora Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, loc. cit.
[3] Il ruolo decisivo della specializzazione produttiva delle nostre imprese nella peculiare conformazione della domanda di lavoro (e la riconduzione ad essa delle caratteristiche dell’offerta) è esaminato in Luigi Cavallaro, Daniela Palma, Come (non) uscire dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contrato unico a tutele crescenti, di prossima pubblicazione in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2008, dove conseguentemente si argomenta a favore dell’assoluzione dell’art. 18 dall’accusa di aver irrigidito i problemi del nostro mercato del lavoro.
Il futuro impossibile dei precari under 35
di Maurizio Ricci
su la Repubblica del 23/12/2008
Una vita senza futuro, senza progetti. Del resto, chi si può permettere dei progetti, quando non puoi comprare un mobile a rate o fare un mutuo per la casa? Sei appesa al nulla».
Giovanna, quarantenne, precaria all´ufficio cassa di un ospedale abruzzese, campa da dodici anni di proroghe di tre, sei mesi del contratto: il presente le offre molto poco. Ma è molto, molto meglio del futuro, che è diventato un incubo. L´incubo della tagliola: «Il contratto scade a fine gennaio. Chi sa cosa succederà? Io ho paura». Gianluca, 29 anni, laureato in Scienze della comunicazione, tre anni nel call center di una grande azienda, il contratto l´ha già perso. Scade a fine dicembre e sa già che non glielo rinnoveranno. «Cosa faccio? Torno dai miei. Non ne ho nessuna voglia e la sento come una sconfitta. Ma non posso stare in mezzo alla strada. E poi? Boh. Ho provato a chiedere in giro, ma i miei amici stanno come me».
La crisi economica, la recessione, stanno arrivando in queste settimane. Ma questa non è una crisi come le altre che l´hanno preceduta. E´ diversa, perché ha delle vittime predestinate. I sindacati lanciano un allarme a tutto campo. La cassa integrazione è cresciuta del 25% questa estate. In Lombardia è raddoppiata. I posti di lavoro a rischio, nei prossimi due anni, sono 900 mila solo nell´industria. Compresi commercio e servizi, potrebbero arrivare a un milione e mezzo. Sono cifre enormi per un paese con 17 milioni di lavoratori dipendenti. Ma questa è la parte forte del mercato del lavoro, protetta da sussidi e garanzie che attutiscono l´impatto del taglio dei posti di lavoro. La mattanza dell´occupazione comincerà altrove, nella parte più debole ed esposta delle maestranze. Le vittime predestinate sono gli apprendisti, collaboratori, meglio noti come cococò, somministrati, interinali, a tempo determinato. L´esercito dei tre milioni di precari, che hanno monopolizzato il mercato del lavoro degli ultimi anni e per i quali non è necessario il licenziamento o l´anticamera della cassa integrazione: basta non rinnovare il contratto.
Perché questa è la prima crisi dell´era della flessibilità e tutto sta funzionando come prevedono i manuali. Flessibilità significa che è più facile assumere. Il problema è che, adesso, stiamo vedendo il rovescio della medaglia: è più facile anche licenziare. In teoria ? dicono sempre i manuali ? questo è un bene. Le imprese sono in grado di alleggerire rapidamente i costi, tagliando il personale. Così sgravate, reggono meglio la crisi e, non appena il vento dell´economia girerà, potranno riprendere più velocemente la corsa, tornando ad assumere. La teoria funziona, quando la crisi riguarda un´impresa o un gruppo di imprese. Quando è generale, l´impatto sociale è devastante, perché gente come Giovanna e Gianluca deve riuscire a galleggiare senza salvagente. I numeri non sono facili da mettere insieme. Nel caso degli interinali (oggi si chiamano somministrati), Ebitemp, l´ente bilaterale per il lavoro temporaneo, calcola che il personale gestito dalle agenzie del lavoro in affitto, fra luglio e settembre sia calato del 7,6%. Soprattutto, sono scese di oltre il 21% le richieste di personale. Stefano Sacchi, Fabio Berton, Matteo Richiardi, in un articolo per lavoce.info stimano che solo metà degli interinali abbia qualche forma di protezione, quando resta senza lavoro. Questa percentuale scende sotto il 40% per il milione e mezzo di lavoratori a tempo determinato: oltre 600 mila dipendenti a contratto rischia di restare in mezzo alla strada. Lo stesso vale per mezzo milione di cococò. In totale, oltre un milione di persone, per cui la crisi significa solo un buco nero. «Senza indennità, senza pensione, senza liquidazione: se non mi rinnovano il contratto, come mangio il prossimo mese» si domanda angosciata Giovanna?
Il momento della verità arriverà nei prossimi giorni, a spegnere, per molti, il Natale. Un precario su dieci balla, infatti, proprio adesso, sulla corda. Dicembre è un mese come tutti gli altri, ma, a fine anno, per motivi burocratici, viene a scadenza il 40% in più dei contratti, rispetto agli altri mesi. Sacchi e i suoi colleghi hanno calcolato che, il 31 dicembre, oltre 300 mila precari, sui 3 milioni totali, si troveranno a rinnovare i loro contratti: 193 mila tempi determinati, 10 mila apprendisti, 16 mila interinali, 64 mila cococò. In tempi normali, l´84% degli interinali e il 50% dei collaboratori coordinati ottiene automaticamente il rinnovo. Ma questi non sono tempi normali. Ancora: in tempi normali, un interinale aspetta 9 mesi per trovare un nuovo posto, un cococò anche 19. Ma ora? «Boh» come dice Gianluca.
Questa è una crisi diversa dalle altre perché non colpisce, come avviene di solito, alcuni settori, alcune categorie più di altre. Questa crisi colpisce una classe di età, come ai tempi del militare. E´ la crisi dei «bamboccioni», per dirla con Padoa-Schioppa. O, meglio, di quelli che, in questi anni, hanno trovato un lavoro. E´ la crisi dei giovani, perché è la crisi dei precari e il precariato è l´unica forma di lavoro che i giovani hanno trovato. L´interinale tipo ha 32 anni. Uno su due ha meno di 30 anni. Se la crisi sarà dura come dicono, un´intera generazione rischia di essere ributtata indietro, espulsa dal mercato del lavoro. In affitto come interinali o somministrati, collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, a tempo determinato, questi, e non altri, sono i lavori che hanno trovato ragazzi e ragazze usciti, negli ultimi anni, dalla scuola. «Almeno due terzi dei nuovi ingressi nel mondo del lavoro ? dice Sacchi ? in questi anni sono avvenuti con contratti atipici». All´Istat sono appena più prudenti: «sia nel 2006, che nel 2007 ? spiega Mario Albisinni ? il 45% delle nuove assunzioni è stato a carattere temporaneo». I numeri, qui, aiutano a raccontare la storia di questi anni. Fra il secondo trimestre del 2004 e il secondo trimestre del 2008, gli occupati sono aumentati del 5% e, fra questi, i lavoratori dipendenti dell´8%. Quanti, di questi ultimi, con un contratto a tempo indeterminato, di quelli normali, con pensione, Cig e liquidazione? Ci sono state oltre 800 mila assunzioni di questo tipo: i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti di quasi il 6%. Ma, attenzione, è una faccenda da adulti. Quanti di questi nuovi contratti permanenti riguardano, infatti, giovani under 35? La risposta è che il numero di lavoratori sotto i 35 anni con un contratto a tempo indeterminato è, in realtà, diminuito. I bamboccioni in rotta per la pensione, rispetto a quattro anni fa, sono quasi mezzo milione in meno: un taglio del 9%.
E dove sono finiti? Fra i precari. I lavoratori dipendenti a carattere temporaneo sono cresciuti, negli ultimi quattro anni, da 1 milione 900 mila a quasi due milioni e mezzo. Oltre metà di questo aumento è dovuto agli under 35. Poi c´è poco meno di mezzo milione di cococò, formalmente lavoratori indipendenti, ma, lo dice anche l´Istat, in concreto dipendenti a tutti gli effetti. Tre milioni di precari. Sei su dieci hanno meno di 35 anni. Saranno loro i primi a subire l´impatto di una crisi che, dicono gli economisti, può essere la più grave degli ultimi settant´anni.
Privatizzare non è servito. L'antidoto è più democrazia»
Intervista a Marco Bersani, ATTAC Italia
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Roberto Farneti
«In Italia si torna a parlare di appalti e corruzione ma il vero problema che sta dietro a tutto ciò è che questo paese è stato espropriato dalla democrazia». Marco Bersani, dirigente di Attac Italia, offre una lettura diversa degli scandali che in questi giorni vedono coinvolte alcune amministrazioni locali guidate dal centrosinistra.
Attac è da sempre in prima fila nella battaglia contro la privatizzazione dei servizi pubblici. Negli ultimi anni molte attività prima svolte dagli enti locali sono state esternalizzate per risparmiare. Si è fatto credere che bastasse appaltare certi lavori ai privati - manutenzione delle strade, rete fognaria, pulizie - per eliminare gli sprechi e assicurare una corretta gestione delle risorse pubbliche. Le inchieste della magistratura adesso sembrano però smentire questo assunto un po' apodittico...
Noi abbiamo avuto la stagione di Tangentopoli che ha messo in luce la corruzione che allora c'era nel pubblico, in particolare di chi ricopriva cariche politiche. Non a caso nel '92 comincia anche la stagione delle grandi privatizzazioni, che in un primo momento investe i settori dell'intervento statale nell'economia per poi arrivare ai servizi pubblici locali. Il risultato è che se allora era la politica che taglieggiava l'economia, oggi è l'economia che taglieggia la politica. E' stupefacente come gli amministratori siano agli ordini dei potentati economici. E' successo che in questo frattempo si è svuotato il concetto di spazio pubblico, si sono costruite le spa - dove comandano i consigli di amministrazione e i consigli comunali sono tenuti fuori dalle più grosse decisioni - e ciò ha comportato che, città per città, si sono costruiti dei piccoli potentati (in cui c'è una commistione fortissima tra imprenditori e amministratori) che, in buona sostanza, si dedicano al saccheggio delle risorse pubbliche. Abbiamo sempre detto che il problema non è che, se c'è una cosa da fare, bisogna decidere se la fa meglio il pubblico o il privato. Pubblico e privato hanno obiettivi diversi. Il pubblico può anche funzionare male ma il privato, anche quando funziona bene, ha solo l'obiettivo della redditività economica. Questo spesso entra in contrasto con il concetto di servizio pubblico.
L'esempio viene da Roma, dove è sotto accusa l'affidamento della manutenzione stradale con la procedura del massimo ribasso. Se certi lavori li svolgesse il Comune, con i propri operai, probabilmente costerebbero di più. Basta però che piova un po', che le strade di Roma si riempiono di buche. Come mai? Perché chi si aggiudica l'appalto a poco prezzo tenta di recuperare i soldi da un'altra parte: sulla qualità dei materiali che usa, sul costo del lavoro o su quante buche sistema in un giorno. Ma per l'ente locale questo è un finto risparmio...
Non solo: c'è tutta la pratica del subappalto. Il grande soggetto vince la gara ma poi affida il lavoro ad altri. Per cui quello che alla fine andrà sulla strada a tappare le buche, sarà per forza precario, sottopagato e lavorerà con mezzi assolutamente insufficienti. Non si tratta di casi singoli. C'è proprio una cultura che va modificata alla radice. Per questo dico che le decisioni devono tornare nei luoghi dove sia possibile un controllo sociale. Come minimo nei consigli comunali, anche se per me l'optimum è la partecipazione diretta dei cittadini. Altrimenti assistiamo a elezioni che servono semplicemente a delegare il saccheggio dei beni pubblici a un potentato economico in gara con un altro. Al tempo stesso occorre fare una battaglia grossa perché agli enti locali vengano dati finanziamenti adeguati. Il taglio delle risorse operato in questi anni ha spinto le amministrazioni ad esternalizzare più servizi possibili. Ma più aumenta il contatto tra pubblico e impresa privata, più crescono i rischi di corruzione. Bisogna inoltre definire i servizi essenziali per i cittadini che non possono assolutamente essere ceduti al mercato: rifiuti, acqua, trasporto pubblico locale, ecc. E' chiaro che alcune cose dovranno comunque essere appaltate. Ma se la politica riprende il suo posto, ci saranno più controlli sia nella formulazione del capitolato sia nella stessa esecuzione dei lavori. Senza questo, si possono eliminare tutti i sindaci corrotti che ne cresceranno altrettanti.
Liberazione 20/12/2008
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Ecco come il governo scippa le risorse del Sud
di Andrea Del Monaco
su Il Manifesto del 21/12/2008
«Il governo non risponde sul Fondo per le aree sottoutilizzate (Fas) regionale, questo è un fatto negativo» ha sostenuto Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, alla fine di un incontro avvenuto giovedì scorso a palazzo Chigi con il premier Berlusconi e i ministri Fitto, Sacconi, Tremonti, Scajola e Matteoli. «Il Cipe (comitato interministeriale per la programmazione economica) - ha proseguito Errani- si limiterà a riprogrammare 7,3 miliardi del Fas attribuito ai ministeri per finanziare 44 opere non ancora identificate». Il Governo si sarebbe impegnato a non avocare a sé il Fas regionale fino ad un accordo chiaro con i governatori e, in futuro, a reintegrare le risorse stornate dalle regioni. Tutto viene rimandato alla seduta del Cipe di gennaio dove il governo potrebbe riproporre lo storno dei fondi regionali per lo sviluppo in cambio della concertazione degli interventi.
Vediamo il senso politico della partita. Il Fas è una quota importante del Qsn (quadro strategico nazionale), documento di programmazione 2007/2013 per le politiche di sviluppo: 124 miliardi, di cui 101 al Sud (53,782 miliardi di Fas, 47,311 miliardi di fondi strutturali europei e cofinanziamento nazionale), di questi più del 55% attribuito alle regioni. Si aggiungono più di 10 miliardi di risorse liberate: i resti della programmazione precedente 2000/2006 per l'ex obiettivo 1 (tutto il Sud tranne l'Abruzzo). Già il 18 giugno scorso Berlusconi aveva dichiarato che, poiché le regioni non erano state capaci di spendere, il Governo voleva assumere la riprogrammazione delle risorse europee regionali. Il Governo prometteva il nucleare, la Torino-Lione e il Ponte sullo Stretto e così proponeva: 1) «la revoca» delle assegnazioni del Fas operate dal Cipe, ma non impegnate, verso le regioni e le provincie autonome (18 miliardi al Sud, 5,5 al centro-Nord); 2) la destinazione ai ministeri delle risorse liberate; 3) la «rimodulazione» dell'uso dei fondi europei a disposizione delle regioni per avere un procedimento di spesa più efficace (12,5 miliardi per il centro-nord, 31,8 per il sud, comprendendo il 50% di cofinanziamento nazionale).
La protesta delle regioni, guidate da Vasco Errani, bloccò a giugno un provvedimento che potenzialmente avrebbe trasferito le competenze di programmazione di 82 miliardi dalle regioni al Governo. A novembre il Governo ci ha riprovato e, per finanziare le misure anticrisi (social card, taglio dell'acconto Ires e Irap, sottoscrizione pubblica di obbligazioni bancarie, cassa integrazione, ecc.), contava di sottrarre alle regioni, e principalmente a quelle meridionali, il Fas. Ma ancor più allarmante, nelle bozze di delibera Cipe e di decreto del consiglio dei ministri circolate in istruttoria, l'ipotesi di storno della quota del cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari (il 50%). Secondo l'economista Mimmo Cersosimo, vicepresidente della giunta regionale della Calabria, le manovre del Governo prefigurano la cancellazione tout court delle politiche di riequilibrio territoriale, in particolare scompare del tutto qualsiasi politica a favore del Mezzogiorno: purtroppo il governo usa le risorse attribuite al sud come «esclusivo polmone per coprire le disorganiche misure nazionali di risanamento finanziario e di attenuazione della crisi economica». Malgrado il Governo presenti questi provvedimenti come anticiclici, i meccanismi istituzionali ad essi sottesi «comporteranno un allungamento dei tempi rispetto alle procedure di investimento a suo tempo concordate con le regioni e gli altri partner istituzionali». Questa crisi, provocata dal capitale, sarà pagata dal lavoro con le ricette del capitale. Tremonti (oltre al Fas) deciderà la spesa dei 100 miliardi della Cassa Depositi e Prestiti e della quota italiana del piano Ue anticrisi. Marcegaglia vuole investimenti pubblici in infrastrutture materiali ed immateriali per sostenere il Pil. Traduzione: commesse per alcune aziende. Serve un intervento strutturale dalla parte dei lavoratori: in nome di esso, le sinistre nei governi regionali (facendosi sentire nella conferenza stato-regioni) potrebbero evitare lo scippo delle risorse delle regioni; inoltre la Cgil, attrice nella programmazione di quei fondi, potrebbe qualificare una sua piattaforma e, tramite la Ces, proporre alla Ue una sua strategia invece di subire le ricette di Bruxelles, ispirate dagli industriali più influenti. A ottobre Rossanda chiedeva alle Sinistre perché avessero accettato la detassazione delle imprese e la riduzione dei salari in nome della crescita. Semplice: perché le sinistre, prive di un progetto alternativo di governo, non hanno una politica industriale per ricollocare il paese nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro e creare occupazione stabile e di qualità. Ed ora, nella crisi, subiscono il colbertismo di Tremonti.
La Finanziaria armata e la lotta ai pirati
di Manlio Dinucci
su Il Manifesto del 21/12/2008
Mentre la spesa pubblica viene tagliata in tutti i settori, compresa la Protezione civile, ne resta uno in controtendenza: quello militare. Gli stanziamenti per le missioni militari all'estero sono stati aumentati del 30% rispetto al 2008, portandoli a 675 milioni. Riconoscente, il ministro della difesa La Russa ha ringraziato il ministro dell'economia e delle finanze, Tremonti, per l'aumento di tali stanziamenti, nonostante il periodo di crisi. Ma, ha precisato, essi saranno sufficienti solo per il primo semestre 2009, dopo ne occorreranno altri. Ciò è dovuto a due ragioni: da un lato crescono i costi delle missioni, soprattutto quella in Afghanistan; dall'altro, alle attuali missioni se ne stanno aggiungendo altre, come quella ufficialmente diretta contro la pirateria somala. Tali stanziamenti non rientrano nel bilancio della difesa, ma si aggiungono ad esso. Secondo la nota preliminare dello stato di previsione, il bilancio di competenza del ministero della difesa dovrebbe ammontare nel 2009 a 20.294 milioni di euro: ciò comporterebbe un calo di 838 milioni rispetto ai 21.132 milioni del 2008. Il calo è però apparente: ciò che esce dalla porta, rientra attraverso la finestra della Finanziaria. Come è già avvenuto col governo Prodi - che stanziò un miliardo di euro annui per la partecipazione italiana alle «missioni internazionali di pace» negli anni 2007, 2008 e 2009 - tali stanziamenti, definiti «integrativi», vengono iscritti non nel bilancio di competenza della difesa ma in quello del ministero dell'economia e delle finanze. Se poi occorrono più soldi di quelli previsti, il ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato, con appositi decreti, a disporre le relative variazioni di bilancio.
Lo stesso avviene per altri finanziamenti «integrativi», come il «Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenze di Difesa nazionale, derivanti anche da accordi internazionali», istituito dal governo Prodi con la Finanziaria 2007, con una dotazione di 1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 per il 2008 e 1.200 per il 2009. Un «tesoretto» lasciato in eredità al governo Berlusconi che, come annuncia il ministero della difesa, dispone ora, per tali programmi, di 2.831 milioni di euro nel 2009 e 2.050 per il biennio successivo. Il Fondo, però, «non risulta ridotato a partire dal 2010». Andrà quindi reintegrato, riversandovi altro denaro pubblico.
Questa è però la punta dell'iceberg della spesa che l'Italia deve sostenere per partecipare a tali programmi, in primo luogo quello del caccia statunitense F-35 Lightning. Lo scorso 25 settembre, Alenia Aeronautica ha firmato con la Lockheed Martin un contratto da 15 milioni di dollari per la produzioni delle ali dell'F-35, il primo di una serie di contratti nel quadro di tale programma. I suoi sostenitori, in primo luogo Lorenzo Forcieri (già sottosegretario alla difesa del governo Prodi), lo presentano come un grande affare per l'Italia. Tacciono però su un particolare: i soldi dei contratti per l'F-35 entrano nelle casse di aziende private, mentre quelli per lo sviluppo e l'acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche. Per partecipare al programma, si è investito oltre un miliardo di dollari e per l'acquisto di oltre 130 caccia ci vorranno come minimo altri 16 miliardi. Ci sarà comunque il Fondo a fornire altri finanziamenti «integrativi».
Ciò verrà garantito dalla consolidata politica bipartisan a sostegno del militare, che permette all'Italia di essere al nono posto mondiale come spesa militare assoluta e al sesto come spesa pro capite. Un fulgido esempio di questa politica si è avuto l'11 novembre, quando il senatore Silvio Sircana (Pd) ha sollecitato la messa a disposizione di nuovi fondi per la partecipazione italiana, oltre che alla missione Nato ufficialmente diretta contro la pirateria somala, anche a quella europea. «Conoscendo l'entità dei tagli alla Difesa - ha dichiarato - temiamo che rimarremo fuori da questa missione». Ha così ricevuto «applausi dai Gruppi Pd e Pdl».
Alitalia fa fuori donne in gravidanza, sindacalisti e portatori di handicap
di Roberto Farneti
su Liberazione del 19/12/2008
Altro che «patrioti», come li chiama il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per i cassintegrati e gli ex precari dell'Alitalia, Roberto Colaninno e soci non sono altro che dei "Cai...mani". Sciacalli che, non appena fiutato l'affare, si sono gettati sulla carcassa della ex compagnia di bandiera con l'unico scopo di divorarne gli ultimi brandelli di carne. In attesa di poter consegnare le chiavi della Nuova Alitalia allo "straniero", Air France o Lufthansa che sia.
Un'altra cosa che agli italiani non viene detta è che per compiere questa "patriottica" operazione, la Cai non ha esitato a gettare in mezzo alla strada la bellezza di diecimila persone, scelte senza nemmeno rispettare i criteri che di norma si seguono in questi casi. «Con una discriminazione pesantissima, Cai tiene fuori dall'azienda tutti i portatori di handicap, le donne in gravidanza, i part-time, quanti avevano una situazione familiare pesante. Non è stato tenuto conto dell'anzianità aziendale e vengono operate discriminazioni nei confronti di chi è sindacalizzato». A denunciarlo è Andrea Cavola, segretario nazionale Sdl, il primo a parlare all'assemblea indetta da SdL, Anpac e Up all'aeroporto di Fiumicino. Circa quattrocento lavoratori Alitalia si sono riuniti ieri mattina nel piazzale davanti al varco equipaggi insieme alle sigle del cosiddetto "Fronte del no" per gridare la loro rabbia e per discutere di come dare inizio a un percorso di lotta. Presenti all'iniziativa il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, il presidente dell'Idv, Antonio Di Pietro, il senatore Idv, Stefano Pedica, l'assessora della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ed il presidente della Commissione Trasporti regionale Enrico Luciani.
Al termine dell'assemblea è anche partito un corteo che ha attraversato l'aerostazione partenze dei voli internazionali. In testa, un gruppo di hostess e steward con il viso coperto da una maschera bianca trasportano uno striscione con la scritta "CAIncellati". Una delle manifestanti in prima fila grida rivolta ai colleghi: «E' scandaloso: donne con figli minori e portatori di handicap che vengono trasferiti da Roma a Catania o a Milano. Dove è il ministro delle Pari Opportunita?».
La "mattanza" non ha risparmiato lo stesso Cavola, fatto fuori dall'azienda malgrado 31 anni di servizio e una figura professionale presente nella nuova Alitalia. «Il governo, le istituzioni nazionali e locali - urla il sindacalista rivolto ai colleghi che lo ascoltano sul piazzale - devono prendere atto che c'è un problema sociale grave: faremo ricorsi di natura legale contro queste discriminazioni e contro accordi che sono fuori dalla legge». Il dirigente di SdL ha quindi accusato, tra gli applausi dei presenti, Cgil, Cisl e Uil, di aver accondisceso ad «una operazione scellerata ed odiosa, nei confronti della quale a poco valgono i timidi tentativi di prendere ora qualche distanza».
Molto applauditi anche gli interventi di Ferrero e Di Pietro. «L'unico modo per farci sentire che il problema Alitalia non è chiuso - ragiona il segretario del Prc - è di farsi vedere. Occorre fare manifestazioni sotto il comune di Roma per chiedere al sindaco cosa sta facendo, davanti a Palazzo Chigi per ricordare le promesse di Berlusconi, e davanti al Parlamento». La proposta di Ferrero è quella di «mettere in piedi un coordinamento per iniziative di lotta non violenta ma visibili al centro di Roma, solo così la categoria potrà rimanere unita tra chi è stato per ora messo fuori e chi è costretto a subire in silenzio le condizioni di assunzione che gli sono state imposte».
Anche per Di Pietro «la vicenda Alitalia non finisce qui». Occorre «un'azione di protesta forte ed unitaria, mentre in galera deve finire chi ha portato la compagnia nelle attuali condizioni. Una grande protesta - aggiunge l'ex magistrato - che deve essere rivolta anche nei confronti di quei sindacati che hanno accettato di sedersi al tavolo con un padrone e non con un datore di lavoro». Qualcuno gli ricorda «le colpe e le responsabilità di Veltroni». «Lo dite a me? - replica Di Pietro - lo sa bene».
Sul piazzale i lavoratori danno sfogo alla loro amarezza. Dopo 18 anni di onorato servizio come assistente di volo, Elena ha ricevuto il benservito: cassa integrazione per 4 anni più 3 di mobilità. «Ho 43 anni, quando questi 7 anni scadranno rischio di ritrovarmi disoccupata. Ho anche una laurea, ma alla mia età chi mi prende? E poi ho sempre fatto questo lavoro...». Il marito di Elena, pilota, rischia addirittura il licenziamento: è uno degli 11 lavoratori sospesi dal commissario Fantozzi a seguito dei disagi che si sono verificati durante il cosiddetto "sciopero bianco".
«Per te Alitalia finisce qui»: anche l'hostess Susy, 38 anni, ha ricevuto la famigerata lettera, malgrado 17 anni di anzianità aziendale. «Mio marito è un pilota, gli è stato detto: "O vai a Milano o perdi il posto". Abbiamo due figli, ci ritroviamo in una situazione drammatica. E c'è persino chi sta peggio».
Il dramma di Andrea è lo stesso di altri 800 assistenti di volo precari. Sulla testa indossa una fascia nera con su scritto "Precario con famiglia": «Da 8 anni - racconta - mi rinnovano il contratto ogni 5 mesi. L'ultimo è scaduto il 30 novembre. A 34 anni mi ritrovo con niente in mano, una moglie precaria part-time che prende 600 euro al mese e una figlia. Da gennaio in poi non so come farò a pagare il mutuo».
Si fa avanti un lavoratore. Il nome non lo dice ma ha 42 anni ed è un operaio della verniciatura: «Dopo vent'anni di servizio mi ha chiamato il capo e mi ha dato una bella letterina. Ho moglie e figlio a casa. Ci sono persone con 7, 8 anni di anzianità che invece non sono state toccate. Come si spiega?».
Circa 20mila braccianti hanno partecipato alla giornata di mobilitazione nazionale indetta da Fai-Flai-Uila
| giovedì 18 dicembre 2008 |
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Comunicato unitario Fai-Flai-Uila sulla lotta dei braccianti per misure urgenti sul lavoro e la previdenza, contro il caporalato e per la legalità nel settore, per l'attivazione di un tavolo nazionale e il rinnovo dei contratti
Circa ventimila braccianti agricoli hanno preso parte questa mattina alla giornata di mobilitazione indetta da Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil per richiedere a governo, Inps e organizzazioni agricole interventi urgenti in favore del lavoro e della previdenza, contro il caporalato e per la legalità nel settore, per l’attivazione di un tavolo nazionale sul lavoro agricolo e per l’immediato rinnovo degli oltre 20 contratti provinciali che devono ancora essere rinnovati.
In tutta Italia si sono svolti presidi e manifestazioni sotto le sedi provinciali dell’Inps, delle Prefetture e delle organizzazioni agricole, seguiti da incontri specifici al fine di trovare delle soluzioni alle criticità riscontrate nel settore.
“Per i lavoratori agricoli restano ancora insolute alcune questioni fondamentali che riguardano la gestione del mercato del lavoro e della previdenza” – ha dichiarato il Segretario generale della Flai-Cgil Stefania Crogi – “e anche il tavolo nazionale sul lavoro agricolo, la cui istituzione fu annunciata mesi fa dal Ministro del Welfare, è rimasto finora solo una promessa non mantenuta”.
“Non ci è stata fornita alcuna possibilità di confronto con il governo per cercare di migliorare la condizione di vita e di lavoro dei braccianti agricoli,” – ha continuato Crogi – “ed è per questo che oggi i lavoratori hanno deciso di far sentire la loro voce”.
“Se non arriveranno in breve tempo risposte concrete da parte delle istituzioni” – ha concluso il Segretario generale della Flai-Cgil – “saremo pronti ad intensificare la lotta e ad indire altre giornate di mobilitazione. Vogliamo far conoscere uno per uno i braccianti agricoli italiani al governo, all’Inps e alle controparti per dimostrare che non sono fantasmi come qualcuno ancora oggi si ostina a pensare”.
Roma, 18 Dicembre 2008
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Fiat: sciopero a gennaio. «Il governo aiuti settore auto»
di Maurizio Pagliassotti
su Liberazione del 18/12/2008
Al mercato di borsa non basta l'annuncio Fiat di 5000 licenziamenti e nuova cassa integrazione. Troppo poco, ci vuole la scure, è questa la risposta che arriva dagli investitori internazionali. In apertura ieri mattina il titolo rimbalzava dell'uno virgola qualcosa ma poi fletteva sotto la spinta di vendite fortissime che si sono abbattute come un tornado. Non c'è pace quindi per i poveri azionisti della multinazionale. Mentre il titolo affonda il sindacato decide di scendere in piazza in maniera unitaria. Si monta uno sciopero per gennaio: per chiedere al governo un intervento straordinario a sostegno dell'industria dell'auto e, più in generale, a favore del manifatturiero che produce innovazione tecnologica e occupazione. «E' necessario un incontro con Marchionne per gestire insieme la crisi» sottolinea Eros Panicali, responsabile Auto-Uilm, mentre Roberto Di Maulo, segretario generale Fismic, chiede che «non si porti più lavoro all'estero e che le prossime produzioni restino tutte in Italia». Ma tutte le prossime delocalizzazioni sono già state decise, le produzioni andranno in Serbia e Argentina. Rimane il sogno dell'auto low-cost a Mirafiori, ma a tempi lunghi.
La Fiat ieri ha confermato le indiscrezioni che prevedono una media lavorativa sul 2009 pari ad una settimana su quattro al mese come anticipato da Liberazione sull'edizione serale del 15 dicembre. A Mirafiori, Cassino e Termini Imerese forse si rientrerà il 18 gennaio anziché il 12 e ci sarà un'altra settimana di fermo dal 2 all'8 febbraio (a Termini una in più dal 26 gennaio all'8 febbraio). La Sevel non lavorerà il 12 e 13 gennaio e poi dal 26 gennaio all'8 febbraio. A Pomigliano l'attività sarà ferma ininterrottamente fino all'8 febbraio. Sono tutte date senza valore queste perché la situazione cambia di giorno in giorno. Una fonte interna sostiene che le notizie in questo momento devono essere date «in maniera moderata e, probabilmente dopo le feste natalizie, almeno a Mirafiori, la cassa si estenderà a due delle tre settimane comprese tra il 18 gennaio e l'otto febbraio. Abbiamo il timore è che il mercato si faccia cogliere dal panico, dando così spazio a scalate borsistiche che potrebbero essere ostili». Anche perché oggi l'Ifil, la holding che detiene il 30,45% del gruppo Fiat, è composta da parentame Agnelli e manager che non nutrono sentimentalismi verso la fabbrica dei gloriosi antenati. Venderebbero. Ed è forse anche per questa ragione che l'amministratore delegato Marchionne sta cercando un partner con cui unirsi e non a cui (s)vendersi.
Per il momento comunque i guai più grossi sono riservati per gli "ultimi Fiat", i cinquemila precari cui è stato detto che il contratto a termine non verrà rinnovato. Fine, a casa. Licenziamenti che hanno provocato flebili proteste da parte del sindacato ed anche qualche sospiro di sollievo tra i lavoratori: mors tua vita mea. «L'incontro sull'integrativo - spiega Enzo Masini, responsabile Fiat della Fiom nazionale - è andato molto male. Questo apre un interrogativo sullo scenario nel quale Marchionne intende affrontare la ridefinizione delle strategie: non vorremmo che si scarichi la crisi solo sui lavoratori, mentre si confermano i buoni risultati 2008 e il dividendo agli azionisti».
Tutto questo mentre la strategia difensiva di Fiat si consolida sul non investimento. «La crisi è così forte che puoi fare l'auto più bella del mondo, ma se non te la comprano.... Per questo stiamo arrivando a decidere di non fare nel 2009 il lancio di auto nuove che sono già pronte, ma che forse meritano di essere presentate in momenti migliori». Così il presidente Luca Cordero di Montezemolo, parlando ieri ai giornalisti italiani al tradizionale scambio degli auguri di Natale in Casa Ferrari, ha parlato anche di Fiat, prefigurando un prossimo anno attendista.
«Di certo - ha detto - faremo il lancio della Fiat 500 Cabrio compresa l'Alfa Romeo 149 (che ieri mattina invece si dava per bloccata ndr ). Per le altre novità, stiamo pensando di aspettare tempi più propizi», ha poi concluso dicendo che «la crisi sarà breve» (ma allora perché rimandare il lancio dei modelli?) e che farà «pulizia» tra i costruttori, che a suo dire sono troppi. E troppi costruttori significa anche troppi impiegati e troppi operai. O no?
Per il Governo il lavoro sicuro può aspettare
Testo unico, governo pronto all'ennesimo rinvio, fino al Giugno 2009 l'agenda di Palazzo Chigi esclude il tema della sicurezza sul lavoro. I sindacati: " Gravissimo"
di Rassegna.it
su Rassegna del 18/12/2008
Nel dl Milleproroghe è previsto il rinvio a giugno 2009 delle norme sulla sicurezza, sulla valutazione dei rischi e sulle sanzioni. Altri sei mesi di tempo per modificare (e diluire) la normativa. Allarme dei sindacati: "Un fatto gravissimo"
Testo unico sulla sicurezza, il governo è pronto all’ennesimo rinvio. Nel dl Milleproroghe, all'esame del Consiglio dei ministri giovedì 18 dicembre, è prevista la posticipazione al 30 giugno 2009 della valutazione sui rischi aziendali e delle relative sanzioni. Ma le proroghe non finiscono qui: dovrebbe slittare al 16 maggio 2009 anche il termine di applicazione della norma relativa alla comunicazione degli infortuni sul lavoro di durata superiore a un giorno.
Si tratta di norme decisive per l’applicazione del Testo unico – varato dal governo Prodi – il cui rinvio è giudicato gravissimo dai sindacati.
La notizia è apparsa sul Sole 24 Ore e non ha ricevuto smentite.
Le nuove norme, che applicano sanzioni più severe alle imprese che non applicano le regole sulla sicurezza, erano già state rinviate al primo gennaio 2009.
Al 16 maggio viene posticipata anche la norma che impone nell'ambito degli appalti la redazione del 'Documento unico di valutazione dei rischi da interferenza nelle lavorazioni da parte delle aziende che abbiano già un concorso di appalto'. Il termine del 16 maggio è stato individuato, si legge nella relazione tecnica, in quanto "coerente con l'entrata in vigore delle disposizioni integrative e correttive" del decreto legislativo legge numero 81 del
Fiat, la Fiom chiama il governo
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«Deve affrontare la crisi che porterà a 50mila cig e 5mila licenziamenti di precari»
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Fabio Sebastiani
«Dove va la Fiat?». A porre questa domanda è la Fiom, che pochi giorni fa al tavolo del confronto si è sentita revocare l'impegno a coprire la quota di tredicesima "azzoppata" dalla cassa intregrazione del 2008. «Mai successo - dice il segretario della Fiom Gianni Rinaldini, che ieri insieme al responsabile del settore auto ha tenuto una conferenza stampa sullo stato delle relazioni sindacali - che l'azienda si rimangiasse la parola data».
Sullo sfondo c'è la crisi di settore più forte di tutto il dopoguerra, l'assetto produttivo italiano e il piano di aiuti che un po' in tutto l'occidente i governi stanno cercando di confezionare. Fino a fine febbraio gli stabilimenti del Lingotto rimarranno praticamente chiusi con sulle spalle cinquantamila lavoratori in cassa integrazione e altri cinquemila precari a cui non verrà rinnovato il contratto. Nel corso del 2008 le ore di cassa integrazione ordinaria sono state effettuate circa 6 milioni di ore di cassa nel gruppo. E le prospettive per il 2009 sono ancora più pesanti. Il caso più evidente dello scorso anno è stato la Fma di Avellino dove nel 2008 sono state effettuate 83 giornate di cassa su 220 giornate lavorative. Insomma, abbastanza per parlare di passaggio epocale.
Pagare l'integrazione alla tredicesima, alla Fiat sarebbe costato appena l'1% di quanto andranno a prendere gli azionisti con il dividendo che sarà consegnato a breve. Quindi, perché dare questo schiaffo ai lavoratori? Gianni Rinaldini un pensiero l'ha fatto. E ci tiene a precisarlo. «Nella filiera del gruppo dirigente c'è caos. - dice - C'è qualcuno che gioca a buttare benzina sul fuoco».
Che ai vertici del Lingotto si brancoli nel buio, tra segnali di interessamento della multinazionale indiana Tata e dichiarazioni di John Elkann su possibili posizioni di minoranza del Lingotto, non è un mistero per nessuno. Del resto, la crisi provocata dallo tsunami dei subprime non poteva non avere ripercussioni forti sul "bene di massa" per definizione, l'automobile. «E' come nuotare senza sapere quando potrai poggiare i piedi su un terreno solido - si legge in una intervista a Sergio Marchionne pubblicata su Automotive News Europe lo scorso 8 dicembre - perché il fondale è così instabile che, semplicemente, non puoi dire quando avrai raggiunto un punto di approdo». Nell'intervista, Marchionne delinea un quadro in cui gli "attori globali" dell'auto si ridurranno a 6, e tutti di stampo "Wal-Mart", ovvero auto a basso prezzo, e componentistica e materie prime tendenzialmente omogenee. Una produzione complessiva di circa 6 milioni di auto. «La Fiat si guarda intorno in questa nuova situazione e capisce che si ridurrà a essere un attore marginale se non si dà una mossa».
E' chiaro che una delle tessere per completare il puzzle ce l'ha in mano palazzo Chigi. E ieri la Fiom ha chiesto ufficialmente che scenda in campo. «Si apre una questione con il Governo», ha detto il segretario generale Gianni Rinaldini. Sarà in grado la Fiat di immettersi nel grande alveo della produzione di automobili ecocompatibili? Per farlo ci vogliono tante risorse e grandi capacità di innovazione. A vederla così il gruppo italiano parte molto svantaggiato. «Siamo solo all'inizio di una condizione sociale - ha sottolineato Rinaldini - che nei prossimi mesi sarà semplicemente drammatica» ed è «particolarmente grave per il settore auto». Per il leader dei metalmeccanici è quindi indispensabile un «coinvolgimento del governo, con aiuti al settore auto che non possono essere a pioggia - ha aggiunto - ma finalizzati sul terreno della ricerca e dell'innovazione» sul fronte eco-compatibile e «vincolati all'occupazione (come ha fatto la Merkel in Germania, ndr) e alle prospettive sviluppo di tutti gli stabilimenti presenti nel nostro Paese». Su questo versante, ha aggiunto, «si apre un problema di progettualità in termini di politica industriale e di mobilità sostenibile». E sembra andare in questa direzione anche la commissione lavoro della Camera che nella bozza di parere sulla legge anticrisi ieri ha scritto: «Occorre valutare l'ipotesi di introdurre appositi incentivi per le auto ecologiche e di piccola cilindrata».
La Fiom ha già annunciato che per i primi dell'anno avrà un incontro con Fim e Uilm per decidere eventuali mobilitazioni.
Liberazione 20/12/2008
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Criminalizzare interi gruppi etnici non ha nulla a che fare con la "sicurezza"
di Rebeldia
su altre testate del 18/12/2008
L'anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani (10 dicembre), la giornata internazionale dei migranti (18 dicembre), il periodo di Natale: il Sindaco Filippeschi ha scelto queste ricorrenze per lanciare l'ordinanza contro le "baraccopoli". È una scelta poco felice: perché lo sgombero generalizzato dei campi, previsto dall'ordinanza, rappresenta una violazione dei diritti umani senza precedenti nella nostra città. Decine di famiglie – con donne e bambini – verranno allontanate dalle loro abitazioni precarie e messe in mezzo a una strada, senza alcuna prospettiva.
Si ricalca, in questo modo, la politica delle amministrazioni di centro-destra e dello stesso governo Berlusconi. Una politica duramente sanzionata dagli organismi internazionali – dal Parlamento Europeo fino all'ONU – che per di più non ha ottenuto alcun
risultato: ovunque, gli sgomberi non allontanano davvero i campi, ma li "spostano" da un quartiere all'altro. Si alimentano sofferenze ed esclusioni sociali, e si spendono inutilmente soldi pubblici (perché ogni sgombero ha un costo). A chi giova tutto questo?
Il Sindaco ha parlato di un fenomeno – quello delle baraccopoli - «notevolmente accentuato negli ultimi anni». In realtà, non c'è nessun incremento numerico nei campi: le stesse comunità rumene – in crescita nel 2007, con l'ingresso del loro paese in Europa – sono rimaste stabili, circa 150 persone. Non sarebbe difficile varare politiche sociali per 150 persone: difficile e costoso è invece sbattere 150 persone in mezzo a una strada. Certo, non piace a nessuno vivere in un campo: ed è vero che «la precarietà degli accampamenti costituisce un grave rischio per i loro stessi abitanti». Ma lo sgombero forzato, senza soluzioni alternative, peggiora la situazione, rende più precarie le condizioni igieniche, impedisce la scolarizzazione dei bambini.
L'ordinanza è motivata dal fatto che – citiamo testualmente - «molteplici sono le segnalazioni di cittadini sui fenomeni di piccola criminalità connessi ai campi». Suona improprio il richiamo alla criminalità, visto che a Pisa i reati sono diminuiti del 5% nel giro di un anno (il dato viene dalle forze dell'ordine). E il Sindaco, così attento alla legalità, dovrebbe ricordare che le segnalazioni dei cittadini non sono reati: i reati li accerta la magistratura, e in ogni caso coinvolgono chi li ha commessi, e non i parenti, gli amici, i vicini di casa o di baracca. Criminalizzare interi gruppi etnici non ha nulla a che fare con la "sicurezza": semmai, alimenta paure e nuove esclusioni, come ha ricordato autorevolmente il CENSIS.
E chi sono poi questi «cittadini» che invocherebbero gli sgomberi?
Meno di un mese fa, un "appello pisano contro il razzismo", firmato da uomini e donne autorevoli rappresentanti del mondo della cultura e di quello della fede, ha avuto quasi mille adesioni in meno di una settimana. Il 22 novembre, duemila persone hanno sfilato per le strade di Pisa, chiedendo al Sindaco di non emanare queste ordinanze.
E in estate, centinaia di persone hanno depositato le proprie impronte contro i provvedimenti anti-rom del Governo Berlusconi. Non sono «cittadini» anche queste persone? L'impressione è che, ancora una volta, si sia ascoltata solo una parte di questa città.
Orario, l'Europa batte la deregulation. Il tetto massimo rimane a 48 ore
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del 18/12/2008
In realtà, le operazioni di voto sono state molto più articolate. L'emendamento sul no alle 65 ore settimanali, per esempio, ha avuto il sostegno anche di gran parte degli eurodeputati di Forza Italia, An e Lega.
Ad incontrare il favore dei parlamentari europei sono stati in totale ben quindici emendamenti, tutti migliorativi rispetto al testo presentato dalla Commissione europea.
Nel pacchetto c'è anche, tra gli altri, il rifiuto del meccanismo dell'opt-out (i paesi che lo prevedono hanno tre anni di tempo per toglierlo dalle rispettive legislazioni), ovvero della deroga individuale al tetto, e del calcolo dei periodi di riposo nelle guardie mediche.

L'esito della votazione, avvenuto all'indomani della grande manifestazione organizzata a Strasburgo dai sindacati europei, è stato salutato da un largo applauso e molti deputati si sono complimentati personalmente con il relatore Alejandro Cercas, del gruppo spagnolo del Pse. Lo stesso Cercas ha esortato il Consiglio a considerare questa votazione come «un'opportunità per rendere la nostra agenda simile a quella dei cittadini europei».
A questo punto, le regole nei rapporti tra Parlamento e Commissione europea prevedono la convocazione di un comitato di conciliazione con il compito di trovare un accordo entro sei settimane. In caso positivo il testo dovrebbe comunque tornare al voto dell'Aula. In caso negativo, invece, il provvedimento verrebbe sospeso e tutta la procedura sarebbe rimandata alla prossima legislatura.
Per Roberto Musacchio, parlamentare del Gue/Ngl, «viene respinto il golpe del Consiglio. E' una vittoria di tutti i lavoratori, del sindacato e di tutti quelli che si sono mobilitati per ottenere questo risultato. E' anche una vittoria del Parlamento europeo. Ma ora occorre che il lavoro torni ad essere elemento centrale delle politiche sociali ed economiche europee».
Il segretario del Prc Paolo Ferrero, legge nel voto di Strasburgo, se si considera anche il pacchetto sul clima, una secca, doppia sconfitta del governo italiano in Europa. «L'allungamento dell'orario di lavoro - ha detto Ferrero - è stata una richiesta fortemente spinta dal governo italiano e dal ministro del Welfare Sacconi fin dall'insediamento del governo delle destre». «Tale richiesta, che fa il paio con quella di detassare gli straordinari e con il tentativo di smantellare le difese e i diritti dei lavoratori nei luoghi di lavoro - ha continuato - è stata sonoramente bocciata, dal Parlamento europeo. Le sinistre, e il Prc-Se in testa, si sono battute con forza contro tale direttiva, dimostrando - ha concluso Ferrero - una forte capacità di mobilitazione che oggi viene a frutto con l'importante voto del Parlamento europeo».
Tutti di segno positivo i commenti dei sindacalisti. Per Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, il voto segna «la ripresa della costruzione di un'Europa sociale». Fulvio Fammoni, della segreteria nazionale della Cgil, parla di «risultato straordinario, superiore ad ogni aspettativa». «Provvedimenti palesemente contro il lavoro - ha aggiunto Fammoni - non hanno consenso e alcuna possibilità: se ne prenda definitivamente atto, ne prendano atto i governi europei e il governo italiano che aveva dato un voto decisivo favorevole a questo provvedimento». Toni di esultanza anche da parte del segretario generale della Fp-Cgil, Carlo Podda, che esprime «grande soddisfazione» per questo risultato «frutto dell'iniziativa di pressione e mobilitazione dei sindacati nazionali, in particolare dei servizi pubblici, e dell'intera Ces».
Braccianti, cento manifestazioni per non essere più fantasmi
di Checchino Antonini
su Liberazione del 18/12/2008
Cento manifestazioni per non essere più fantasmi. Cinque volte hanno scritto invano al ministro Sacconi. Così. sotto le sedi dell'Inps, di prefetture e di organizzazioni padronali in tutta Italia, oggi, si materializzeranno i braccianti agricoli. Nove i presìdi unitari (e non era scontato) organizzati in Sicilia, cinque in Sardegna, Campania, Lazio e Puglia, quattro in Calabria, due in Trentino, Lucania e Friuli. E poi a Firenze, Genova, Orvieto, Campobasso, Venezia.
«Nessuno sembra accorgersi di loro - spiega a Liberazione la segretaria generale della Flai Cgil, Stefania Crogi - ma sono un milione di lavoratori, perlopiù maschi, con le donne pagate meno. Nel settore il lavoro migrante è almeno la metà e le sacche di lavoro nero sacche in certe zone del Sud sfiorano il 60%. Vai ad esempio a S.Nicola a Varco, nel salernitano, sarà una delle esperienze più sconvolgenti della tua vita, vedrai tendoni clandestini, chi li denuncia rischia la vita, dove vivono a centinaia, stipati... sembra la tratta degli schiavi. Se vai a Foggia ti accorgerai che spariscono nella piana, come è capitato ad alcuni polacchi. Se ne sono ritrovati i resti, sono segnali per chi si ribella».
Eppure sono i braccianti ad aver scritto pagine importanti della storia della Cgil (nella battaglia per lo Statuto dei lavoratori e per il contratto nazionale di lavoro) e, venerdì scorso, allo sciopero generale, erano loro a riempire con rabbia molte piazze del Sud dopo centinaia di assemblee serali, lega per lega. «Ora si trovano tra due fronti: uno istituzionale, con un governo che smantella le conquiste, l'altro sociale col rifiorire dello sfruttamento di manodopera da parte di una malavita pervasiva.
«E' un lavoro duro quello del bracciate, si lavora per sette otto mesi quando va bene, sennò 50-70 giornate l'anno». Come si fa a campare? C'è l'integrazione della cosiddetta disoccupazione agricola, spesso ci si ingegna nell'edilizia, nel facchinaggio o nel commercio. E' così che si diventa dei senza volto e senza nome, ma ti assicuro che sono in carne e ossa».
La mobilitazione di oggi dovrebbe servire a sbloccare lo stallo in cui si trova la categoria dopo il blocco di fatto della riforma previdenziale, siglata ai tempi del governo Prodi, e da allora in vana attesa dei decreti attuativi. «Sacconi non ci ha mai risposto», ricorda ancora Crogi. La riforma del welfare aveva stabilito che il salario da prendere in considerazione per le prestazioni Inps, il tfr e la pensione fosse il salario contrattuale - «come per gli altri lavoratori» - perché per i braccianti funziona ancora il concetto di salario medio convenzionale. «E' una storia molto vecchia, risale al fatto che - specie nel meridione - raramente un lavoratore agricolo viene pagato con il salario tabellare. Allora, il salario medio convenzionale era una sorta di via di mezzo perché di fatto non veniva rispettato il contratto nazionale di lavoro». L'Inps non ha mai emanato disposizioni per rendere attuativo l'accordo. «Significa per i braccianti, una penalizzazione almeno del 25%, su pensione e liquidazione». Poi c'è la questione dei voucher , il ticket (10 euro ogni ora di lavoro. 2,5 vanno al fondo di accantonamento, 7,50 al lavoratore) che viene erogato a studenti e pensionati che lavorano stagionalmente nell'agricoltura. Sacconi vuole estenderlo a tutto il lavoro accessorio all'agricoltura «ma così ogni lavoratore perderebbe ogni diritto. In pratica compri un'ora di lavoro al di fuori del contratto, che poi è il sogno di questo governo, così infatti sarebbe destrutturata ogni valenza del contratto nazionale». Inoltre, in molte regioni l'Inps non riconosce la cassa integrazione in deroga e mancano all'appello una quarantina di contratti provinciali, soprattutto nel Sud, per l'inadempienza di Confragricoltura Coldiretti e Cia; mancano le commissioni tripartite nei centri per l'impiego «così agiscono il caporalato e le cosiddette cooperative senza terra che altro non sono se non intermediazione illegale di manodopera. E i lavoratori ci perdono perché è lavoro nero e, senza il riconoscimento delle giornate dell'anno precedente, chi è migrante perde il permesso di soggiorno. Ed è più ricattabile».
Crisi, anche Confindustria vede nero: «600mila posti persi entro giugno»
di Roberto Farneti
su Liberazione del 17/12/2008
Quattrocentomila lavoratori già in cassa integrazione a causa della crisi, migliaia di precari mandati a casa e «il peggio deve ancora arrivare». Per avere pronunciato questa frase dal palco in piazza Maggiore a Bologna, nel giorno dello sciopero generale, Guglielmo Epifani si è beccato una sequela di insulti. Le stime diffuse ieri dal centro studi di Confindustria sull'occupazione e sull'andamento dell'economia sono invece la conferma che il leader della Cgil, purtroppo, ci aveva visto giusto.
Tra il secondo trimestre del 2008 e la seconda metà del 2009, fanno sapere i tecnici di Viale dell'Astronomia, i posti di lavoro persi potrebbero diventare addirittura 600mila. Nel 2009, per la prima volta dal 1994, l'occupazione scenderà dell'1,4%. Contestualmente, si assisterà «ad un incremento sostanzioso del tasso di disoccupazione» che, sempre nel 2009, «toccherà l'8,4% per l'effetto congiunto della perdita di posti e della ricerca di un impiego da parte dei soggetti a più basso reddito e nelle aree più arretrate del paese».
Tutto ciò in attesa della ripresa che, però, comincerà a farsi vedere solo alla fine del prossimo anno. Secondo Confindustria infatti il 2008/2009 sarà per l'Italia il primo biennio di recessione dal dopoguerra ad oggi. Quest'anno il Pil diminuirà dello 0,5% e ancora peggio andrà nei successivi 12 mesi (-1,3%). Solo nella migliore delle ipotesi nel 2010 la ricchezza prodotta dal nostro paese dovrebbe tornare a crescere, sia pure di poco (+0,7%).
Numeri che dimostrano come le misure anticrisi fin qui messe in campo dal governo siano sbagliate e inadeguate. La novità è che ora sembrano rendersene conto anche le imprese. «Chiediamo al governo - dice la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia - di convocare molto presto un tavolo a cui partecipino tutte le forze politiche e sociali per dare risposte concrete ai cittadini». Ovviamente l'obiettivo degli industriali è sempre quello: battere cassa. Di fronte al crollo del mercato europeo dell'auto registrato a novembre (-25,8%) - crollo che ha coinvolto anche la Fiat (-24,9%) - ieri il presidente dell'Unione delle Case estere, Salvatore Pistola, ha dichiarato che un intervento dello Stato a sostegno del settore «come ha già fatto la Francia e stanno facendo l'Inghilterra, la Germania e perfino la Svezia, non è più procrastinabile».
Da Honk Kong il governatore della Banca d'italia, Mario Draghi, sollecita «nuove misure fiscali, monetarie e normative» per affontare la crisi globale. Appello subito raccolto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che promette di destinare «ancora alcuni miliardi» di euro al rilancio dell'economia.
In Italia servirebbero anche misure per il rilancio dei consumi, come la detassazione delle tredicesime. L'unico fronte su cui il governo sembra invece intenzionato a muoversi è quello del sostegno all'occupazione utilizzando, spiega il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, «i fondi di coesione europei in una logica anticrisi e, in particolare, per gli ammortizzatori sociali».
Scuote la testa Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 Aprile (Cgil): «Il governo e le imprese - ribatte - dovrebbero sedersi a un tavolo mettendo sul piatto in primo luogo il blocco dei licenziamenti e la tutela del reddito dei lavoratori».
Confindustria annuncia due anni di recessione
di Antonio Sciotto
su Il Manifesto del 17/12/2008
Nel 2009 si perderanno 600 mila posti di lavoro, il pil scenderà dell'1,3%. Prestiti più difficili per famiglie e imprese. Inflazione in discesa, ma anche i consumi. Marcegaglia: «Il governo chiami a un tavolo tutte le forze politiche e sociali»
«Per la prima volta nel dopoguerra si verifica in Italia un biennio di recessione». Esordisce così l'ultima relazione degli Scenari economici di Confindustria, presentata ieri dalla presidente Emma Marcegaglia. Le previsioni, segnala il centro studi dell'associazione, sono peggiorate nettamente in un solo mese: il 15 novembre si indicava una crescita del pil negativa per lo 0,4% quest'anno e per l'1% nel 2009; secondo i dati di ieri, siamo già rispettivamente a -0,5% e -1,3%. La ripresa si potrà vedere solo nel 2010 (+0,7%). Ha pesato più di tutto il crack della banca d'affari Usa Lehman Brothers, che ha «drammaticamente aggravato la crisi bancaria e finanziaria», e ha «quasi istantaneamente diffuso il panico all'economia reale, alle famiglie e alle imprese».
Le ricadute sono molto pesanti nella società, e scorrendo il rapporto, infatti, ci si imbatte in un numero ancor più terrorizzante: gli industriali prevedono la perdita di almeno 600 mila posti di lavoro l'anno prossimo, mentre registrano le crescenti difficoltà di famiglie e imprese ad accedere a mutui e prestiti. E' il cosiddetto credit crunch, la chiusura dei cordoni da parte delle banche, in un avvitamento della sfiducia che passa da un settore all'altro, come di un cane che si morde la coda. Per questo ieri la Confindustria ha sollecitato il governo perché «concretizzi l'intervento a favore del capitale delle banche», finora solo annunciato ma evidentemente atteso invano. Marcegaglia ha attaccato anche le banche: l'erogazione del credito ha rallentato «bruscamente», e l'Abi, dal canto suo, si è difeso dicendo che non è vero: «L'erogazione è molto elevata», ha replicato il presidente dell'Abi Corrado Faissola.
Secondo la Confindustria, negli ultimi 2 mesi è rallentata l'erogazione dei mutui alle famiglie (-1,8% in ottobre, -4,8 miliardi di euro); per quanto riguarda le imprese: dal picco del +14,7% di ottobre 2007, si è passati a quest'anno a +8,4%, «oltre 6 punti di crescita in meno». Nel 2009 si prevede poi un «record» sul fronte occupazione: per la prima volta dal 1994, si avrà una diminuzione (-1,4%; rispetto al +0,3% di quest'anno; tornerà positivo, +0,8%, nel 2010). Male anche la disoccupazione: se il 2008 si chiude con un 6,8%, l'anno prossimo balzerà all'8,4%, per riscendere nel 2010 (8%).
Quanto alle famiglie, gli industriali vedono in arrivo un insperato «bonus» di ben 24 miliardi di euro, che però non sarà erogato dal governo, ma dal combinato del calo dei prezzi dell'energia e del tasso di interesse applicato dalla Bce: in soldoni, potrebbero essere in media (solo per quanto riguarda l'energia) 866 euro medi in più in tasca a ciascun nucleo familiare, ma non è detto - avverte Confindustria - che questi maggiori risparmi si traducano in consumi, dato il «prevalere dell'incertezza». E così se quest'anno i consumi hanno già segnato un triste -0,5%, l'anno prossimo si inabisseranno in un ben più pesante -1,4%. Per risalire a un +0,7% nel 2010. Si dovrebbero raffreddare anche i prezzi: dal 3,4% di quest'anno (ma va ricordato che negli aumenti contrattuali gli industriali non offrono più di 2-2,2%, perché «depurano» dall'energia) si passerà all'1,7% nel 2009, per risalire al 2,1% nel 2010.
Vanno segnalate, perché interessanti politicamente, le considerazioni rispetto alla spesa pubblica: gli industriali sono diventati fortemente keynesiani (tanto che gli Scenari si aprono con una citazione di Keynes e una del saggio Lao Tse: «Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla»). Spiegano che «solo la politica economica può ristabilire la fiducia» e che «la leva corretta da adoperare è la spesa pubblica in investimenti e ammortizzatori sociali». Inoltre - ineditamente - si segnala il pericolo che può nascere da un taglio avventato dei precari pubblici: «Il taglio dei costi nel pubblico impiego, previsto nella manovra, se attuato attraverso una diminuzione dei precari, potrebbe influire negativamente sulla produttività e la qualità della macchina amministrativa.Questa forza lavoro è sicuramente la parte più stimolata e spesso più dinamica e preparata del personale pubblico».
Insomma, Marcegaglia ieri dunque ha invocato un intervento più incisivo da parte del governo, non solo sul fronte banche, ma anche per il debito che le pubbliche amministrazioni hanno rispetto alle imprese (60-70 miliardi di euro): «Quanto fatto finora è insufficiente». E poi, ha chiesto all'esecutivo di convocare un tavolo con «tutte le forze politiche e sociali», per «ritrovare l'unità». Infine una «chicca»: Emma Marcegaglia si è detta d'accordo con Brunetta sull'età di pensione delle donne.

https://home.rifondazione.it/xisttest/dip_36/inchiesta-lampo
La crisi economica in tre atti
di Giovanni Mazzetti
su Il Manifesto del 20/12/2008
Ha ragione Freud quando compatisce gli esseri umani per la loro evidente difficoltà di imparare dall'esperienza. Una difficoltà che si manifesta nel loro essere spesso vittime di una spinta a ripetere coattivamente alcuni comportamenti, nonostante in precedenza abbiano avuto esiti disastrosi. Ma ha ancora più ragione Marx quando sostiene che ogni ripetizione della storia si trasforma quasi inevitabilmente in una farsa. Soffermiamoci, dunque, sulla farsa in corso.
1980-2007 Primo atto, dominato dalla ripresa di quelle pratiche e di quei comportamenti finanziari che, a metà anni '20 negli Usa, avevano dato adito alla più grande crescita del capitale quotato in borsa. Con sconsiderata baldanza sono state progressivamente smantellate le norme e le pratiche, che dopo il disastro degli anni '30, erano state elaborate, proprio per impedire che la speculazione finanziaria finisse, come accadde allora, fuori controllo. Con grande protervia si è ingenuamente ripetuto, come si faceva prima del '29 (vedi Galbraith, Il grande crollo), che, essendo il mondo profondamente cambiato e disponendo di nuovi strumenti analitici e previsionali, il capitale era ormai garantito dal rischio. Per questo Bernard Madoff, con la sua truffa da 50 miliardi di dollari scoperta in questi giorni rifà il verso a Charles Ponzi, con la sua truffa da 10 milioni di dollari del 1920.
2008-2009 Intervenuto il crollo, inizia la replica del secondo atto. Sullo sfondo della bufera borsistica comincia a levarsi il coro delle nenie ossessive di giornalisti, politici, imprenditori, perfino di cittadini qualunque, «sulla necessità che tutti sopportino dei sacrifici». A quel coro si intreccia il contrappunto dei cantori della natura salvifica della crisi, coloro che pensano che essa contribuisca a depurare l'organismo sociale delle tossine accumulate, e che tutto possa risolversi nella reintroduzione delle regole di cui si era preteso di fare a meno. La scena del secondo atto è però popolata anche da personaggi minori, apparentemente indipendenti dal quadro generale. Il Presidente del consiglio, ad esempio, sembra cadere al di fuori della cerchia di coloro che spingono per il ripetersi di riti sacrificali, ma anche di coloro che parlano di una salutare purga. Egli tuttavia incarna un'altra figura della coazione a ripetere, quella di chi non essendo personalmente sfiorato dalla crisi, dice che il sopportarla non è affatto necessario e insiste nel ripetere che è solo questione di agire come fa lui, cioè con «ottimismo». Il problema si sposta così dalla dinamica sociale alla componente soggettiva, trasformando la crisi in un semplice disturbo della personalità di chi la subisce. Il governo, dal canto suo, ha invece agito il quarto ruolo della ripetizione, quello canonico di chi è convinto che il problema esista, ma dispensando degli oboli si possano evitare le sue conseguenze più gravi. Ovviamente, poiché l'elemosina in questo caso è post-moderna, la si deve definire con un termine evocativo e altisonante, non la «carta dei poveri» di triste memoria, bensì una social card ricaricabile.
2009 - ... E' ovvio che se restiamo intrappolati in questa «commedia» siamo fritti. E per evitarlo dobbiamo riuscire a sottrarci dalla ripetizione di quello che è sempre stato il terzo atto rappresentato in occasione delle crisi economiche. Mi riferisco all'intervento di chi, schierato a sinistra, è convinto che la volontà alternativa sia sufficiente per invertire il processo in corso. Ritengo che sia piuttosto necessario un vero e proprio rovesciamento culturale, che muova da alcuni punti fermi:
1. L'idea che dei «sacrifici» possano contribuire a risolvere un qualsiasi problema è un'idiozia, e costituisce la spia del trascinarsi nella modernità di una cultura arcaica. Il sacrificio è infatti una rinuncia, una privazione, cioè un atto negativo. Viene in genere associato a un possibile esito positivo, da chi lo concepisce, solo perché il percorso che conduce a quell'esito gli è del tutto sconosciuto. Chi suggerisce di affrontare la crisi sacrificandosi confessa pertanto abbastanza chiaramente di non comprendere quello che sta accadendo, e di sperare di uscirne fuori in una forma mistica. Quando non approda addirittura, come ha fatto il segretario della Cisl, a veri e propri scongiuri, per salvarci da quella che, con grande acume analitico, ha definito la jella. Il fatto che sulla necessità dei sacrifici ci sia un vasto consenso non cancella questo giudizio, perché notoriamente la maggior parte delle persone - anche quelle acculturate - non capisce quasi nulla di economia.
2. Come ha sottolineato Nietzsche, spesso gli esseri umani confondono gli effetti dei fenomeni con le loro cause. Nel nostro caso, poiché la crisi li impoverisce essi desumono che la crisi sia causata da un impoverimento oggettivo, un venir meno delle risorse, al quale non potrebbero sottrarsi. In questa prospettiva, però, la crisi finisce con l'essere evirata della sua componente rivoluzionaria. Infatti, la crisi rappresenta il momento nel quale le argomentazioni ideologiche si dissolvono, e il movimento contraddittorio della società può essere colto con chiarezza. E' vero che, nella crisi, «la società si trova ricondotta a uno stato di momentanea barbarie, perché l'industria e il commercio sembrano distrutti». Ma ciò non accade, perché le risorse sono venute meno, bensì «perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società» (Marx, Il manifesto).
3. Ora, la cosiddetta sinistra ha sin qui fallito nel procedere a questo rovesciamento di prospettiva. Vale a dire che non ha saputo vedere e far vedere quel fenomeno apparentemente paradossale - la povertà determinata dall'abbondanza, descritto da Keynes - dimostrando così di non essere all'altezza del compito che ha ricevuto dalla storia. Ma per «vedere» l'arbitrarietà di una sofferenza sociale bisogna saper individuare gli elementi di trasformazione insiti nella situazione. Sembra che solo adesso, dopo la lunghissima crisi che abbiamo attraversato e al sopravvenire dell'inevitabile disastro, qualcuno a sinistra cominci a ripetere balbettando ciò che la rivoluzione keynesiana rese palese ben 80 anni fa e cioè che «la spesa di un individuo è il reddito di un altro individuo», cosicché senza spesa non può intervenire la creazione del lavoro che manca o la riproduzione del lavoro che c'è. Ma quel che resta della sinistra è lontana mille miglia dal comprendere ciò che è implicito in questo semplice fatto. Per questo urge un'esegesi della crisi. Se qualcuno di coloro che si sono spremuti le meningi per dare un voto alle cosiddette «primarie delle idee», e di coloro che hanno criticato il basso spessore culturale di questa iniziativa, spendesse un po' delle sue energie intellettuali a capire il significato dell'affermazione di Keynes, forse, potrebbe accendersi un barlume di speranza di non dover ripetere coattivamente il terzo atto della farsa.
Alice oltre lo specchio
di Alfonso Gianni
su Liberazione del 18/12/2008
Il denaro americano a tasso zero
Non era mai successo lungo i 95 anni della sua storia, ma era già nell'aria che dovesse accadere e così è stato: la Federal Reserve americana ha azzerato il costo del denaro. Lo stupore è quindi relativo anche se la maggioranza degli operatori si aspettava al massimo un taglio di mezzo punto, dall'1% allo 0'5%. Come si vede la differenza con la decisione effettivamente presa, un tasso interbancario che si situa tra lo 0 e lo 0,25%, non è molta dal punto di vista quantitativo, ma l'azzeramento totale ha il sapore di una misura eccezionale, secondo alcuni addirittura temeraria. Certamente Ben Bernanke il capo della Fed ci ha ben pensato. Come si sa egli è uno dei massimi studiosi della Grande Depressione degli anni Trenta e dunque sa, a differenza dei suoi omologhi europei, che non si cura una grave malattia infettiva con l'Aspirina. Sa anche che non basta neppure la decisione che ha preso. Questa non riesce da sola ad avere influssi positivi sull'economia, perché il sistema dei crediti si è inceppato, la sfiducia si è generalizzata e le banche non hanno alcuna vocazione missionaria.
Per questo, nel momento in cui la storica decisione di annullare il costo del denaro azzera anche ulteriori margini di azione della Fed su quel terreno, Bernanke annuncia nuove ulteriori iniziative che con gli stitici parametri europei verrebbero considerate addirittura clamorose. Decide di ritirare i titoli spazzatura, agisce per aiutare direttamente le famiglie con mutui a buon mercato e con un sostegno alla loro possibilità di consumo, promette di acquistare direttamente titoli del Tesoro americano per mantenerne bassi i tassi a lunga scadenza.
In particolare con queste ultime misure la Fed va ben oltre le scelte adottate dalla Banca del Giappone (Boj) durante la lunga depressione giapponese degli anni Novanta e che si rivelarono di per sé poco efficaci.
Ma soprattutto le decisioni dell'altro ieri vanno ben al di là di una concezione improntata al salvataggio delle banche e dei banchieri, come all'aiuto alle grandi industrie automobilistiche. Disegnano un nuovo ruolo sia per la Fed che per il Tesoro americano, quindi per il governo e lo stato di quel paese. L'amministrazione Obama si assume il compito di finanziare un gigantesco pacchetto di incentivi e stimoli economici, valutato tra i 700 e i 1000 miliardi di dollari, contemporaneamente la Fed si impegna a rimettere in moto il mercato del credito che si è inceppato e senza il quale il programma di aiuti governativo resterebbe inerte. A differenza che in Europa, e in molti paesi europei, ove in ossequio ad una malintesa autonomia dal potere politico, le banche centrali vanno da una parte e i governi, quando e se si muovono, da un'altra, negli States sta sorgendo un nuovo sistema sinergico fra banca e governo centrali.
E' difficile immaginare una critica più esplicita ai pilastri del neoliberismo che per anni ha predicato l'assoluta autonomia decisionale del sistema bancario. I pilastri delle dottrine monetariste sono sconvolti. L' autorevole Economist a fine novembre si interrogava se non fosse il caso di tornare a stampare carta moneta. In effetti chi può farlo lo ha fatto, come si vede dal bilancio della banca centrale americana che da settembre ad oggi è salito da 900 a 2mila miliardi di dollari e alcuni pensano che arriverà a 3mila miliardi da qui a poco tempo.
Se tutto questo avviene non è solo merito della maggiore reattività del gruppo dirigente americano emerso dopo la sconfitta di Bush, che peraltro del tutto nuovo non è, visto che importanti figure che hanno avuto non poche responsabilità nel passato vi si ritrovano nuovamente, come Paul Volcker, l'uomo che nel 1979 determinò la storica svolta della Fed in senso antinflazionista accompagnando così il trionfo del neoliberismo negli Usa e nel mondo. Il fatto è che la crisi è assai più grave di quanto già fosche non fossero le più lucide previsioni. Il problema non è più paragonarla al 29, ma ai terribili anni che seguirono dopo il big crash delle borse, i primi anni trenta, quelli immortalati dai romanzi di John Steinbeck. Oramai siamo al capovolgimento dei comportamenti tradizionali degli investitori e dei grandi risparmiatori. Capitalisti privati e soprattutto gestori di fondi sono disponibili a pagare un interesse al Tesoro americano, anziché riceverlo, acquistando in massa i titoli emessi, pur di tenere al sicuro ingenti quantità di liquidità. Siamo quindi entrati nell'epoca dei tassi negativi. Alice del paese delle meraviglie è passata oltre lo specchio.
La distanza con le scelte europee non potrebbe essere più netta. Jean Claude Trichet, il presidente della Banca centrale europea, poche ore prima della storica decisione americana, ammoniva contro la presunta trappola dei tassi nominali troppo bassi. In effetti la divergenza della politica delle due banche è massima. Siamo tornati, per quanto riguarda la differenza dei tassi, all'estate del 2006, ma a posizioni invertite. Allora il costo del denaro americano era del 5,25% e quello europeo del 2,75%, oggi in Europa siamo al 2,5% e negli Usa a zero. Una differenza che non depone certo a favore della stabilità monetaria internazionale né tantomeno della centralità del ruolo del dollaro negli scambi internazionali. La necessità di una nuova conferenza monetaria e economica internazionale, capace di avere un'autorevolezza simile a quella di Bretton Woods del '44, cosa che nessun G20 può oggi avere, è più impellente che mai. Ma neppure questa sarebbe sufficiente. Le decisioni di questi giorni mostrano che tutte le certezze e le dottrine del passato sono frantumate. Combattere la deflazione e la depressione è cosa assai più difficile che non l'inflazione o una momentanea recessione e gli esempi storici cui fare riferimento sono scarsi o del tutto inapplicabili. In queste ore assistiamo ad un revival del new deal, magari riverniciato di verde. Cosa giustissima in sé e che bisognerebbe cominciare effettivamente a fare, utilizzando ad esempio il pacchetto di stimoli europei a questo scopo (anche se il fine economista Berlusconi considera la tutela dell'ambiente un lusso in tempi di vacche magre).
Ma al punto cui sono giunte le cose anche qualche misura azzeccata di tipo keynesiano non basterebbe. Non dimentichiamoci mai che Franklin Delano Roosevelt soleva dire negli anni quaranta «Non chiamatemi dottor new deal, chiamatemi dottor Guerra». Voleva dire che non furono tanto le innovative politiche espansive assunte in tempo di pace dal governo americano nella seconda metà degli anni Trenta a risolvere la situazione, quanto invece l'enorme domanda di materiale bellico durante la guerra e il piano di aiuti mondiale varato dopo, il piano Marshall, che garantirono alla locomotiva americana quella ripresa che consentì il suo dominio mondiale nell'età dell'oro. Lo stesso Keynes in uno dei suoi ultimi scritti riconobbe questa verità.
Nella situazione attuale pensare che solo una guerra ci salverà è pura follia. Da questa crisi bisogna uscire, ma lo si può fare solo con una grande svolta politica che rimuova le sue cause di fondo che risiedono del deprezzamento, nello svilimento e nella precarizzazione del lavoro umano. Anche i più grandi programmi hanno un inizio. Per fare solo un esempio si pensi al valore che avrebbe l'attuazione nei modi corretti di una proposta come il blocco dei licenziamenti per la durata della crisi e il contemporaneo avvio di processi di riconversione industriale. L'ha avanzata la Fiom in Italia, pare la raccolga la Merkel in Germania. Potenza delle idee. Che la sinistra di alternativa in Italia non dovrebbe farsi scappare.
Il Sistema Romeo padrone della città
di Giuseppe D’Avanzo
su la Repubblica del 18/12/2008
Non c’è alcun «interesse pubblico» in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di «pubbliche funzioni» e di «pubblici poteri», fosse deperita la più elementare nozione - e distrutta anche soltanto l’ombra - di «servizio al bene collettivo». Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali -in questo «sistema» apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. «Dobbiamo parlare delle cose nostre...». «Quella cosa nostra come sta andando?». «C’interessano soltanto le cose nostre?». «Dacci uno sguardo a quella cosa nostra?».
Alfredo Romeo si autodefinisce «leader del mercato immobiliare». Gestisce, in appalto, un patrimonio pubblico di 48 miliardi tra Napoli, Milano, Venezia. Tiene d’occhio (si legge nelle carte) Roma e Firenze. Ficca il naso a Bari. È, dicono i pubblici ministeri, «lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale» di un «sistema» elementare, come un do ut des. Sgomina la concorrenza, quando si affaccia perché si fa consegnare i documenti della gara, li corregge, li riscrive mentre i suoi "pupazzi" si preoccupano di farli approvare.
E’ una scena che capovolge tutte le convinzioni sul morbo italico della corruzione. Il tableau napoletano racconta che non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa. E’ l’impresa che ingaggia la politica, la crea dal niente, la coccola, la indirizza, ne fissa gli obiettivi e i programmi, la corrompe, se ne appropria come fosse una cosa sua. I politici appaiono miserabili figurine nelle mani dell’imprenditore. Lo assecondano in ogni ambizione e desiderio; sgomitano tra di loro «come in ogni harem che si rispetti», esagerano i pubblici ministeri, per diventare «il favorito del sultano».
Il «sultano», chiamiamolo così, è generoso. Assume amici, mogli, figli, parenti prossimi. Quando non assume, allarga i cordoni della borsa magari con una consulenza o con un contratto assicurativo. Si lascia indicare di buon grado ditte a cui affidare un subappalto. In qualche caso, affiora «denaro sonante», ma la vera posta è un’altra: fare di un consigliere circoscrizionale un consigliere comunale. Di un consigliere comunale, un parlamentare. Di un parlamentare, un sottosegretario da governare come un burattino. La politica diventa lo «strumento attuativo» dei progetti dell’impresa, soltanto la funzione servente e sottordinata delle mire dell’imprenditore.
E’ il quattro aprile del 2007, il centro sinistra è al governo. Giorgio Nugnes (l’assessore di Napoli suicida) chiama Romeo.
Nugnes. «Mi ha chiamato Renzo (è Renzo Lusetti, all’epoca parlamentare della Margherita e segretario di presidenza della camera dei deputati) per vederci con Rutelli circa il congresso cosi... Lui si rende conto. Dice: "Sarebbe utile che tu ci venissi a dare una mano a Roma". Perché, giustamente, l’ho fatto riflettere: con 4 ministri, vicepresidente del consiglio e il segretario del partito, insomma, questi si sono fatti scippare il partito da sotto. Insomma a stento arrivano al 30 per cento».
Romeo. «Con Renzo ci ho parlato anch’io. Ti ha fatto anche i complimenti, abbiamo confrontato questa cosa tua che stai facendo su Napoli... e lui spesso mi ha detto: "Dobbiamo parlare con Francesco"».
Nugnes. «Preferisco questo percorso qua anziché buttarmi in mezzo alle Regionali. Se devo fare l’amministratore non mi posso mettere a fare i voti per la Regione insomma. Ti pare?».
Romeo. «Va bene, io ho appuntamento telefonico con lui stasera, mi deve far sapere una cosa...».
Il «sultano» dirà di aver presentato Nugnes a Rutelli. Di averlo definito «un "giovane di qualità" che lo stava "aiutando" su Napoli e che, a differenza del sindaco, si era mostrato "disponibile" nei suoi confronti». E’ quasi una lasciapassare per un salto nella carriera dell’assessore. Altri bussano alla porta di Romeo disponibili a prendere ordini come Nugnes. Che, nelle lunghe conversazioni con Romeo, indica le gare di appalto disponibili. Si lascia dire che cosa deve dire, come dirlo, quando dirlo. Si lascia preparare e correggere dai tecnici della Global Service di Romeo gli atti amministrativi e le delibere. Rimuove gli intoppi in giunta e in consiglio e, quando l’opposizione rumoreggia o si fa testarda, avverte «il sultano». Che si mette al lavoro sull’altra sponda politica.
Romeo chiama Italo Bocchino e il vice-presidente dei deputati del Partito delle libertà (oggi) si lascia addottrinare, come uno scolaretto, sulle decisioni del Consiglio d’Europa utili, le sentenze del Consiglio di Stato decisive, le mosse aggressive dei Costruttori (sono i competitori di Romeo). Poi, è Bocchino a muovere i suoi fanti inconsapevoli (non tutti). Convoca i consiglieri di Alleanza nazionale. Li convince a ritirare gli emendamenti che ostacolano l’appalto e poi addirittura a lasciare l’aula. Soddisfatto del suo lavoro, Bocchino commenta con Romeo: «Alfredo, siano una cosa consolidata, una cosa solida, un sodalizio?». Il rapporto è cosi stretto che Bocchino si dà da fare per convincere un chef (l’apprezzatissimo Gennarino Esposito della Torre del Saraceno di Vico Equense) a lavorare nell’hotel a cinque stelle luxury di Romeo. Il legaccio è così serrato che a Bocchino importa niente che l’altro penda per il centro-sinistra. «Organizzo una colazione con Gianfranco (Fini)?». Lo invita alle grandi manifestazioni di An. Gli ricorda «i saluti di Andrea Ronchi (oggi ministro)?». Gli annuncia le mosse di Fini: «viene a trovarlo Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto». Romeo, dopo, lo lusinga: «Fini ha fatto un figurone enorme...». Bocchino: «Madonna, ha fatto una bella cosa oggi con Aznar».
Bocchino, Lusetti. Di qua e di là. Il bipolarismo diventa una farsa. Qualsiasi cosa succeda al vertice della piramide politica, Romeo ha il suo uomo, dice il giudice, ma la spalla più solida, il burattino più reattivo, spregiudicato, operoso è il Lusetti. Il «sultano» lo manovra a piacimento (sembra). Quando non rende come dovrebbe, Romeo lo rimprovera. Mica soltanto sulle "cose loro", anche sulle cose che dovrebbero essere soltanto della politica. I congressi, ad esempio. Il «sultano» vuole allungare le mani a Firenze e a Bari. Gli equilibri politici devono essere coerenti alle sue ambizioni (quadri politici obbedienti) e Lusetti, quello sventurato, perde i congressi cittadini invece. A Romeo salta la mosca al naso e lo dice all’altro a muso duro.
Romeo. «Mi hai bruciato il congresso a Firenze? mi hai bruciato il congresso a Bari? tutti i congressi fino adesso me li hai fatti perdere tutti? mo’ cambio partito e mi metto con i Ds (è il 3 maggio 2007)».
Lusetti. «Con i Ds hai più fortuna? hai capito che i Ds sono più bravi di noi?».
Forse celiano. Si mettono subito al lavoro su «una questione di vita o di morte». La "Romeo Gestioni" ha una controversia con la "Manital" per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma. Decide il Consiglio di Stato. Lusetti deve intervenire. Conosce l’uomo giusto. E’ Paolo Troiano, segretario generale per il Consiglio di Stato e dal 2005 al settembre del 2007, vice segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri.
Lusetti. «C’ho un incontro operativo alle otto, direttamente con il grande capo e parliamo di tutto. Capito?».
«Conversazioni di questo tipo ?- scrivono i pubblici ministeri - lasciano comprendere in pieno lo spessore del potere di Romeo» perché l’operazione va in porto. Il Consiglio di Stato capovolge a favore della "Romeo Gestioni" la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso della "Manital" annullando i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo del ricco appalto per la gestione del patrimonio stradale del comune di Roma.
Romeo chiede a Lusetti anche di «metter a posto» chi, nel partito, non guarda nella sua direzione con la necessaria attenzione. Antonio Polito (oggi direttore de ilRiformista, nel marzo 2007 senatore della Margherita e segretario del partito a Napoli) lo ha tagliato fuori da un appalto cospicuo («i hanno escluso perché c’era un suo amico, hanno fatto un po’ una pastetta»).
Lusetti è pronto a fare la faccia feroce. «Se vuoi blocco tutto, eh!».
Romeo. «No, non bloccare. Lascia stare, povero cristo! Però gli va fatta pesare la cosa!».
Scrivono i pubblici ministeri che «il "sistema" è così drogato» che non sono le imprese a conformare le proprie caratteristiche ai metodi e agli schemi della gara, ma sono le gare, le prassi, i procedimenti, i singoli atti a essere modellati «a misura» delle caratteristiche tecniche delle imprese di Romeo «al fine di consentirgli l’aggiudicazione degli appalti milionari».
Un assoluto campione di questo lavoro sporco appare Giuseppe Gambale, addirittura il magniloquente assessore «all’educazione, trasparenza, legalità pubblica, istruzione edilizia scolastica, diritto allo studio, tutela del cittadino dal racket e dall’usura».
Il racketeer è lui, Gambale, dice il giudice. L’assessore progetta un piano. Centralizzare nelle sue mani l’appalto delle mense scolastiche e consegnarlo all’Ati, una delle imprese di Romeo. E’ entusiasta come un bambino della sua idea. Così infervorato che Romeo lo invita alla prudenza. Gli dice di non sbilanciarsi troppo con chi non è del giro, a cominciare dal sindaco Rosa Russo Jervolino. Gambale non se ne preoccupa perché ha già intrappolata quell’ingenua che non si avvede di nuotare in una vasca di piranhas.
Gambale. «ma con il sindaco ho parlato. E’ molto contenta. Io poi sono stato un po’ criptico. Lei mi ha detto che (il progetto) poteva essere un modello di decentramento?».
Romeo. «Ma lei non ha capito che c’ha degli assessori intelligenti?».
Gambale. «Ma quella è scema completa. Non si rende conto?».
Gambale convocherà i presidenti della municipalità. Li convincerà ad affidare alle sue mani i loro poteri decisori per la refezione e la manutenzione delle scuole. Quelli firmano anche un documento d’intesa.
Anche Gambale, come Nugnes, è una creatura che attende l’ingresso nel grande giro della politica nazionale. Per meritarsi un’opportunità offre altri politici al potere di Romeo, il presidente di una municipalità e - boccone ghiotto - Pasquale Sommese, oggi vicesegretario provinciale del Pd.
Gambale. «Alle cinque e mezza in punto sono da te. Vengo in compagnia?»
Romeo. «Che incarico ha, questo qui».
Gambale. «Tranquillo, va bene? E’ il consigliere regionale più votato e in questo momento (marzo 2007) ha in mano il partito provinciale a Napoli, è persona a me molto vicina, sostiene Ciriaco (De Mita)?».
Romeo. «Lui lo sa che io sono amico del grande vecchio?».
Romeo non si fida. Vuole che sia il «grande vecchio» a rendere affidabile Sommesse, anche in vista del solito congresso. Gambale fa quel che deve. Ne parla con De Mita.
Gambale. «E’ stato gradito?».
Romeo. «Quindi il vecchio ha dato l’autorizzazione a prendere contatti, fare la presentazione?».
«Con questi metodi, Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli», è la conclusione del pubblico ministero. Il «sultano» aveva già avuto simbolicamente «le chiavi della città» da chi ha voluto dimenticare le sue condanne per corruzione degli anni novanta. Come gli interessi pubblici, la memoria deperisce presto in questa disgraziata città.
Un corruttore davvero globale
di Ilaria Urbani
su Il Manifesto del 18/12/2008
C'è Alfredo Romeo, il re mida degli immobili pubblici, al centro dell'inchiesta per l'appalto Global service. Per ordine della gip di Napoli è stato arrestato con quattro assessori (due ex) della giunta Iervolino. Coinvolti funzionari pubblici e un colonnello della Finanza. Chiesta la custodia cautelare anche per i deputati Bocchino (Pdl) e Lusetti (Pd)
Una valanga di soldi sporchi oscura il comune di Napoli, investito ieri da una delle più imbarazzanti bufere giudiziarie degli ultimi anni. «Uun saccheggio sistematico di risorse pubbliche», scrivono gli inquirenti. Tredici le persone coinvolte nell'inchiesta sulla delibera Global service, gara d'appalto da 400 milioni di euro per la manutenzione delle strade napoletane, di quelle provinciali (145 mln) e della gestione delle mense scolastiche (20 mln). Il provvedimento è stato ritirato, ufficialmente per mancanza di fondi.
Dietro le sbarre, accusato di associazione per delinquere e turbativa d'asta, è finito Alfredo Romeo, il re mida degli immobili pubblici che in passato ha ottenuto grandi incarichi anche dal comune di Roma, mentre due parlamentari, Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd), sono stati raggiunti entrambi da provvedimenti di custodia cautelare sospesi in attesa della rituale richiesta alla Camera. Quattro gli assessori della giunta Iervolino agli arresti domiciliari. Enrico Cardillo, ex assessore al Bilancio dimessosi il 28 novembre in seguito alla prima fuga di notizie sull'inchiesta, e Giuseppe Gambale, ex assessore alla Scuola. Insieme a loro, due componenti della giunta tuttora in carica, Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, rispettivamente assessori al Patrimonio e all'Edilizia. A tutti e quattro, gli inquirenti contestano di aver turbato la gara dell'appalto Global service ricevendo doni e promesse da Romeo. Agli arresti domiciliari anche Paola Grittani, collaboratrice di Romeo, Guido Russo, ex funzionario dell'ente Arpa, docente universitario e informatore di Romeo, l'ex provveditore alle opere pubbliche della Campania Mario Mautone, il colonnello della guardia di finanza Vincenzo Mazzucco, all'epoca dei fatti in servizio alla Dia. Destinatari di ordinanze sono anche il funzionario comunale Vincenzo Salzano e Luigi Piscitelli.
Romeo avrebbe messo in piedi un sistema capace di confezionare a sua misura appalti di gara nazionali, internazionali e persino un incarico nello Stato Vaticano. I reati contestati vanno dall'associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta all'abuso d'ufficio, dai falsi in atto pubblico alla corruzione. «Abbiamo rilevato sia tangenti in denaro - spiegano il procuratore capo Giandomenico Lepore e il coordinatore della Dda Franco Roberti - ma anche altri benefici, come lo sviluppo di carriere politiche per taluni assessori rampanti come passare dalle istituzioni locali a quelle nazionali. Non saremmo onesti se non ammettessimo che tra coloro che erano proni al potere di Romeo, c'erano anche alcuni magistrati». L'affaire Global service potrebbe essere quello che inquietava l'ex assessore Giorgio Nugnes, morto suicida il 29 novembre a Pianura e indicato dagli inquirenti come l'uomo che «forniva a Romeo informazioni riservate sugli appalti di servizi pubblici per la manutenzione delle strade comunali e provinciali». In cambio, Nugnes, come altri personaggi coinvolti nell'inchiesta, riuscivano a far assumere amici e parenti nel gruppo Romeo. «Quella persona di Fuorigrotta non si è presentata - dice Romeo in un colloquio con Nugnes - io andrei avanti con gli altri ragazzi abbisognevoli». L'ex assessore concorda e risponde: «Martedì, hai voglia quanti ce ne sono».
L'imprenditore napoletano, che durante Mani Pulite se la cavò accusando qualche politico, si sarebbe preso poi la briga di sponsorizzare Nugnes ai vertici nazionali del partito per incarichi parlamentari. Gli inquirenti parlano di un grande capo, presumibilmente Rutelli, al quale Romeo avrebbe segnalato Nugnes.
Lo scandalo di tangenti e affari da settimane era ormai il leit motive dei palazzi del potere. Napoli attendeva soltanto che i magistrati quadrassero il cerchio. Un ruolo chiave nel sistema blindato di Romeo l'aveva il colonnello della guardia di finanza Vincenzo Mazzucco, la vera talpa dell'inchiesta all'epoca in servizio alla Dia di Napoli dove l'indagine ha preso corpo. Mazzucco agiva alle dirette dipendenze di Romeo e lo informò dell'inizio dell'indagine. E' questa la ragione per cui il 31 gennaio gli indagati hanno iniziato ad inquinare le prove. Il colonnello era l'intermediario tra Romeo e, in particolare, l'ex assessore Gambale per piazzare persone a lui vicine nel gruppo immobiliare. E avrebbe costruito una telefonata ad arte per sviare le indagini, tentando di sminuire i rapporti con l'imprenditore.
Il terremoto giudiziario che si abbattuto su Palazzo San Giacomo è destinato a fare scuola nella casistica di intrecci tra affari e politica. Il sistema Napoli aggiunge qualcosa in più agli scandali oramai resi noti da Tangentopoli. Se in passato a dettare le regole degli imbrogli erano i più potenti rappresentanti dei partiti politici, oggi è la classe dirigente a mettersi sull'attenti ad ogni schiocco di dita degli imprenditori. La concussione ambientale è diventata corruzione ambientale. Era Alfredo Romeo, secondo gli inquirenti, a guidare la linea politica e programmatica «finalizzata a garantire all'imprenditore il massimo dei profitti e il minimo degli intoppi». Per l'approvazione della delibera contestata dagli inquirenti, la numero 13 del 2007, il sindaco Iervolino avrebbe richiesto «una corsia veloce». Intanto il ciclone che si è abbattuto su Napoli sembra presagire nuovi scandali nei prossimi giorni: anche alcuni esponenti della Provincia sarebbero indagati.
Bocchino tra mattone e editoria
di Adriana Pollice
su Il Manifesto del 18/12/2008
Vicecapogruppo alla camera e re del «Roma»
Italo Bocchino? «Ne uscirà benissimo», assicura Gianni Alemanno. Ignazio La Russa è addirittura pronto a metterci la mano sul fuoco. Cresciuto nel Fuan partenopeo, delfino di Giuseppe Tatarella, il vicecapogruppo del Pdl alla camera è il mago della comunicazione della nuova destra, quella che ha messo da parte la piazza per frequentare i salotti buoni della politica e degli affari. Una carriera in ascesa, come testimoniano l'incarico a Montecitorio e la presenza nelle riviste di gossip per la presunta liaison con la ministra Mara Carfagna.
I colonnelli di Alleanza Nazionale sono con lui, che dichiara «mi presenterò il 12 gennaio al gip e chiederò alla giunta per le autorizzazioni di dare parere favorevole all'uso delle intercettazioni, questo mi permetterà di spiegare questa vicenda kafkiana. Ho solo consigliato uno chef. Noi a Napoli non tocchiamo palla da 15 anni». Sarà, ma le accuse sono pesanti. «Ormai siamo una cosa consolidata, un sodalizio, una fusione dei due gruppi»: è un Bocchino soddisfatto quello che rassicura al telefono il suo amico Alfredo Romeo dopo che gli emendamenti proposti dal gruppo consiliare di An sono stati ritirati durante la discussione in consiglio sulla delibera Global service. Per l'onorevole l'accusa è di partecipazione ad associazione a delinquere e concorso in turbativa d'asta, chiesti gli arresti cautelari in carcere. Secondo i pm il legame con Italo Bocchino serviva al re del mattone anche per agevolare carriere politiche in cambio di favori. «La mia amicizia con Alfredo Romeo è nota e trasparente» dichiarava l'esponente di An ai primi di dicembre, solo interessi in comune, come l'editoria.
Direttore di Con, il bimestrale dei «Conservatori contemporanei», a iniziare Bocchino al giornalismo è Pinuccio Tatarella, con cui comincia al Roma, storica testata napoletana finita negli anni '90 nell'orbita di An. Da giornalista a editore, Italo ricopre la carica di amministratore delegato del quotidiano. E nel 2004 gli viene affidato il salvataggio de L'Indipendente, che costa alla cordata da lui capeggiata ben 700 milioni di lire. Un salvataggio che provoca una sollevazione nel clan Tatarella, indignato per la mano tesa a un giornale nato per supportare le ragioni del Nord contro il Sud: «Sono solo affari? Certe operazioni editoriali si fanno quando si hanno le spalle solide. Cosa che non vedo per le creature editoriali gestite da Bocchino» dichiarava allora Matteo, fratello di Giuseppe Tatarella, che sottolineava come sul Roma pendessero decine di vertenze lavorative, vendite scarse e pubblicità praticamente inesistente. «Unica eccezione - raccontava - quella istituzionale favorita da vari soci politici che ricoprono cariche elettive soprattutto in Puglia».
A Bocchino Napoli è sempre stata stretta. E' la ribalta nazionale quella che vuole. E per questo bisogna frequentare la gente giusta. A cominciare dal matrimonio con Gabriella Buontempo, una famiglia di costruttori napoletani cresciuti nell'orbita del Psi di Signorile e Di Donato, fino allo show down di Tangentopoli, con il padre Eugenio arrestato a Praga, dopo mesi di latitanza, per una storia di tangenti e appalti. Una famiglia un po' in disgrazia ma ben inserita soprattutto a Roma. Editoria e mattone.
Come il suo amico Alfredo Romeo, originario di Aversa, lanciato alla conquista del mercato immobiliare nazionale, a Milano come a Roma. Così, c'è anche Romeo a salvare L'Indipendente. Ne esce nel 2007, quando il favore è fatto e può vendere, vantaggiosamente. «Non mi occupo del consiglio comunale di Napoli» dichiarava Bocchino il 3 dicembre alla stampa. Ma le intercettazioni raccontano un'altra storia: di sostegno e consulenza, da vero amico.
Ci sarà un crollo dei fondi pensione?
di Laboratoire europeen d'anticipation politique
su altre testate del 16/12/2008
A cura del Laboratoire europeen d'anticipation politique
Cinque paesi occidentali saranno colpiti dal crollo del sistema pensionistico privato. Un estratto dal Global Economic Anticipation Bulletin GEAB N°23 (marzo 2008).
Nel caso dei fondi speculativi almeno si parlava solamente degli investimenti più rischiosi! Ma i fondi pensione non si sarebbero affatto aspettati che i beni immobiliari e azionari sarebbero crollati come è avvenuto nei mesi scorsi in tutto il mondo. Queste categorie di beni stanno per perdere tra il 30 al 70% del loro valore tra il 2007 e il 2009, sapendo che non c'è alternativa ai mercati finanziari per cifre così elevate. Ad esempio, i 300 maggiori fondi pensione hanno raggiunto un valore complessivo di $ 10 mila miliardi nel settembre 2007 [1]. Se è certo che i prezzi di beni, energia, oro... stanno salendo proprio perché questi fondi pensione stanno ora disperatamente cercando beni da cui trarre profitto, nondimeno, nell'insieme questa ricerca è vana. La verità è semplice: questi fondi stanno perdendo un sacco di denaro ($ 1.500 miliardi persi nel gennaio 2008 [2]), e ne perderanno ancora di più nei mesi e negli anni prossimi. Noi stimiamo che, nonostante le misure di protezione intraprese per questi fondi pensione, quando, ad esempio, si sbarazzeranno degli investimenti più a rischio, perderanno collettivamente almeno altri $ 3 mila miliardi nel 2008 e i loro profitti cadranno del 5% (tolta l'inflazione) nel migliore dei casi.
Nel frattempo decine di milioni di baby-boomers neopensionati stanno iniziando a richiedere pagamenti da questi fondi. Secondo il nostro gruppo, è probabile che, entro la fine del 2008, questa crisi sarà l'aspetto dominante dell'attuale crisi finanziaria globale. Provocherà anche una crisi sociale che colpirà i pensionati, in particolare negli USA (il 45% dei beni totali di fondi pensione nel mondo), in Giappone (18 percento) e in vari paesi europei che dipendono pesantemente da sistemi pensionistici basati sul capitale, cioè Gran Bretagna (7 percento), Svezia (1 percento), Danimarca (1 percento), e, soprattutto, nell'eurozona, l'Olanda (6% dei beni totali di fondi pensione nel mondo). Anche il Canada, che rappresenta il 5% di questi beni, sarà colpito [3]. Nel resto del mondo, che equivale all'11% di questi beni, i pensionati non saranno colpiti eccessivamente.
In base a questa lista, i pensionati negli Usa, in Giappone, Gran Bretagna, Olanda e Canada, che contano su regolari rendite pensionistiche private, si troveranno in una situazione difficile. Il LEAP/E2020 [Laboratoire Européen d'Anticipation Politique n.d.t.] stima che, alla fine del 2008, mentre la crisi sistemica globale si evolverà nella sfera economica e finanziaria, metà di questi fondi pensione affronterà una drastica diminuzione delle rendite e una contrazione in valore del capitale. I regolatori nei vari paesi colpiti dovrebbero rapidamente affrontare questa questione che potrà avere drammatiche conseguenze per milioni di pensionati americani, giapponesi, olandesi e canadesi.
Note
[1] Source: Pension&Investments, 09/03/2007
[2] Source: Reuters, 01/30/2008
[3] Distribution of pension fund shares of global assets, provided by Watson&Wyatt
"Liberiamo il lavoro da qualsiasi individualismo"
Intervista a Dino Greco, Cgil
di Virginia De Cesare
su redazione (da esserecomunisti.it del 17/12/2008)
Lo sciopero generale del 12 dicembre, indetto per protestare contro le inefficaci misure anti-crisi del governo Berlusconi, può essere considerato la misura del conflitto sociale del Paese. Come giudica la riuscita dello sciopero e come proseguirà la protesta?
Lo sciopero è andato molto bene, malgrado lo sforzo dei media di oscurarne la portata e il significato. L’adesione è stata notevolissima, nell’ordine delle più riuscite mobilitazioni unitarie. La partecipazione è andata via via crescendo, lo abbiamo notato nelle assemblee svolte nei luoghi di lavoro. Segno che le motivazioni della lotta sono entrate in risonanza con masse estese di lavoratori che ora ci chiedono, innanzitutto, concretezza negli obiettivi. Lo sciopero generale non può dunque risolversi in una generica forma di protesta, “una tantum”, ma deve rappresentare l’indicazione di una strada percorribile per modificare la realtà, per raggiungere risultati chiaramente percepibili, che sono poi il solo metro di giudizio utile sull’efficacia delle lotte. Saranno quindi necessarie coerenza e continuità: una mobilitazione isolata non può essere sufficiente ad impedire che la crisi venga fatta pagare interamente ai lavoratori. In questa direzione si sono già mossi la Fiom e la Funzione Pubblica della Cgil, i quali hanno messo in cantiere un altro momento di mobilitazione generale nazionale nel mese di febbraio. Ed è auspicabile che la Confederazione ne tragga ispirazione per coinvolgere in quell’appuntamento tutte le categorie.
La Cgil segue la Fiom nella proclamazione dello sciopero generale e non sottoscrive il documento sulla modifica del modello contrattuale che invece viene condiviso da Cisl, Uil e Confindustria. Come si è costruito questo allontanamento dalle due altre sigle confederali e perché tale distanza oggi si concretizza nella difesa del contratto nazionale di lavoro?
La rottura confederale è il risultato di un processo trasformativo molto evidente e da tempo in incubazione che ha cambiato il volto soprattutto della Cisl, la quale si configura sempre più come un sindacato a vocazione parastatale. Il che vuol dire una cosa molto semplice, che la Cisl sta diventando -con sempre più labili resistenze al suo interno- un sindacato che punta a riprodursi erogando servizi a domanda individuale, un’organizzazione che inscrive la sua missione e la sua azione all’interno del perimetro tracciato dalla politica e dalle compatibilità d’impresa, declassando il conflitto a patologia delle relazioni sociali. Tutto ciò nella logica che l’esistenza di un sindacato possa essere garantita non già dal rapporto democratico e di rappresentanza dei lavoratori, ma attraverso la costruzione di relazioni consociative, di natura bilaterale, che immiseriscono la funzione contrattuale, che certamente possono assicurare la sopravvivenza burocratica del sindacato (magari attraverso generose quote di servizio obbligatorie erogate agli enti bilaterali che sostituiscono il tesseramento volontario…), ma ne cancellano qualsiasi impostazione antagonistica e qualsiasi autonoma progettualità.
L’accordo separato che ridefinisce i lineamenti del modello contrattuale sancisce la totale subalternità del sindacato, imbraca la contrattazione, affidando alle confederazioni il ruolo di “gendarmi” della contrattazione stessa e delle RSU. Il contratto collettivo nazionale, vale a dire il principale strumento solidaristico di cui il sindacato ed i lavoratori dispongono, viene svuotato e ridotto ad un simulacro. Il suo ridimensionamento servirà a contenere gli aumenti retributivi al di sotto dell’inflazione, programmando un’ulteriore, sistematica riduzione del salario. Per nulla compensata (come si dà invece ad intendere) dal secondo livello di contrattazione che, come tutti sanno, è esercitato in non più del 20% delle aziende. Oltretutto, il salario aziendale lo si prevede interamente variabile e vincolato ad incontrollabili indici di redditività aziendale. Aumenti di salario stabile sono semplicemente banditi dalle nuove regole della contrattazione. Sicchè la sostanza è che per guadagnare qualche denaro di più occorrerà lavorare per più tempo, più intensamente e con meno diritti.
La crisi della rappresentanza investe politica e sindacati con pochissime eccezioni. Stando alle ultime mosse della Cgil è realistico immaginare un nuovo corso per il sindacato italiano più radicato nella società e, se ciò si realizzasse, su quali presupposti?
La crisi economica ha rafforzato la richiesta di risposte concrete per i lavoratori, fornendo ultreriori argomenti al settori più “combattivi” (e meno rassegnati) della Cgil. Tuttavia, questo nuovo corso del sindacato ha bisogno di essere consolidato. Il congresso che abbiamo alle spalle è stato alquanto reticente sotto molti, decisivi aspetti. L’attuale situazione economica e sociale richiede di costruire un nuovo paradigma sindacale, che è qualcosa di più sostanzioso e di più impegnativo di un semplice aggiornamento programmatico. Occorre definire un nuovo orientamento su temi essenziali. In primo luogo, sul salario. Da venti anni a questa parte il sindacato, nel suo insieme, ha fatto sostanzialmente propria l’idea, l’illusione, che nella moderazione del salario si trovasse la chiave dello sviluppo. Si pensava cioè, erroneamente, che il contenimento delle rivendicazioni economiche potesse essere premiato da una maggiore propensione delle imprese agli investimenti in ricerca, innovazione di prodotto, di processo. In definitiva, in garanzie occupazionali. Come è noto, è avvenuto l’esatto contrario. Le imprese hanno incassato i risparmi fatti sui salari, hanno moltiplicato i profitti, hanno coltivato e praticato in grande stile la speculazione sui mercati finanziari, hanno perseguito l’obiettivo della competitività attraverso l’abbattimento drastico del costo del lavoro e attraverso l’uso più unilaterale, “iperflessibile” del lavoro. Ecco allora che l’aumento del salario reale deve essere riproposto al centro della strategia sindacale, come risposta alle esigenze dei lavoratori e, contemporaneamente, come condizione necessaria per spingere le aziende all’innovazione, fuori da scorciatoie antioperaie.
Altro punto negletto: la programmazione. Per troppo tempo ci si è baloccati con l’idea secondo la quale il pubblico costituisce il ricettacolo di tutti i vizi, mentre il privato è il luogo d’elezione delle virtù. Perciò, il termine “programmazione” è stato bandito persino dal vocabolario. E non soltanto dalla destra. Ciò ha autorizzato e sospinto la privatizzazione di settori vastissimi dell’economia del Paese, lungo un processo che non ha risparmiato neppure i servizi pubblici sociali ed essenziali beni comuni, come l’acqua e l’energia, in ossequio al moderno dogma neoliberista.
L’altro recidivante errore che ha imperversato indisturbato, da destra a sinistra, reclutando neofiti anche nel sindacato è il culto dei “parametri di Maastricht”, per cui la questione del rientro dal debito pubblico, la questione dei vincoli di bilancio, in sostanza, il monetarismo sono divenuti l’alfa e l’omega della politica economico-sociale, mentre si perdeva di vista la necessità della redistribuzione della ricchezza prodotta attraverso il lavoro sociale. Per cui, costretto entro queste Colonne d’Ercole, il sindacato ha finito per rincorrere l’idea un po’ bizzarra secondo la quale ciò che non si chiede più al padrone lo si chiede al fisco. Ora, che una redistribuzione del carico fiscale sia sacrosanta è un dato incontrovertibile, ma guai a smarrire la consapevolezza che il salario è, innanzitutto, il rapporto fra capitale e lavoro, non fra lavoro e fiscalità generale (che pesa, nelle proporzioni inique che sappiamo, sull’insieme dei contribuenti e -in misura esorbitante- ancora sul lavoro dipendente). Occorre invertire questa tendenza se si vuole conseguire una valorizzazione del lavoro e, contemporaneamente, disporre delle risorse necessarie per attrezzare un solido sistema di protezione sociale.
Bisognerà poi che il sindacato decida di affrontare il tema, sino ad oggi sostanzialmente rimosso dal suo orizzonte, del cosa e come produrre. Ciò che è più facile a dirsi che a farsi, ma non meno indispensabile. Senza una critica qualitativa e quantitativa della produzione, del senso e dei fini del lavoro sociale, anche il migliore dei sindacati rimarrà prigioniero del suo limite fisiologico, quello di una battaglia puramente redistributiva. Se è vero che questo è un tema squisitamente politico -e anche qui la latitanza dei partiti è grande- lo è altrettanto che un sindacato “di classe” non può chiamarsene fuori senza rinunciare ad una vera soggettività politica del lavoro.
In questa prospettiva è indispensabile promuovere una rinascita, una primavera democratica del sindacato che lo porti a non più vivere la dialettica interna e lo stesso dissenso come una tara dissolutiva dell’organizzazione. Lo stesso rapporto fra sindacati non può ridursi alla mediazione verticistica, semiclandestina fra “stati maggiori” delle confederazioni e ai lavoratori deve finalmente essere riconosciuta piena sovranità su ogni atto negoziale. Dunque, essi devono tornare -come negli anni più felici e più densi di conquiste del lavoro- ad approvare attraverso il voto segreto tanto le piattaforme quanto gli accordi sindacali come condizione per la legittimazione di essi. Senza che ciò avvenga, si consoliderà nei lavoratori la convinzione che il sindacato rappresenti solo se stesso e si connetta debolmente alle loro esigenze.
Infine, è necessario rivedere il nostro approccio al tema dell’immigrazione. I diritti degli immigrati non possono essere sostenuti in base alla mera necessità che l’equilibrio del nostro sistema manufatturiero ha delle loro prestazioni di manovalanza; quelle, per ripetere un vecchio refrain, di cui gli italiani non vogliono più sapere. Perché questa concezione alimenta quella xenofobia mascherata, “per bene”, quel razzismo subliminale, in base al quale i migranti vanno bene, anzi, sono necessari perché e in quanto “ci servono” e purchè sappiano stare “al loro posto”. La frontiera più difficile della battaglia antirazzista ed egualitaria passa attraverso l’esplicito riconoscimento della legittimità, in sé e per sé, del progetto migratorio.
Mentre in Italia si mette mano al contratto nazionale di lavoro, in Europa si aprono le porte alle 65 ore settimanali…
I lavoratori hanno alle spalle oltre un secolo di lotte che hanno portato alla conquista delle 40 ore. Oggi si sta delineando lo smantellamento di questa straordinaria conquista, invertendo brutalmente il corso di questo tragitto di civiltà. La progressiva abolizione delle norme che proteggevano i lavoratori dall’aumento dell’orario di lavoro, trova oggi il suo culmine nella direttiva europea, cavalcata dal governo e dai padroni nostrani, che autorizza il prolungamento della settimana lavorativa fino ed oltre le 65 ore settimanali. Questo indirizzo deve essere risolutamente combattuto e con la più grande determinazione. La manifestazione promossa ieri, a Strasburgo, dai sindacati europei deve dare impulso ad una più ampia e coordinata iniziativa in ogni Paese. Di passaggio, si rammenti che il prolungamento dell’orario di lavoro è una delle prime cause di infortunio sul lavoro. L’unificazione delle lotte a livello europeo è una necessità sempre più urgente che riguarda non solo l’orario di lavoro, ma anche il salario, la precarietà, perché l’intensificazione dello sfruttamento continua a rappresentare la cifra del rapporto fra lavoro e capitale nei tempi moderni e potrebbe affermarsi come la via perversa di un’uscita da destra della crisi.
La mobilitazione dei lavoratori si è accompagnata a quella delle scuole e delle università: quale prospettiva per il movimento studentesco?
I momenti di maggiore fecondità della storia sociale del nostro Paese sono stati quelli in cui il movimento dei lavoratori si è saldato a quello degli studenti. La fine degli anni ’60 e una parte consistente degli anni ’70 hanno segnato la fase nella quale il movimento operaio è riuscito a disgregare le idee dominanti e a guadagnare alle proprie istanze e ad un progetto di radicale rinnovamento della società ceti medi e strati intellettuali un tempo ostili o estranei. E’ fondamentale ricostruire questo nesso, questa trama di rapporti che vanno forgiati sul campo, individuando, di volta in volta, obiettivi condivisi: il sacrosanto desiderio di uno sbocco professionale, di un lavoro e di una vita corrispondenti alle proprie aspirazioni non deve essere consegnato alla deriva individualistica, ma riconquistando le generazioni più giovani all’idea del riscatto come conquista collettiva, come affermazione di diritti e progetti solidali, non come competizione esasperata, ispirata al motto fratricida -che è poi la quintessenza dei rapporti sociali capitalistici- che recita: mors tua, vita mea. Attrezzarci a questo tutt’altro che semplice compito è la prova che ci attende.
Lo "Zucchero" della SADAM
La battaglia contro la megacentrale che consumerebbe più di quanto produce. E senza creare lavoro
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| E nel Fucino spunta un mostro che brucia legno |
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Avezzano (Aq) (nostro inviato)
A pochi passi dalla famosa fabbrica della Micron di Avezzano incombe un progetto dalle ricadute occupazionali bassissime e dal bilancio energetico passivo, ossia consumerebbe più energia di quanta ne produca. Alla fine dell'estate del 2007, in gran segreto, regione, provincia, comune di Celano e una cordata di società (Sadam e Eridania, saccarifere, più la Powercrop, sedicente joint venture per l'energia rinnovabile) firmavano un accordo da 100-150 milioni di finanziamenti per un nuovo impianto di valorizzazione degli ortaggi nel sito di uno zuccherificio dismesso, e la costruzione di una centrale a biomasse di fronte alla Cartiera Burgo, nel comune di Avezzano, estromesso dalla conferenza dei servizi perché i terreni sono competenza del Nucleo Industriale che, bontà sua, s'è sottoposto a una valutazione (volontaria) di impatto ambientale.
Una megacentrale su 20 ettari di terreno agricolo, da 32 megawatt, alimentata da 270mila tonnellate di legno proveniente da pioppi da coltivare in un'area di 4500 ettari. E che sorgerebbe in mezzo ad altre centrali, quella a turbogas della Micron da 30 MW e quella termoelettrica della cartiera da 90.
«Un destino comune, ed è comune anche la cordata, per 7 su 9 zuccherifici dismessi in Italia per via delle quote Ue sullo zucchero», racconta a Liberazione , Anna Maria Togna, segretaria del circolo Prc e candidata alle regionali. La riconversione, anziché restituire al territorio il lavoro sottratto dalla dismissione, servirebbe solo a sfruttare i cospicui finanziamenti europei per l'energia (vedi i famigerati Cip 6) perché tutto l'Abruzzo non avrebbe così tanti alberi, tantomeno nel raggio di 70 chilometri della filiera corta indicata dall'accordo di programma. Supportati da autorevoli pareri di scienziati, Rifondazione e un comitato di cittadini di Borgo Incile, dove sorgerebbe l'ecomostro, hanno presentato un esposto alla forestale perché la centrale contribuirebbe all'effetto serra e minaccia di alterare la produzione agricola locale riconvertendola alla produzione di energia invece di cibo. «E poi inquinano le megacentrali, il legno che brucia è impregnato di pesticidi e concimi, ed eventuali scarti di legname impiegati nella combustione sarebbero certo trattati chimicamente, e non si capisce con quali acque saranno irrigati i pioppi in una pianura già martoriata dall'agricoltura intensiva». Tra i mille dubbi, sebbne apparentemente remoto, è che il mostro possa servire a incenerire rifiuti in un'area dove la differenziata è ancora più bassa della scarsa media regionale. In realtà, il nuovo piano rifiuti esclude inceneritori finché non sia stata raggiunta la quota del 40% di raccolta differenziata, oltrepassata la quale gli inceneritori sarebbeero obsoleti. Ma anche quel piano potrebbe non restare indenne in caso di ritorno delle destre alla Regione.
Collegati alla controversa nozione di energie rinnovabili, altri progetti - meno concreti di quello di Borgo Incile - incombono sui paesi della Piana, perlo più ignari. Si tratta di una serie di quattro termovalorizzatori, un impianto bio-diesel, un gassificatore. Comun denominatore la cordata Vcc. Rifondazione chiede la moratoria di ogni progetto e una programmazione partecipata e condivisa.
Che. Ant
Liberazione 12/12/2008
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News
20.12.2008 20:11
sabato 20 dicembre 2008
Dichiarazione di Roberta Fantozzi, segreteria nazionale Prc-Se
Esprimiamo la nostra piena solidarietà alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Maserati....
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20.12.2008 13:24
di Benedetta Aledda
su Liberazione del 19/12/2008
Due imprenditori italiani sono stati condannati dal Tribunale collegiale di Bologna per aver sfruttato il lavoro di operai moldavi impiegati in nero. A denunciarli, nel marzo del 2006, erano stati 14 lavoratori, 12 dei quali, nel settembre 2007,...
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20.12.2008 13:22
di Fausto Cò *
su valorizzareilsaperfare.it del 20/12/2008
I massicci interventi finanziari a favore delle banche, per impedirne il fallimento e, con esso, anche pesanti conseguenze sui risparmiatori, sembrano aver mandato in soffitta uno degli imperativi categorici del neo-liberismo: lo Stato non...
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18.12.2008 16:04
E la salva-manager?
Otto fra gli amministratori delegati, i presidenti e i direttori generali di Alitalia in carica dal 2000 al 2007 sono stati iscritti nel registro degli indgati della procura di Roma con l'accusa di bancarotta per dissipazione o per distrazione, nell'inchiesta avviata nel...
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18.12.2008 15:07
Intervista a Susanna Camusso
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di Daniela Preziosi
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Walter al bivio. Sferzata ai big o tregua. Domani la direzione. Democratici allo sbando. Si rincorrono i boatos: il fronte delle inchieste non si è ancora esaurito. Veltroni prova a «tenere» , le correnti blindano la segreteria. Per l'ennesima...
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17.12.2008 20:09
Arundhati Roy*
Se stavate guardando la televisione magari non avrete sentito che anche molte persone semplici sono state uccise a Mumbai. Sono state sterminate in una stazione ferroviaria e in un ospedale pubblico, i terroristi non hanno distinto tra ricchi e poveri. Hanno ucciso entrambi con lo...
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17.12.2008 16:33
di Dino Greco
su Liberazione del 17/12/2008
Merita un'attenzione speciale la raccolta in volume dei reportages sul lavoro di Paolo Ciofi, pubblicati da il manifesto nella primavera del 2005 (Paolo Ciofi, Viaggio nell'Italia del lavoro , CalicEditori, Roma, 2008, pp.125).
L'itinerario del...
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17.12.2008 14:00
di Andrea Palladino
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I prestiti capestro della Depfa alle società laziale e calabrese. Si chiama project financing, si basa sui derivati ed è lo strumento con cui la finanza va alla conquista dei beni comuni privatizzati. Che ora rischiano di finire travolti dalla...
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17.12.2008 13:59
di Francesco Piccioni
su Il Manifesto del 17/12/2008
Sette mesi consecutivi di calo delle vendite sono un segno inequivocabile. Soprattutto se si parla della merce-pilota del capitalismo contemporaneo: l'automobile. Solo in Italia il settore auto rappresenta il 14% del prodotto interno lordo. Se...
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17.12.2008 13:59
di Alberto D'Argenzio
su Il Manifesto del 17/12/2008
Ieri la manifestazione contro la «direttiva della schiavitù». Oggi il voto del Parlamento
Dalla Francia, dalla Germania e dall'Italia, dal Belgio, dalla Spagna e dal Lussemburgo, dalla Repubblica ceca e dalla Lituania ed anche dalla Svizzera e...
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17.12.2008 13:51
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del 17/12/2008
Migliaia di manifestanti, 15-20.000 secondo gli organizzatori, (quattromila secondo la polizia!), hanno sfilato ieri per le strade di Strasburgo per protestare contro la proposta di direttiva che consente di lavorare fino a 65 ore alla settimana....
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17.12.2008 13:50
di Andrea Fabozzi
su Il Manifesto del 16/12/2008
Intervista a Sergio Mattone, presidente di Cassazione
Giudice di Cassazione - presidente della sezione lavoro - ex del Csm e fondatore di Magistratura democratica, Sergio Mattone boccia la proposta di Veltroni di una commissione per la riforma della...
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17.12.2008 13:49
Gianluigi Pegolo*
Il calo enorme di partecipazione al voto si abbatte su tutte le forze politiche ( con la sola...
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17.12.2008 13:30
mercoledì 17 dicembre 2008
La vicenda napoletana dimostra ancora una volta come esista una questione morale nazionale che interessa i due principali partiti: partito democratico e Popolo delle Libertà. In quasi tutte le...
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17.12.2008 13:10
Da www.proletari@.it
FRANCESCO SPECCHIO
16/11/2008 23:28
La cava di Chiaiano
Se da un punto di vista di un luogo e di un tempo la questione Bagnoli è proprio la ‘questione’ del già definito laboratorio campano, da un punto di vista sistemico l’affare delle cave e dei rifiuti diventa invece...
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17.12.2008 12:07
sa www.proletaria.it
di KAMO
15/11/2008 21:38
Facebook, il social network più trendy del momento, ha ormai oltre cento milioni di utenti, di cui oltre due milioni nel nostro paese.
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16.12.2008 13:56
di Alberto D'Argenzio
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Il parlamento dei 27 vota sulla possibilità di prolungare l'orario di lavoro fino a 78 ore settimanali. Oggi il corteo della Ces
Vi fareste mai curare da un medico alticcio? Sicuramente no, eppure è quanto rischia di succedere grazie alla...
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16.12.2008 13:46
di Lidia Menapace
su Liberazione del 16/12/2008
Chiamare "dibattito politico" il miserevole scambio di parole in libertà e infantili dispetti è davvero uno spreco di fatica mentale. Eppure il risparmio energetico in materia è facile ed economico: basta stare un po' zitti, in ispecie se non...
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16.12.2008 13:24
martedì 16 dicembre 2008
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Il dato centrale dell’elezione abruzzese è dato dall’astensionismo. Questo dato non si spiega solo con il...
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15.12.2008 13:57
I NUOVI DESAPARECIDOS DELLA GUERRA
E il Pentagono finisce sotto accusa: "Ha truccato le cifre del disastro"
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Scuola, Gelmini cancella modifiche. Cgil: contratto beffa
di Fabio Sebastiani
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«Così si umiliano oltre un milione di docenti e personale tecnico-ausiliaro». C'è molta amarezza nelle parole di Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, unico sindacato della scuola, insieme ai Cobas, a non aver firmato l'accordo con il Governo che prevede un aumento contrattuale di 70 euro (importo medio), e gronda delle solite promesse. Esattamente come nel caso del rinnovo del Pubblico impiego, l'esecutivo prova a posticipare il redde rationem con i lavoratori e le lavoratrici, trovando dalla sua parte Cisl, Uil e, in questo caso, il Confsal-Snals e la Gilda.
Ma la giornata di ieri si segnala anche per un altro brutto rospo che i docenti dovranno ingoiare, il varo dei regolamenti della cosiddetta riforma Gelimini. In pratica, il Governo smentisce la "marcia indietro" e conferma i tagli.
«Non ci sono le condizioni per la sottoscrizione dell'ipotesi di contratto relativo al biennio 2008/2009», sottolinea Pantaleo in relazione al rinnovo contrattuale. «Al tavolo della trattativa - prosegue - abbiamo ripetutamente richiesto più soldi per le buste paga dei lavoratori, ma non c'è stata nessuna disponibilità, nè apertura. Così si umiliano oltre un milione di docenti e Ata. Ora, per quel che ci riguarda, la parola passa ai lavoratori con il referendum».
Che si tratti di un contratto beffa, lo conferma, indirettamente, anche il segretario dello Snals, Marco Paolo Nigi, che lo definisce un«contratto ponte» di un anno. «Questo risultato - spiega lo Snals-Confsal - che a prima vista può sembrare riduttivo, è invece il meglio che si potesse ottenere nell'attuale situazione. Non solo per la difficile congiuntura economica, e poi il governo precedente aveva di fatto previsto la sola copertura della vacanza contrattuale, pari a circa 8 euro, ma anche perchè i 70 euro medi vanno tutti sul tabellare con i benefici che ne conseguono sul piano previdenziale». Secondo lo Snals-Confsal il «contratto è valido anche perchè vi è l'impegno, nella nota congiunta siglata da Aran e sindacati, che nel prossimo contratto, cioè dal 2010, si proceda a una revisione della struttura della retribuzione, in particolare all'unificazione dell'attuale tabellare con l'accessorio generalizzato, entrambi definiti dal contratto di livello nazionale.
Contro l'accordo anche i Cobas, che lamentano anche la totale assenza del confronto. «Una miserabile elargizione che sarebbe stata offensiva comunque, ma che diviene grottesca e provocatoria», sottolinea il leader dei Coabs Piero Bernocchi. «Invece, dunque, di restituire a docenti ed Ata almeno una parte del furto salariale imposto negli ultimi 15 anni (perdita stipendiale di almeno il 20%), il contratto prevede un aumento in cifra netta per i docenti che oscilla tra i 38 (prima fascia elementari) e i 60 euro (ultima fascia anzianità delle superiori) mensili; per gli Ata l'insulto si concretizza in cifre oscillanti tra i 28 euro netti (inizio carriera) e i 40 euro».
Per quanto riguarda la riforma della scuola, contro la quale ieri i Cobas hanno organizzato un sit-in a piazza Montecitorio, i regolamenti prevedono una drastica riduzione degli indirizzi di studio di licei e istituti tecnici: i primi passeranno da 510 a 9, i secondi da 204 a 11. Accanto a scientifico (dove rimarrà lo studio del latino), classico, linguistico e artistico, vengono introdotti il liceo musicale-coreutico e quello delle scienze umane (ex magistrali).Lo studio dell'inglese è obbligatorio per tutti e cinque gli anni delle superiori (ora al classico è presente solo al ginnasio); in tutti i nuovi licei (musicale, artistico e scienze umane) saranno obbligatorie due lingue straniere; nei licei scientifico e classico saranno potenziate le materie scientifiche; le ore di lezione passano da 50 minuti effettivi a 60. I nuovi istituti tecnici saranno quelli richiesti dal mondo del lavoro. Ci saranno dunque due settori (economico e tecnologico) e 11 indirizzi. Saranno organizzati in due bienni, più un anno. Il primo biennio avrà un contenuto formativo di base, il secondo sarà specialistico mentre l'ultimo anno sarà di perfezionamento e una materia sarà insegnata in inglese. L'orario settimanale sarà di 32 ore di 60 minuti e aumenteranno le quote di flessibilità a disposizione degli istituti.
Tagli per tutti, arrivano i regolamenti della Gelmini
di Eleonora Martini
su Il Manifesto del 19/12/2008
Usa toni roboanti la ministra dell'Istruzione Mariastella Gelmini e paragona la sua «riorganizzazione delle scuole per l'infanzia, elementari, medie e superiori» niente meno che alla riforma di Giovanni Gentile del 1923. Ma a ben guardare i regolamenti attuativi del suo piano, approvati ieri dal Consiglio dei ministri, si capisce che la retromarcia a cui il governo era stato costretto dalla massiccia mobilitazione di protesta era solo uno scudo di parole dietro cui nascondere una grossa scure. Tagli su tutto: agli orari, alle discipline, agli organici e agli indirizzi di studio. L'Onda primaria e secondaria, il Pd e i sindacati (Flc-Cgil e Cobas) protestano. Le Regioni pure, tanto da far slittare l'approvazione di un altro regolamento attuativo, quello sulla riorganizzazione dei plessi scolastici prevista nella legge 133.
Nei decreti approvati ieri dal Cdm - che dovranno ora superare l'esame della Conferenza unificata delle regioni, comuni e provincie - viene innanzitutto abolito il modulo alle scuole elementari, ossia il modello didattico che prevedeva la compresenza di più docenti. E il maestro unico (o prevalente che dir si voglia) verrà introdotto obbligatoriamente dal settembre 2009 in tutte le classi e non come precedentemente annunciato solo nella prima elementare. Questo vuol dire, come ha puntualizzato la stessa ministra durante la presentazione di ieri, che tutti i bambini già abituati alle lezioni circolari con più maestre, dall'anno prossimo dovranno accontentarsi della didattica frontale di una sola docente. La scelta delle famiglie si limiterà invece al solo quadro orario: tempo scolastico a 24, 27, 30 o 40 ore. Ma si potrà ottenere il tempo pieno soltanto se l'istituto avrà a disposizione l'organico necessario. I più piccoli invece potranno essere iscritti alla scuola dell'infanzia già a due anni e mezzo e solo per loro sarà garantito il tempo pieno a 40 ore. Mentre alle medie «le due ore della seconda lingua potranno essere utilizzate per corsi di italiano per stranieri».
I decreti approvati ieri riguardano anche i licei e gli istituti tecnici, anche se per le superiori il piano entrerà in vigore dal primo settembre 2010. Secondo il governo «nei licei si passerà da 510 a 9 indirizzi», cosicché agli attuali scientifico, classico e linguistico si aggiungeranno due nuovi licei - scienze umane (le ex magistrali), musicale e coreutica (danza e musica) - e l'ampliamento dell'artistico con tre nuovi indirizzi (figurativo, design e new media). Per gli istituti tecnici il ridimensionamento prevede il passaggio da 204 indirizzi a 11, suddivisi in due macrosettori: economico e tecnologico. In questi istituti, a quanto pare, le imprese avranno più voce dei prof, visto che nel comitato scientifico scolastico potranno entrare «esperti e professionisti del mondo del lavoro». L'ultimo anno, poi, sarà occupato da uno stage in un'azienda. Infine, dal 2011 «i docenti migliori potranno ricevere un premio produttività che potrà arrivare fino a 7 mila euro». Apprezzabile almeno lo sforzo, invece, di moltiplicare il monte ore di inglese rendendolo obbligatorio per tutte le scuole di ogni ordine e grado, e potenziarlo alle medie. Meglio ancora l'idea di insegnare negli istituti tecnici una materia non linguistica in inglese.
Ma per i Cobas, che ieri hanno manifestato davanti a Montecitorio, il piano Gelmini è da bocciare senza appello perché prevede «tagli indiscriminati e modifica la struttura della scuola». La pensa così anche Maria Coscia, responsabile scuola per il Pd, che accusa: «Annunci roboanti per nascondere il taglio del prossimo anno di 42.000 docenti, di cui la gran parte nella scuola elementare». E aggiunge: «Hanno fatto un gran pasticcio: non c'è alcuna coerenza tra il piano programmatico già presentato e i regolamenti varati ieri». Dura condanna anche dal settore Conoscenza della Cgil: «La verità dei testi smaschera le tante bugie spese per raggirare l'opinione pubblica», attacca il segretario Mimmo Pantaleo che mette in luce come i «tagli previsti dalla legge 133 sono tutti confermati e si concentrano da subito sulla scuola primaria, il cui modello pedagogico e didattico fin qui realizzato viene spazzato via, per far posto al maestro unico». Per l'Flc-Cgil, come per la Gilda, non è accettabile che «a pochi giorni dall'impegno assunto dal ministro Gelmini di aprire un tavolo di confronto con i sindacati sui regolamenti applicativi della riforma», siano stati approvati «senza alcun confronto, confermando il metodo arrogante ed autoritario». Ad accusare il governo di mancanza di dialogo c'è però anche il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che dopo aver rimarcato come il governo abbia «svolto con noi un intervento tecnico preliminare, ma poi le cose non sono andate avanti», ha avvertito l'esecutivo: «Bisogna che ci si intenda su un punto: basta annunci roboanti, è successo già una volta e poi si è tornati indietro. Facendo così non si va da nessuna parte, lo dico nell'interesse della scuola».
Meno contrattazione: è la riforma di Brunetta
di S. F.
su Il Manifesto del 19/12/2008
«Ne vedremo delle belle», come ha detto il ministro Brunetta. Il primo via libera al disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione è arrivato ieri dall'aula del senato (con l'astensione del Pd). Si tratta delle linee guida della strombazzata riforma («antifannulloni», nel linguaggio corrente) che dovrebbe essere tradotta in pratica entro il prossimo autunno con i decreti delegati contenenti le singole misure. Una vera e propria «controriforma», secondo Carlo Podda, segretario della Fp Cgil, «che pone fine alla lunga strada di unificazione tra il lavoro pubblico e quello privato, portata avanti negli ultimi anni».
E' la strada che Brunetta ha praticato fin dal suo insediamento al ministero della funzione pubblica, quella di sottrarre quanti più spazi possibili alla contrattazione. Dall'organizzazione del lavoro, al sistema per misurare la produttività fino alle progressioni di carriera: tutte materie che d'ora in avanti saranno regolamentate per legge, non più attraverso la contrattazione, e dunque dal sistema politico di turno. «Un ritorno al passato che, con i tempi che corrono, colpisce - commenta Podda - Un sistema che creerà più clientela e più corporazioni». Trasparenza, valutazione dell'operato e dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni saranno affidate ad un Authority, creata nell'ambito del riordino dell'Aran (l'agenzia per la rappresentanza negoziale della pubblica amministrazione). La strombazzata valorizzazione del «merito» sarà affidata a una serie di meccanismi premiali e ad un apparato di sanzioni fino al licenziamento. Ai premi andrà una parte del monte salari complessivi, ma per sapere quanto bisognerà attendere i decreti attuativi. Non per i dirigenti però, per i quali è stato già deciso che avranno come premio almeno il 30% in più della retribuzione di base. Quanto alle sanzioni, la novità principale sta nel fatto che i provvedimenti saranno effettivi da subito, in attesa della sentenza della magistratura. Vengono introdotti meccanismi più rigorosi sui controlli medici e in caso di falso certificato si rischia il licenziamento. Per quanto riguarda i concorsi pubblici, è stato approvato l'emendamento che valorizza il requisito della residenza dei partecipanti ai concorsi pubblici. Infine, nuovi compiti vengono affidati al Cnel mentre la Corte dei conti, su richiesta del parlamento o del governo, potrà svolgere controlli sulle amministrazioni.
Non ha torto Brunetta nel dire che si tratta di un provvedimento votato in forma «pressochè bipartisan». Ieri c'è stata astensione ma la «rivoluzione» brunettiana non sembra poi così sgradita in zona Pd. Ieri il consiglio dei ministri ha approvato gli atti d'indirizzo per il rinnovo contrattuale di sanità, università e ricerca. Arriva alle ultime battute insomma il rinnovo (2008-2009) dei contratti nel pubblico impiego, dopo le intese raggiunte con Cisl e Uil - e senza la Cgil - per ministeri, agenzie fiscali e scuola. Infine, ha annunciato ieri Brunetta, il governo si occuperà nelle prossime riunioni, e comunque entro il 13 gennaio, di innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Un rinvio forse, motivato dal fatto che il tema genera divisioni dentro la compagine governativa, ma che comunque raccoglie la protesta della direzione nazionale della Fiom, che parla di un'ipotesi «inaccettabile»: «La bandiera della parità di Brunetta e Sacconi è palesemente una mistificazione, dato che tutte le recenti misure del governo sanciscono una condizione di ulteriore discriminazione e disparità per le donne».
Da www.proletaria.it
Monica Perugini
16/12/2008
Succede a Suzzara, comune di 19.519 abitanti (Mantova), che il PD chiama a raccolta il popolo democratico per scegliere il futuro candidato sindaco che, fino a quando c'era il PCI, vantava un monocolore di buongoverno col 70% dei consensi, poi passati, ma in misura progressivamente minore, ai DS, poi all'Ulivo e oggi al PD (52% per ex ds, margherita, socialisti e sd insieme).
La sindaca uscente non può più ricandidarsi, non può farlo nemmeno il marito, perchè vice presidente della Provincia: lo fa l'ex segretaria ds oggi assessore alla cultura e politiche giovanili, istruzione ecc...
Ma i conti non tornano più: la presidente del consiglio uscente, dopo dieci anni di letargo, si accorge che in fondo Suzzara, così com'è, non funziona poi tanto bene: l'IVECO licenzia 462 operai in tre settimane, l'indotto fa il resto, l'ospedale è stato privatizzato, il piano regolatore piegato alle esigenze dei costruttori immobiliari e via di questo passo. Meglio tardi che mai, con l'appoggio di SD, PRC e delusi si candida, ma senza troppe speranze.
C'è il fascino dell'imprevisto: il PD, mesi prima aveva eletto il segretario cittadino. I DS non ci sono più e bisogna fare i conti con chi è arrivato da poco e nemmeno è democristiano.
Wainer Melli, insegnante, dirigente scolastico, un passato da assessore alla cultura del Pci, referente delle associazioni di immigrati per cui fa alfabetizzazione e immigrazione, di inseganti ed educatori del territorio, di operai interinali non scolarizzati, giunti dal sud Italia per la promessa tradita di 900 euro mensili fatta dalla FIAT IVECO a cui Wainer parla di mutualità e solidarietà, pure si candida.
Alle primarie di ieri vanno a votare per lui in tanti: oltre 700 residenti italiani e ... altrettanti immigrati regolari. Il regolamento lo permette, così come per i sedicenni che però non rispondono allo stesso modo. Votano tutti il preside, quello che salutano ogni mattina davanti alla scuola, parla dei loro figli, che li esorta ad associarsi, a venire a scuola, a costruire e partecipare, a sapere.
Non sia mai, grida la candidata sconfitta, la sindaca mancata che parte dei DS avrebbero voluto per continuare la tradizione, abbandonando stizzita il seggio a risultato proclamato: è voto di scambio, gli indiani arrivavano in gruppo, coi connazionali che sapevano l'italiano e gli dicevano per ch votare!
Peccato non abbiano scelto lei, forse manco la conoscevano, il preside invece....
Una simile sortita dovrebbe essere tacciata al grido di vergogna! Sono immigrati, quindi stolti, se non c'era il mediatore non sapevano cosa stavano lì a fare! Non era meglio che restassero a casa? il ricorso inoltrato dalla candidata ai controllori del seggio, ha proprio questo tenore.
Non sono la sola a pensare che proprio lei, la sindaca mancata, dovrebbe vergognarsi mentre rammenta il suo passato da FGCI e andare a scusarsi con gli stranieri che ha insultato, sostenendo che hanno agito per un voto di scambio. Scambio con che? Nemmeno potranno votare davvero, a giugno, vivono del loro lavoro, fatto di 12 ore consecutive in campagna o in fabbrica, non hanno mai chiesto nulla (a differenza di molti indigeni) ma, evidentemente, avere accettato l'invito di scegliersi liberamente il sindaco della città in cui vivono e dove pagano tasse e contributi che servono anche a mantenere il comune, ha dato fastidio.
E' stato un errore "elargire" loro quei diritti, che sono invece esigibil a tutti, nel nostro paese alla deriva, anche nella ex rossa Suzzra...
Quelle risorse umane e culturali che per il PD sono gli stranieri, diventano, a Suzzara, in una notte, poveri stolti, insieme a tutti i bei propositi che buonma parte di quel partito, aveva sbandierato e un po' ancora sbandiera in campagna elettorale, evidentemente senza crederci, forse per adempiere a quella sorta di obbligo d'immagine che può celare altro.
L'imprevisto tuttavia mitiga l'amarezza e infonde la speranza: Melli non può considerarsi "organico" a quella concezione, anche se assai abile nel comprenderla.
Io spero che Melli diventi sindaco: apra le porte del consiglio comunale ai consiglieri immigrati, affronti a viso aperto la dirigenza IVECO che fa da padrona a Suzzara, organizzi la politica scolastica e dei servizi, riprenda quel filo rosso della partecipazione che avevano reso la città esempio positivo, prima che le mani sulla città la strozzassero di asfalto e infrastrutture "riformiste".
Come tutti sanno non ho niente da spartire con PD e DS, ma stavolta si può cambiare grazie a questa opportunità fuori dal coro. Nemmeno ho niente da difendere ad oltranza, come mi è stato imputato dai sostenitori della candidata sconfitta: conosco e stimo Melli da tanto tempo e l'immediata apertura che ha fatto all'altra candidata sconfitta, che ha dimostrato intelligenza e sensibilità immediata, fa risaltare la sua apertura politica ed umana. Insieme e con altri, potranno far si che Suzzara torni ad essere quella società solidale, del lavoro, della partecipazione e della mutualità che, ormai zeppa di rondò e collegamenti viari, si dedichi finalmente ai servizi sociali, alle pesone e ai diritti di tutti, discuta e si confronti in municipio e non nelle stanze delle abitazioni private.
Dalla sindaca mancata mi aspetterei solamente le scuse verso gli immigrati insultati ... difficilmente arriveranno! Pazienza, essi sapranno tenerne conto nel percorso verso l'autonomia e l'emancipazione dallo sfruttamento economico e sottoculturale imposto anche ed attravreso la nostra piccola realtà provinciale.
E l'Onda si autoinvita nel grand hotel di lusso del signor Magnanapoli
di Adriana Pollice
su Il Manifesto del 19/12/2008
L'Onda arriva all'Hotel Romeo. Inaugurato giovedì scorso, simbolo del lusso ostentato per meno di una settimana, funzionante ma sotto sequestro, «sembra la metafora del capitalismo: arrogante, parassitario ma inconsistente» raccontano i ragazzi, una cinquantina, che ieri pomeriggio hanno attuato il blitz. Partenza da piazza San Domenico, cuore della protesta universitaria a Napoli, e via verso il porto. Obiettivo l'ex palazzo Lauro, sede operativa della flotta che fu del Comandante che da sindaco gestiva il sacco della città nel dopoguerra. Oggi l'edificio è tutto uno sfavillio di acciaio e vetro, dalle forme sinuose, progettato da Paul Noritaka Tange, figlio del celebre Kenzo, per accogliere i facoltosi croceristi. Sulle porte d'accesso, sorvegliate dal portiere in livrea, la scritta «Romeo», omaggio stilizzato al re del mattone partenopeo, e immediatamente sotto, almeno per un paio d'ore, ha campeggiato lo striscione «Chiuso per crisi. Sotto a chi tocca».
Invasione pacifica e chiassosa, megafoni e slogan, ma in un ambiente dall'atmosfera lunare, sospesi in una terra di mezzo, tra la piazza sede del comune e i vicoli alle spalle del porto. Ospiti quasi non ce ne sono, marmi e cristalli, fontane e armature giapponesi, pareti retroilluminate, divani rossi e neri, poltrone e wengè, disegni stilizzati e colori pop, un mix al limite del chic per colpire l'immaginazione e nessuno su cui fare effetto.
I ragazzi entrano, la resistenza dei dipendenti è poco convinta, anche loro si sentono molto precari e poi gli universitari non sono arrivati a mani vuote, con loro hanno l'onda card, la carta di credito del movimento con cui autoapplicarsi la riduzione delle tariffe, «mica come quella di Tremonti, la nostra funzione sicuro, basta rivendicare il proprio diritto all'accesso ai servizi a costi calmierati» dichiarano procedendo alla distribuzione. Dal lunge bar tutto cristalli ci fanno un pensierino, intanto che non c'è nessuno a cui servire cocktail o il costoso sushi, mentre si avvicinano a informarsi anche i napoletani che passano su via Marina: «E' meglio che mi prendo questa, che la social card a me non me la danno, pure se sono pensionata e non tengo una lira, pare che sforo. Ma allora mi dovevo proprio morire di fame?» sorride una signora mentre scappa verso piazza Municipio.
Due mondi che girano a due velocità. La gente comune indebitata e il lusso ostentato. Megafonaggio e cori contro l'hotel ma anche contro l'inaugurazione cittadina, in contemporanea ieri pomeriggio, della nave da crociera più grande d'Europa, la "Fantastica", targata Msc dell'armatore sorrentino D'Aponte, ospite d'onore Sophia Loren, che fornirà la lussuosa scenografia al G8 se si terrà alla Maddalena. Vip e testimonial famosi proprio come una settimana fa per Romeo. «La crisi c'è e qui si fa sentire da tempo - racconta uno degli ideatori del blitz - ma invece di utilizzare gli strumenti economici per sostenere la spesa sociale, le poche risorse disponibili finiscono attraverso la politica nelle tasche dei soliti amici degli amici. La novità è che non vogliamo più pagare per loro». Lo slogan più gettonato «La casa è un diritto, l'affitto una rapina, mandiamo Romeo a vivere in cantina». Per ora è rinchiuso nel carcere di Poggioreale, ma tutti si aspettano che torni presto nel suo palazzo di Posillipo con spiaggia privata, «gliel'abbiamo pagata noi» commenta il gruppo mentre si ritira, in attesa di una nuova «onda anomala».
COMUNICATO PRC JESI SULLA RICONVERSIONE SADAM
In merito al progetto di riconversione proposto da SADAM di Jesi, gli atti e i dati progettuali sin qui forniti ed analizzati, non consentono al PRC di Jesi di fornire allo stato attuale una valutazione positiva degli stessi. Infatti ritiene deficitaria la definizione di un quadro complessivo che assomma a tutti gli aspetti che il Consiglio comunale aveva indicato con la risoluzione del 30 luglio 2008.
Nel contempo si prende atto che la relazione consegnata dalla commissione tecnica in data 11 novembre 2008, nell’accettare lo schema di riconversione proposto da SADAM, specifica la necessità di un atteggiamento precauzionale dato che l’intervento proposto ricade in area AERCA (Area Elevato Rischio Crisi Ambientale).
Non può essere il ricatto occupazionale, non possono essere i 18 mw con gli ingenti benefici finanziari provenienti dai certificati verdi che ne derivano, a dettare le condizioni per la compatibilità e la sostenibilità della riconversione industriale dello stabilimento di Jesi; occorre un drastico ridimensionamento dell’impianto proposto ad oggi.
E' fondamentale la definizione di un quadro complessivo che tenga insieme:
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la potenza occorrente allo stabilimento, come si evince dalla relazione della commissione, è stabilita in 4/5 mw. Esso rappresenta il punto da cui ripartire per pretendere certezze e non generiche rassicurazioni spesso mai confutabili concretamente.
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Un impegno stringente degli attuali livelli occupazionali effettivamente garante per l’oggi e per il domani: nel merito evitare il ricorso a mansioni fittizie, specificare ulteriormente l’utilizzo dei 60 lavoratori occupabili per l’attività di confezionamento e commercializzazione dello zucchero, ricorrere al turn-over per non diminuire i posti di lavoro.
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La verifica della compatibilità ambientale a garanzia della tutela della salute, della sicurezza dei cittadini, istituendo una commissione permanente partecipata da esperti della SADAM, del Comune e delle parti sociali, per il controllo di ogni ulteriore passaggio e modifica nonché del funzionamento delle attività che andranno realizzate.
Il circolo Karl Marx del PRC di Jesi sostiene con forza la validità del Piano Energetico Ambientale Regionale che rappresenta oggi uno strumento indispensabile se davvero si vuole coniugare sostenibilità ambientale e sviluppo compatibile; rifiuta la logica del tutti contro tutti che, se continuerà ad essere praticata, rischia di portare vantaggi esclusivamente all’azienda eludendo le risposte indispensabili per la nostra comunità relative all’occupazione, alla salute della collettività e allo sviluppo compatibile del territorio.
Partito della Rifondazione Comunista Circolo Karl Marx – Jesi
28/10/2008
Clima, accordo in extremis nell'Ue
restano (pochi) limiti sulle emissioni
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Foto Reuters
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Matteo Alviti
Berlino
Azzoppato all'unanimità. Grandi sorrisi e strette di mano per il «successo storico» annunciato dal presidente del consiglio europeo di turno, Nicolas Sarkozy: da ieri l'Europa ha un piano comune per contrastare i cambiamenti climatici, sottoscritto da tutti e 27 i paesi membri. Servivano scelte coraggiose per lanciare un circolo virtuoso globale e spianare la strada agli Usa di Obama. E' arrivato un accordo mutilato dalle minacce di veto dei grandi oppositori - Italia e Polonia su tutti, con la Germania in scia -, miopi difensori degli interessi nazionali minacciati dalla crisi economica.
L'accordo c'è, ed è comunque un bene. Sono rimasti inalterati gli obiettivi principali della riduzione del 20% dei gas serra (non solo Co2), dell'aumento dell'efficienza energetica del 20% e dell'incremento dell'energia prodotta da fonti alternative sempre del 20% entro il 2020. Come la destinazione del 50% dei fondi ricavati dalla vendita di emissioni ai progetti di adattamento dei paesi in ritardo di sviluppo, una scelta importante. Salgono infine a sei i miliardi destinati allo sviluppo del cosiddetto green coal , il carbone pulito - molto criticato dagli ambientalisti - e dello stoccaggio delle emissioni nel sottosuolo.
Secondo il nuovo accordo, però, le imprese non a rischio per la concorrenza globale o la delocalizzazione - senza "scuse" per inquinare, dunque - non saranno più costrette a pagare per le emissioni come stabilito in precedenza, ma seguendo una tabella più graduale, che prevede una quota a pagamento del 20% nel 2013, che salirà al 70% nel 2020 e al 100% nel 2025, cinque anni dopo il piano originale. E' stata inoltre estesa la gamma di industrie considerate a rischio delocalizzazione, e dunque esonerate al 100% dai pagamenti delle emissioni. Dentro cemento, acciaio e alluminio, per la gioia della Germania, mentre carta, ceramiche e vetro, su cui premeva l'Italia, sono state ammesse ma con riserva. Stavros Dimas, commissario europeo per l'ambiente e "padre" del pacchetto azzoppato ieri, ha fatto notare come grazie ai compromessi raggiunti siano saltati circa 10 miliardi di euro di fondi per il clima. Ma la ciliegina sulla torta l'ha messa ancora l'Italia di Berlusconi, che è riuscita a strappare una clausola per la revisione dell'accordo nel marzo del 2010, tre mesi dopo la conferenza di Copenhagen, che dovrà ridefinire a livello mondiale la lotta al riscaldamento globale dopo Kyoto. Un bel paracadute per affondare le già morbide misure sul clima.
Ora il piano dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo, di orientamento più verde del consiglio. Il vicepresidente della commissione sul clima dell'Ue Roberto Musacchio, Prc, ha dichiarato «che le regole della democrazia prevedono un ruolo co-decisionale del parlamento. La discussione e il voto della settimana prossima a Strasburgo sono un appuntamento ancora più importante», che andrebbe sostenuto da una mobilitazione.
Gongola Berlusconi, che dice di aver «ottenuto tutto» quel che voleva per difendere l'industria patria. Il presidente del Consiglio ha una linea tutta interna a una logica del secolo scorso, in cui la difesa dei posti di lavoro fa tutt'uno con gli incentivi al consumo. Dietro questa logica si cela l'incapacità di ripensare il complesso produttivo alla luce dello sviluppo delle nuove tecnologie sostenibili e della riconversione del complesso energetico del paese. Che è una necessità, non una messa in piega. Altri paesi, come la Germania, seppur oggi con grandi limiti e arretramenti, stanno portando avanti con più decisione la riconversione energetica. Nella logica della spirale produzione-consumo, in fondo, anche le calamità naturali legate a fenomeni meteorologici in aumento - +350% dal 1980 - producono ricchezza. Alle distruzioni seguono le ricostruzioni. E sono tutti punti di pil.
Positivo, nonostante tutto, anche il commento di Yvo de Boer, segretario esecutivo della Conferenza Onu sul clima che si è chiusa ieri a Poznan, in Polonia. «L'Ue manda un chiaro messaggio a Poznan e al vertice di Copenhagen: le difficoltà possono essere superate e risolte», ha detto de Boer. Difficile trarre il bilancio di una conferenza come quella polacca, per sua stessa natura interlocutoria - si trattava di gettare le basi concrete per le trattative che si chiuderanno tra un anno a Copenhagen. Ieri, comunque, poco prima della chiusura, sono stati sbloccati i primi 45 milioni di euro per il fondo per l'adattamento ai cambiamenti climatici - inondazioni, carestie, siccità - dei paesi più in ritardo di sviluppo che saranno amministrati da un direttivo ad hoc. Si tratta, secondo le organizzazioni ambientaliste, di uno dei pochi traguardi concreti raggiunti a Poznan.
Liberazione 13/12/2008
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Sciopero generale oscurato da stampa e tv. Brunetta: «Donne in pensione a 65 anni»
di Roberto Farneti
su Liberazione del 14/12/2008
In Italia tira una brutta aria e non solo per la crisi che sta falcidiando decine di migliaia di posti di lavoro, come dimostra il boom della cassa integrazione registrato a novembre. Che un ministro faccia finta di non vedere un milione e mezzo di persone scese in piazza il giorno prima per contestare le politiche del governo di cui fa parte, è poco intelligente ma comprensibile. Che la grande stampa ritenga che questa grande partecipazione di popolo alla protesta non meriti un titolo in prima pagina è invece sconcertante. «Siamo al regime», grida il leader di Rete 28 Aprile, Giorgio Cremaschi, che parla di «giornata nera dell'informazione».
Se può apparire una forzatura immaginare che autorevoli quotidiani come il Corriere della Sera , La Stampa e Il Tempo agiscano sotto l'input del governo - basti ricordare il recente scontro tra il presidente consiglio Silvio Berlusconi e via Solferino per la vicenda Sky - è però legittimo ipotizzare che certe scelte siano state dettate più da considerazioni di carattere politico che giornalistico. Va bene la guerra delle cifre, ma uno sciopero generale è sempre uno sciopero generale, anche quando Cisl e Uil non sono d'accordo. Se ne rende conto persino il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore , che almeno ne dà notizia con uno "strillo" in prima.
Tra l'altro venerdì scorso non c'è stato solo lo sciopero generale della Cgil. Decine di migliaia di persone hanno manifestato in venti città con i sindacati di base, Cobas, Cub e SdL. Il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera cosa ha fatto? Li ha semplicemente ignorati, dedicando allo sciopero della Cgil un unico articolo da Bologna a pagina 14.
Sulla "guerra dei numeri" interviene Guglielmo Epifani da Parigi, dove ieri è intervenuto a conclusione delle giornate per i 50 anni del sindacato Inca-Cgil France: «Ho visto qualche tentativo di sminuire lo sciopero - dice il leader della Cgil - ma è un'operazione un po' salottiera. Solo chi non conosce che cosa vuol dire la cassa integrazione e la durezza della crisi può dare questi giudizi». Alza il tono della polemica il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che accusa la Cgil di «aver privilegiato l'unità interna a scapito degli accordi con gli altri» seguendo una linea «il cui vero ispiratore si chiama Cremaschi».
Chi sembra non volere dare ascolto alle richieste di cambiamento che sono venute dai lavoratori scesi in sciopero è il governo. C'è la crisi? La gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Le aziende chiudono? I lavoratori vengono mandati a casa? Il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, avanza una proposta: «Occorre innalzare l'età pensionabile delle donne a 65, anche perchè dobbiamo rispondere a una sentenza della Corte di Giustizia che ci chiede la perequazione dell'età di pensionamento degli uomini e delle donne». Secondo Brunetta le donne attualmente sono due volte discriminate. «Sono discriminate nella carriera - spiega - per l'interruzione legata alla fase riproduttiva. Sono discriminate nelle pensioni più basse legate all'aver smesso di lavorare prima».
Parlando più in generale del sistema previdenziale, Brunetta ha sostenuto che innalzando ulteriormente l'età pensionabile «si recupera quel 10% in più dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano» e questo «significa 2-3 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del Paese».
Immediato arriva l'altolà della Cgil: «Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all'età pensionabile - avverte il segretario confederale della Fp Cgil, Carlo Podda -. Le donne vanno in pensione con il massimo dell'età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile». Anche la Cisl frena: «Non è questo il momento di fughe in avanti - replica Raffaele Bonanni - le pensioni sono un tema delicato che non può essere utilizzato come uno spot pubblicitario, proprio per evitare allarmismi e fughe anticipate dei lavoratori». Più possibilista la Uil: «Non sono d'accordo sulla necessità: sono favorevole a fondare l'innalzamento sulla volontarietà, con incentivi», chiarisce Angeletti.
Da sinistra si leva la voce del segretario del Prc Paolo Ferrero: «L'idea del ministro Brunetta di allungare l'età pensionabile alle donne - commenta Ferrero - è semplicemente un'idea demenziale. Nel mezzo di una crisi economica devastante che porterà alla perdita di almeno un milione di posti di lavoro solo a Brunetta - accusa il segretario di Rifondazione - poteva venire in mente una proposta simile. Che indica un odio profondo, quello che il ministro Brunetta nutre nei confronti dei lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici».
Convegno sul welfare. Una coalizione per ripartire dai diritti
| mercoledì 10 dicembre 2008 |
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di Sandro Carli
Una coalizione a livello nazionale e nei territori fra associazioni, cooperative, movimenti, sindacati, operatori sociali, utenti, lavoratori, istituzioni, forze politiche che condividono un progetto per respingere l’attacco al welfare portato dalle destre che sono al governo, per costruire un progetto che rilanci e innovi lo stato sociale, lo sostenga con il conflitto, la lotta, l’iniziativa.
E’questa la proposta avanzata da Paolo Ferrero, segretario del Prc, raccogliendo le molte sollecitazioni venute dai tanti interventi che hanno animato il dibattito promosso da Rifondazione su un tema di straordinaria attualità. “Ripartire dai diritti per un welfare inclusivo e partecipato”: una risposta in presa diretta a quel “libro verde”, messo a punto dal ministro Sacconi che devasta lo stato sociale venuta dal mondo del terzo settore, dalla Cgil, da esponenti delle istituzioni che hanno raccolto l’invito del Prc. I lavori hanno assunto carattere seminariale, rispondendo ad una esigenza di confronto, di dialogo, di far circolare e mettere in rete tante esperienze positive. E’ stata Roberta Fantozzi, della segreteria del Prc, responsabile dell’area lavoro e welfare ad aprire la discussione.
Ha ricordato i tagli apportati dal governo in comparti fondamentali dello stato sociale a partire dal settore della sanità, il patto di stabilità che impedisce agli enti locali di applicare misure impositive per far fronte ai bisogni e ai diritti dei cittadini. L’attacco del governo e della Confindustria alla contrattazione è un cardine del disegno della destra che ha bisogno per realizzarsi di colpire il potere del sindacato.Fantozzi ha sottolineato la necessità e l’urgenza di costruire un movimento di cittadini, mettendo in campo le più diverse forme di lotta, dalla disobbedienza civile agli scioperi alla rovescia, presentando proposte agli enti locali, facendo ricorso alla vertenzialità a partire dai territori.
Antonio Ferraro, responsabile nazionale delle politiche sociali del Prc, ha ribadito la virulenza dell’attacco allo stato sociale da parte del governo che fa parte di un disegno più generale “per un controllo organico da parte di pochi del potere sull’intera società attraverso scientifici assalti alla scuola, ai migranti, ai lavoratori, alla sanità.” “Un controllo possibile- ha proseguit - solo se si tiene frammentata la società, se permangono le distanze fra ricchi e poveri, se c’è un consolidamento dell’emergenza sociale.”
Temi questi ripresi dai numerosi interventi che hanno ben delineato la gravità del disegno e dell’azione di governo delle destre. Giulio Marcon (Sbilanciamoci) ha offerto una significativa immagine quando ha parlato di file di persone alle casse dei supermercato “dove c’è chi paga con l’American card e chi con la carta dei poveri,” parlando di “liberismo compassionevole”: da una parte il mercato,le privatizzazioni, le fondazioni, dall’altra l’elemosina, la carità. Allo smantellamento dello stato sociale, come cardine di una strategia della destra sempre più evidente e definita, si sono richiamati in particolare Salvatore Esposito (Cantiere welfare), Pietro Barbieri (Fish), Luisa Mango (Istisss), Lucio Babolin (Cnca), con la sollecitazione a raccogliere e mettere in comune idee, proposte, spunti, facendo leva sulla partecipazione dei cittadini, degli utenti, dei lavoratori.
Quest’ultimo in particolare ha auspicato che l’iniziativa presa dal Prc abbia un seguito e non sia una “una tantum”. Si è parlato della “scrittura” di un “manifesto del welfare ( Roberto Latella - Città visibile) che sia il punto di raccordo di un movimento tutto da costruire. Sandro Del Fattore (Cgil) ha lanciato un vero e proprio grido d’allarme parlando di un “vero e proprio cambiamento di sistema” alla base dei disegni della destra. Tonio Dall’Olio (Libera), ha parlato del ”bisogno di dignità della persona” ricordando che a libertà e uguaglianza la rivoluzione francese aveva affiancato la parola “ fraternità”, valori tutt’oggi pienamente validi.
Un giovane di Libera, Michele, ha raccontato un’esperienza vissuta a Torino che ha coinvolto gruppi di rom, giovani, studenti, famiglie. Sergio Giovagnoli (Arci) Enrico Pugliese (Irpps del Cnr) sempre in riferimento al disegno delle destre, ha evidenziato che ci troviamo in una fase di arretramento rispetto a conquiste del passato ed ha messo in luce, confutando le tesi del governo, che il welfare non contrasta ma aiuta lo sviluppo. Sergio Giovagnoli (Arci) ha evidenziato il tentativo della destra di mettere i giovani contro gli anziani, i precari contro i “garantiti”, gli ultimi contro i penultimi ed ha parlato di allarme sociale”.
Anche lo sport è entrato nel dibattito, con l’intervento di Filippo Fossati ( Uisp) sport come benessere, salute, divertimento, mentre il governo ha tagliato tutti i fondi destinandoli solo al Coni, allo sport inteso come competizione. Domenico Pellitta (Sindacato degli assistenti sociali) è intervenuto sui problemi della professionalità degli operatori, Edmund Pjetri, un operatore sociale albanese ha raccontato l’odissea di chi vuole venire a vivere e lavorare nel nostro paese. Damiano Stufara, assessore alle politiche sociali della Regione Umbria e Silvana Cesani, assessore alle politiche sociali del Comune di Lodi hanno raccontato le iniziative prese in raccordo con associazioni, cooperative, sindacati, utenti rispondendo così anche alle domande di “alleanza” venute da numerosi interventi che vedono nel tessuto democratico degli enti locali e delle regioni un punto di riferimento importante per respingere l’attacco allo stato sociale. Ferrero, nelle conclusioni, ha ripreso tutti i tempi più significativi emersi nel dibattito con la proposta della “coalizione per i diritti”.
Ha indicato alcuni punti di attacco per rispondere al tentativo della destra di “trasformare lo stato, proprio colpendo il welfare, tagliando insieme spesa sociale, sanità e diritti, colpendo il sindacato per impedire che svolga il suo ruolo. Dalla crisi non si esce con i sacrifici - ha sottolineato - ma con la distribuzione dei redditi, con un’economia fondata sul sociale, ambientalista, ecologista, pacifista. Occorre fare controinformazione per far conoscere i danni che provocano le scelte del governo, costruire una nuova consapevolezza dei cittadini sulla gravità e sui motivi della crisi che stiamo vivendo, progettare il nuovo stato sociale fondato sulla partecipazione. Uno stato sociale che prenda in carico l’individuo. “C’è molto da fare - ha concluso Ferrero - ma nessuno è autosufficiente. Bisogna superare gli interessi materiali dei singoli soggetti e impegnarci, insieme, ciascuno con le proprie diversità per far diventare il welfare uno dei grandi temi dell’iniziativa politica”.
Roma, 9 Dicembre 2008
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LA PARITA' SECONDO BRUNETTA
Vuole fare lavorare le donne sino a 65 anni. No corale dei sindacati. Cenni di generale rivolta nel pubblico impiego, settore da cui Brunetta vuole far partire la riforma
Brunetta ora attacca le donne
di Antonio Sciotto
su Il Manifesto del 14/12/2008
Cgil, Cisl e Uil contrarie. Il progetto è bipartisan, d'accordo parte del Pd
Il ministro «più amato dagli italiani» è davvero instancabile, e ora attacca pure le donne: Renato Brunetta vuole portare la loro età pensionabile in pari con quella degli uomini, da 60 anni fino a 65. L'ultima «brunettata» è arrivata ieri, all'indomani dello sciopero della Cgil, e ha gettato lo scompiglio nei sindacati. Ha protestato persino la filo-governativa Renata Polverini, leader dell'Ugl, che fino al giorno prima aveva bollato i lavoratori in piazza come «anacronistici». Decisi stop all'equiparazione sono venuti anche da Cisl e Uil. Ma le proteste più forti le ha espresse l'organizzazione guidata da Guglielmo Epifani, che ha subito alzato le barricate: «Non ci provare nemmeno, Brunetta - dice in una nota dal linguaggio vivace Carlo Podda, segretario della Fp Cgil e strenuo oppositore del ministro della Pubblica amministrazione - La sollevazione dei dipendenti pubblici (e non solo la loro) sarebbe immediata, di grandi dimensioni e, siamo certi, unitaria». D'accordo con Podda è Morena Piccinini, segretaria confederale Cgil, che denuncia il piano bipartisan contro la previdenza pubblica, mosso da alcuni parlamentari del Pd (Pietro Ichino ed Emma Bonino), del Pdl (Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova) ed economisti come Francesco Giavazzi, presenti qualche giorno fa a un convegno dove fu avanzata questa proposta: «Vogliono dare in pasto all'Europa e ai mercati le pensioni, in particolare quelle delle donne, per giustificare eventuali sforamenti di deficit. Come ha già fatto Berlusconi qualche anno fa, con lo scalone Maroni». Dal fronte Pd, è invece contraria Vittoria Franco. L'uscita di Brunetta, insomma, non sarebbe casuale, e il fronte dei supporter infatti ieri ha subito dichiarato a valanga (da Cazzola a Daniele Capezzone), mentre, fa notare sempre la Cgil, nei giorni scorsi il ministro del Welfare Maurizio Sacconi aveva - ineditamente - detto di essere contrario all'innalzamento. A sostegno della sua tesi, Brunetta cita «la sentenza del 13 novembre scorso, con cui la Corte Ue ha condannato l'Italia per la violazione dell'articolo 141 del Trattato Ue che riguarda 'la parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore'». La Corte ue aveva contestato la differenza solo per quanto riguarda l'Inpdap (pensioni dei dipendenti pubblici) e non l'Inps. E infatti Morena Piccinini spiega che «la Ue ha preso un grosso abbaglio, a causa della documentazione inviata dal passato governo Berlusconi, negli anni dal 2004 al 2006, mal scritta e inadeguata». La Corte Ue, secondo la segretaria Cgil, «ha condannato l'Italia perché ha ritenuto erroneamente l'Inpdap come una cassa privata, per colpa di quella documentazione fuorviante: tanto è vero che non ha emesso analoga sentenza per l'Inps, correttamente considerata pubblica: in poche parole, la Ue non dice che per legge debba esserci la stessa età per uomini e donne». La Cgil obietta anche nel merito: «Va ripetuto a chi fa finta di non saperlo - dice Piccinini - che già dal 1977 le donne possono scegliere liberamente di rimanere al lavoro fino a 65 anni: basta che facciano domanda all'azienda, che non può rifiutare. Se è vero che l'età legale di uscita è più bassa rispetto agli uomini, l'età reale è invece più alta: per il fatto che entrano dopo al lavoro, sono più precarie e discontinue dei colleghi maschi, dunque maturano più tardi gli anni necessari. Basti pensare che le pensioni erogate oggi con il contributivo sono inferiori del 10% rispetto a quelle del retributivo. Ma soprattutto: è sbagliato questo discorso oggi, vista la crisi. Chi perde il lavoro in età avanzata almeno può sperare nella pensione, dato che non ci sono ammortizzatori e che il governo, come abbiamo denunciato con lo sciopero, non pare volerli stanziare». Infine, «va ricordato che l'Inps chiuderà quest'anno in attivo, di ben 8 miliardi». «Niente fughe in avanti - dice Raffaele Bonanni (Cisl) a Brunetta - Il prolungamento per le donne deve essere volontario e con incentivi. E bisogna riconoscere periodi di contribuzione figurativa alle donne quando stanno a casa per necessità». Favorevole all'idea di Brunetta si dice Volontè (Udc), «ma tutelando la maternità». Mentre Paolo Ferrero (Prc), la bolla come «frutto dell'odio verso lavoratori e lavoratrici».
Donne in pensione a 65 anni
di Monica Maro
su Aprile online del 13/12/2008
Renato Brunetta ritiene arrivato il momento di "porre al centro dell'agenda politica l'obiettivo della perequazione verso l'alto dell'età pensionabile di uomini e donne" e lancia la sua proposta da Stresa, incassando il no dei sindacati. Alt della Cgil: "Non ci provi nemmeno". Bonanni (Cisl): "no a fughe in avanti". La proposta divide la maggioranza e provoca lo "sfottò" della Lega contro "Brunetto-scherzetto"
Dopo il decreto anti-fannulloni mirato a "stanare" l'assenteismo dei dipendenti pubblici, il ministro Renato Brunetta ritiene arrivato il momento di "porre al centro dell'agenda politica l'obiettivo della perequazione verso l'alto dell'età pensionabile di uomini e donne" e lancia la sua proposta da Stresa, dove è intervenuto in chiusura del Forum della Terza Economia organizzato da The European House - Ambrosetti. Un primo risultato lo ottiene: i sindacati, ultimamente divisi, si ritrovano - sia pur con diverse sensibilità - uniti nella bocciatura della proposta.
Il ministro ha spiegato che la riforma, che dovrebbe portare anche le donne ad andare in pensione a 65 anni, dovrebbe contemperare l'esigenza di innalzare l'età del pensionamento con la necessità di "non turbare con eccessive modifiche le aspettative degli italiani". E "per studiare tutti questi problemi e individuare le possibili soluzioni", ha annunciato, "si sta mettendo in piedi un gruppo di studio che valuterà costi e benefici dell'invecchiamento attivo di donne e uomini, i quali dovranno andare in pensione tutti alla stessa età".
"Recuperando alla vita lavorativa attiva la classe di età 55-65 - ha spiegato il ministro - recuperiamo il 10% dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano. Questo significa avere 2,5 milioni di posti di lavoro in più, il che vuol dire incrementare il gettito fiscale e il pil del paese".
Occorre quindi agire in questa direzione, ed è necessario "fare presto e bene". "L'Italia - ha sostenuto - è matura per fare scelte difficili di lungo periodo. Per quanto mi riguarda, sono datore di lavoro di tre milioni e 650 mila persone e mi applicherò con determinazione al perseguimento di questo obiettivo".
"Usciamo dall'ipocrisia - ha esortato Brunetta - e se affermiamo che l'invecchiamento attivo è un obiettivo di bene pubblico, è necessario che ci applichiamo tutti insieme per perseguirlo. Si dovranno sentire la Confindustria e i sindacati, poi chi deve governare governi. Il Libro Verde del ministro Sacconi - ha aggiunto - da' già delle indicazioni di lungo periodo che sono totalmente condivisibili. Occorre ora riaprire il dibattito nelle forme e nei modi più equilibrati e più seri. Anche perché dobbiamo rispondere a una sentenza della Corte di Giustizia Europea che ci chiede la perequazione dell'età di pensionamento degli uomini e delle donne".
Brunetta ha sottolineato che finora il nostro sistema ha incentivato i prepensionamenti, d'ora in poi invece dovrà disincentivarli. Si dovranno anzi mettere in campo "adeguati incentivi fiscali mirati a sostenere l'attività lavorativa degli anziani". Incluse le donne, che sono oggi "due volte discriminate dall'andare in pensione prima, con progressioni di carriera più lente e pensioni meno elevate".
"L'innalzamento dell'età del pensionamento - ha puntualizzato alla fine il ministro - dovrà essere raggiunto in modo flessibile e volontario". Ma soprattutto, "senza rimettere mano in maniera pesante alla riforma pensionistica che dal '95 in poi ha turbato spesso il sonno degli italiani".
Luigi Angeletti boccia la proposta: "Non sono d'accordo sulla necessità - dice il segretario della Uil - sono favorevole a fondare l'innalzamento sulla volontarietà, con incentivi". Anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, appare contrario: "le pensioni - dice - sono un tema delicato che non può essere utilizzato come uno spot pubblicitario".
Per la Cgil parla Carlo Podda (segretario generale Fp Cgil): "non ci provare nemmeno" esorta Podda rivolgendosi a Brunetta che, "se conoscesse bene il problema non passerebbe il suo preziosissimo tempo a lanciare demagogiche campagne propagandistiche". Insomma, chiosa Renata Polverini, segretario dell'Ugl, "una riforma delle pensioni in questa fase economica e sociale non avrebbe alcuna ragione di essere".
E le parole di Brunetta non sono piaciute all'opposizione di centro sinistra. "Stupiscono le improvvisazioni spot del ministro Brunetta su temi delicati, quali le pensioni, per i quali andrebbe invece affrontata una discussione seria. Soprattutto per le donne che oggi si trovano a dover conciliare lavoro, maternità e servizi di assistenza. Quando poi a farle è un ministro del governo che ha cancellato il tempo pieno è ancora più preoccupante", è quanto affermato da Vittoria Franco, ministro per le Pari Opportunità nel governo ombra del Pd. "La direttiva - prosegue Franco - dietro la quale si trincera il ministro non dice esattamente quanto da lui sostenuto. Brunetta si metta d'accordo poi con il ministro Sacconi che proprio alcuni giorni fa aveva fatto affermazioni completamente diverse".
Rifondazione e Sinistra democratica si chiedono il perché "questo governo si accanisce sempre sui più deboli, invece di affrontare efficacemente la crisi economica?".
E anche dall'Udc si osserva come "l'estemporaneità di una battuta di un ministro può far arroccare le posizioni, piuttosto che favorire il confronto. Tutto non può essere affrontato con i soliti spot e senza un disegno organico sulle misure per affrontare la crisi. C'e' bisogno della consapevolezza della gravità della situazione ed è improbabile che possa esserci in chi sostiene che il peggio è passato e che gli italiani debbono oramai solo dedicarsi a fare acquisti e regali di Natale".
Ma Brunetta non convince neppure tutto il centrodestra, tanto che se dalla Pdl si sottolinea come il ministro abbia posto "una questione seria che riguarda la sopravvivenza della previdenza italiana, l'uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e l'economia pubblica" ma poi si sottolinea la necessità di affrontare "la materia con grande cautela e nell'ambito di una più vasta rivisitazione della previdenza", il senatore Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione Normativa e Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord liquida la discussione senza lasciare margini di dialogo agli alleati: "Brunetto-scherzetto! Prendiamo come una battuta quella detta sulle pensioni dal ministro, su un argomento di questa importanza, che avrebbe dovuto essere oggetto di un'approfondita discussione politica all'interno della maggioranza. Discussione che vi è già stata proprio in occasione dell'ultima riforma previdenziale".
"La valutazione che il ministro Brunetta fa con tale proposta - rileva Calderoli - è solo una valutazione finanziaria, la nostra, invece, è stata una valutazione che considera, oltre all'aspetto finanziario, anche il ruolo sociale che svolge la donna che, terminate le proprie ore lavorative sul proprio posto di lavoro, inizia il suo secondo lavoro di mamma e di factotum della casa e della famiglia. Per quello che ci riguarda l'età pensionabile attuale per le donne va bene così, perché forse si sottovaluta cosa vuol dire per una donna farsi carico di una casa e di un famiglia, ancor di più dopo aver lavorato per un'intera giornata sul proprio posto di lavoro".
Ecco l'alta velocità sprecona e di facciata che fa da tappo al sistema dei trasporti italiano
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Un'ora da Milano a Bologna, 14 anni di lavoro, 7 miliardi
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Eurostar - Frecciarossa, viaggio inaugurale della tratta ad alta velocità Milano-Bologna ...
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Claudio Jampaglia
Milano (nostro servizio)
Da Necci ad oggi le Fs sono cambiate. Ma l'alta velocità è rimasta l'orizzonte. E chi è contro è ancor più fuori dal mondo. Guardate la Francia, la Germania, la Spagna... Guardiamo. Dopo 10 anni dal via la Madrid-Siviglia, praticamente l'unica linea, non ha ancora raggiunto il traffico previsto al primo anno d'esercizio. Un fallimento. Un po' ovunque è così. E infatti i Tav altrove sono carissimi. Più che da noi (a regime si pagherà 79 euro un Milano-Roma in seconda, sola andata). Quindi, non va tutto male. Almeno paghiamo meno degli altri. I biglietti. E comunque meglio i treni delle auto, dei camion e degli aerei.... E piantiamola col vizio italiano di criticarci e non valorizzarci mai.
Piantiamola. E andiamo a vedere con l'amministratore delegato Mauro Moretti la "nuova" Stazione Centrale. Prendiamo la scala mobile e si blocca. «Siete saliti in troppi».
Un poliziotto si mette a fare da filtro. Chissà all'ora di punta. Due foto nell'atrio deserto. Un giro davanti alla biglietteria. E qualche cittadino facinoroso chiede a Moretti se va con lui sul Roma-Palermo di stasera: «Si viaggia come su un gabinetto». L'ad è un uomo di piglio: «Le prometto che prenderò quel treno un giorno di questi». Cammina sicuro, si tira dietro lo stuolo di telecamere. Ogni dieci passi, due battute. Metà stazione è bloccata. Molti passeggeri protestano. L'inaugurazione crea qualche disagio. Ma da domani andrà tutto meglio. Anche se la stazione sarà finita l'estate prossima. Dottor Moretti com'è che i costi di questa Tav sono così lievitati, i tempi infiniti, tutto ai danni dei pendolari e del trasporto locale? «Io rispondo della mia gestione. E da quando ci sono io i costi degli appalti si sono abbassati e le consegne sono state quasi sempre rispettate. Oggi è la dimostrazione». E i pendolari? «L'alta velocità e il trasporto universale sono due cose diverse, separate. Il primo è attività di mercato, l'altra è attività che dipende dagli accordi e dal finanziamento di Stato. L'alta velocità non toglie soldi al trasporto locale, semmai al trasporto locale i soldi non arrivano da chi dovrebbe finanziarlo». Governo e regioni.
Un giorno da leone
per il dottor Moretti
Al binario 14 ci sono le pensiline nuove. Al 16 c'è il nuovo treno: il Freccia Argentata. Ma ancora non si può usare. Mai vista tanta assistenza clienti. Tutti con pettorina. Anche questa inaugurazione fa parte del "gioco della S.p.A.", quel ibrido tra mercato e servizio pubblico in cui si barcamenano le ferrovie italiane e Moretti: le attività in perdita su commissione pubblica, le attività in guadagno, le progetto e le gestisco direttamente. Ma cosa è in perdita? Il cosiddetto "trasporto universale" che "il pubblico" concorda e paga. Treni locali o a lunga percorrenza (fino a qualche anno fa solo i notturni, poi Prodi ha aggiunto anche degli Eurostar e Intercity per evitare che fossero soppressi). D'altronde con 9 miliardi di debiti sul groppone (delle gestioni precedenti) e 450 milioni euro anno di interessi passivi, che volete fare? Meno male che la Tav porterà passeggeri e denaro. Non è così in quasi tutta Europa. Ma "il gioco della S.p.A." deve andare avanti. In questa strana società di mercato lo Stato fa tre parti in un colpo solo: il proprietario, il regolamentatore del servizio, il committente. E quindi chi comanda?
Sotto il "salone delle carrozze", quello dove arrivano i Taxi adesso c'è il buffet, lo spazio per l'orchestra. Arrivano i vip, più imprenditori che politici. D'altronde è la loro opera. C'è La Russa (che però non sale sul treno), il vicepresidente Gianni Letta, un po' di preti, Formigoni, Moratti. Tanto centrodestra. Per il centrosinistra arriva Bersani in sigaro e poi si raccoglieranno gli emiliani a Bologna: Errani e Cofferati che saluta ma non sale. Il supremo Silvio aveva il matrimonio della figlia. Il ministro delle Infrastrutture Matteoli non si sa. Così il vero leone del giorno rimane Moretti. E la piccola contestazione di una cinquantina di Cub e Sdl che chiedono rispetto per i lavoratori, soldi ai pendolari, non lo sfiora nemmeno. Ah, arriva anche Daniela Santanché. Poco dietro Salvatore Ligresti. Al binario alcuni giovani che urlano "vergogna, vergogna". La gente guarda. Il presidente Fs Cipolletta ecumenicamente ricorda i morti sui cantieri e ringrazia i suoi "predecessori". Taglio del nastro e si parte. Tre macchinisti (ma non ne bastava uno?) e punte di 300 orari. Si sballotta un filo di più del solito, ma niente di che. Il rumore idem. In questo raro tratto dritto e piano d'Italia si realizza il sogno Tav. Come ha detto giustamente Michele Paolini (e ricorda un sagace Michele Serra) «L'Italia è un paese di montagne che crede di vivere in pianura». E sarà anche finito il modello di sviluppo del triangolo Mi-To-Ge, ma la "logica della pianura" è rimasta. Almeno nel trasporto. Intorno, però, nelle stazioni, nelle connessioni urbane, nell'Italia diffusa che vive per il 65% in centri piccoli e medi, c'è il quasi nulla. «Festeggiamo i 50 minuti per arrivare a Bologna, certo che se da Varese a Milano poi ci metto un'ora e mezzo...», dice l'assessore ai trasporti della Regione Lombardia, il forzista Cattaneo. Ma il trasporto locale non dipende dai fondi suoi e del governo, signor assessore? Che pasticcio italiano queste privatizzazioni. Ma che volete che sia. Dappertutto è così. L'Europa è così. E infatti l'ossessione di Moretti oggi - macchinista unico a parte - si chiama Francia. Da noi ci sono una quarantina di licenze ferroviarie di cui la metà con i necessari certificati di sicurezza (passeggeri o merci). Sono aziende storiche come la Ferrovie Nord o la Sangritana o la Fcu dell'Umbria, ma anche aziende europee appena arrivate per il via alla liberalizzazione fissato al gennaio 2010. Invece Trenitalia non può andare a operare in Francia. Soprattutto sulle merci, dove Trenitalia opera con la tedesca Tx Logistics e punta molto sulle benedette Ten (trans european network) guidate dal Commissario Tajani con un portafoglio aiuti di 8 miliardi di euro.
Fermi i supertrenimerci
mancano le locomotive
Non molti, in verità, visto che il solo tunnel della Torino-Lione (quello che i valsusini non vogliono nemmeno immaginare) costa sulla carta più di 7 miliardi. E chi ce li ha? La Francia ne ha trovati un paio per le merci della Sncf a costo di una procedura d'infrazione sugli aiuti di Stato. A Moretti, invece, non hanno ancora dato i 2 miliardi previsti nel piano industriale per potenziare il materiale e le reti e far partire il sogno ad Alta Capacità. A quando l'inaugurazione del treno merci veloce? Non si sa. Mancano le locomotive. Ma non importa. C'è da lanciare il "conto alla rovescia" per le ultime tratte del sogno realizzato della Tav italiana: Firenze-Bologna e Milano-Novara. Poi si potrà dire che da Torino a Salerno si va a tutta velocità. E il 40% degli italiani che abitano nelle grandi città è divenuto più europeo e servito. Grazie a Trenitalia. Poco importa se sono meno e abitano nelle grandi aree metropolitane (e non nelle città) e se per arrivare in stazione con treno, pullmann o auto ci mettono ore. Non ditelo a Moretti. Lui non c'entra nulla. Lui ci fa andare al massimo. Con quello che ha.
14/12/2008
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Il futuro ha bisogno di Rifondazione
Di Claudio Grassi, su Liberazione del 07/12/2008
La luna di miele del Governo Berlusconi è finita. La tracotanza del Presidente del Consiglio, che si è espressa senza freni per alcuni mesi dopo la disfatta delle forze del vecchio centrosinistra il 13 e 14 aprile, sta sfumando sotto i colpi di un variegato movimento che comincia a farsi sentire e di una pesantissima crisi economica.
Un primo segnale l'avevamo visto l'11 ottobre quando alla manifestazione promossa dalla sinistra di alternativa, con grandissimo impegno del nostro Partito, la partecipazione era stata ben più ampia di quella da noi stessi attesa. C'è stato poi il 17 ottobre, quando lo sciopero-manifestazione dei sindacati di base ha visto una presenza ben maggiore degli anni passati. Ma la vera svolta è stata determinata dal movimento che in poche settimane si è sviluppato nella scuola e nell'università contro le sciagurate iniziative del ministro Gelmini. Studenti, maestri, insegnanti, genitori, ricercatori e precari della scuola hanno costruito un'Onda che ha dato spontaneamente vita ad efficaci forme di lotta e a grandi manifestazioni contro i tagli e la privatizzazione della scuola, delle università e del sapere. Parallelamente a questo prima la Fiom, poi la Funzione Pubblica, infine tutta la Cgil, hanno proclamato lo sciopero generale nazionale per il 12 dicembre.
Il tutto avviene in un contesto di crisi economica di cui nessuno più nasconde la gravità. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati i mutui subprime, ma il bicchiere della crisi è stato riempito dalle politiche economiche di questi trent'anni che hanno trasferito immense risorse dal lavoro ai profitti e alla rendita finanziaria.
Il problema è che i ricchi che hanno accumulato fortune inimmaginabili sono pochi e i lavoratori che si sono impoveriti e indebitati in tutto l'Occidente capitalistico sono centinaia di milioni. Il risultato pratico è che, mentre le merci che il capitalismo produce in quantità sempre maggiore rimangono invendute, i capitali non trovano modo di valorizzarsi. Per cercare di ritardare questa crisi hanno fatto guerre. Hanno devastato l'ambiente. Ma la bolla è infine scoppiata e la crisi - che è di sovrapproduzione - sta producendo una recessione mondiale e provoca chiusura di fabbriche con milioni di licenziamenti.
Non è quindi una provocazione il titolo che abbiamo dato al nostro manifesto per lanciare il tesseramento del 2009 : «il futuro ha bisogno di Comunismo». E' una verità elementare che dobbiamo ribadire con forza e a testa alta poiché il fallimento del capitalismo è davanti a noi e dice che non c'è futuro per questo pianeta se non si cambia alla radice il sistema economico.
Al contrario di quanto politici ed economisti hanno teorizzato in questi anni, il libero mercato e la cosiddetta globalizzazione non hanno portato alcun miglioramento. Occorre al contrario programmazione, intervento pubblico, una produzione che parta dalle compatibilità ambientali e dalle esigenze collettive e non dalla ricerca del profitto. Insomma un po' di Comunismo.

Così come non è una provocazione l'altra parola d'ordine che abbiamo lanciato: «il futuro ha bisogno di Rifondazione». Una Rifondazione Comunista che, dopo l'esperienza fallimentare del governo Prodi, faccia un bagno di umiltà, come è stato deciso al congresso di Chianciano. Torni tra la gente e cerchi di ricostruire dal basso una credibilità e una connessione con il proprio popolo. Una Rifondazione che metta al bando, in primo luogo nei comportamenti dei suoi dirigenti e dei suoi rappresentanti nelle istituzioni - come avevamo già detto a Carrara - il personalismo e l'arrivismo per tornare ad essere percepita come una forza coerente non solo nelle lotte che conduce, ma anche nel suo concreto modo di agire.
Ce lo dice l'esperienza di tutti questi anni. Tutti i tentativi fatti nell'ambito della sinistra di alternativa, di costruire - partendo dai limiti del Prc (che pure ci sono e sono tantissimi) - altre forze politiche, non solo non hanno funzionato, ma hanno prodotto l'esito opposto a quello auspicato: si è indebolita Rifondazione e si è indebolita tutta la sinistra. Dalla scissione dei Comunisti Unitari, passando per la costituzione dei Comunisti Italiani, alle scissioni di Ferrando e di Cannavò, per arrivare alla Sinistra Arcobaleno, questo è stato il risultato. Perché allora non lavorare per rilanciare Rifondazione Comunista? Perché non investire tutte le nostre energie per dare nuovamente forza e autorevolezza al Prc che, a sinistra del Pd, resta il soggetto politico più significativo?
Noi ci vogliamo provare. Questo è quanto è emerso con forza alla partecipatissima assemblea pubblica che abbiamo tenuto venerdì a Roma, in occasione della quale abbiamo lanciato il tesseramento al Partito per il 2009. Non ci nascondiamo le difficoltà, che sono molteplici e si intrecciano. Le risorse ridotte dalla mancanza di parlamentari, il pesante deficit di Liberazione , l'istituzionalizzazione in molti territori, un partito "bianco" e "maschile". Ma, discutendo, abbiamo anche verificato una risposta positiva alle iniziative messe in campo in queste settimane: in particolare i banchetti contro il carovita e per la distribuzione del pane, e la campagna di volantinaggio davanti ai luoghi di lavoro.
«Finalmente siete tornati»: questa è la frase più ricorrente che ci viene detta. Allora, forti di questo primo riconoscimento, che vogliamo interpretare come una riapertura di credito, ricominciamo. Da oggi, in tutte le regioni, sono a disposizione le nuove tessere di Rifondazione Comunista. Impegniamoci subito tutti. Ai banchetti, nella preparazione dello sciopero generale: ogni occasione è buona per proporre l'adesione a Rifondazione Comunista. E iniziamo subito a contattare tutti i vecchi iscritti e quelli che negli anni passati, per mille motivi, non si sono ritesserati.
Ci siamo già dati una scadenza: concludiamo questa prima fase del tesseramento il 24 e il 25 gennaio mobilitando per quelle due giornate tutti i nostri circoli, con la presenza attiva di tutti i dirigenti nazionali, regionali e provinciali. L'obiettivo da raggiungere per questa prima scadenza è il 30 per cento degli iscritti del 2008. Ce la possiamo fare. Ce la dobbiamo fare.
Vacanze in cassa e la Fiat chiude
di Manuela Cartosio
su Il Manifesto del 16/12/2008
Mezza Italia è già in vacanza. Per obbligo e con meno soldi in tasca. Causa crisi, in moltissime aziende impianti fermi per un mese. Ieri è iniziato lo stop in tutto il gruppo Fiat. 59 mila addetti in cassa integrazione. Un numero da moltiplicare per quattro, se si calcola l'indotto dell'auto
Chiuso per crisi. Ieri sono cominciate le "vacanze" di Natale più lunghe della storia dell'industria italiana. Vacanze obbligate, perché gli ordinativi sono crollati e non solo nel settore del dell'auto. Gli impianti resteranno fermi almeno per un mese. I lavoratori che hanno accumulato ferie e permessi non goduti azzereranno il loro piccolo patrimonio. Per tutti gli altri sarà cassa integrazione, che taglia del 30% salari già sottili.
Tutto l'arcipelago Fiat, dalle Alpi alla Sicilia, è fermo da ieri. 59 mila, secondo i calcoli della Cgil, i lavoratori in cig fino al 12 gennaio. 5.400 a Mirafiori, 3.200 a Cassino, 1.480 a Termini Imerese, 5.600 a Melfi, 5.300 a Pomigliano, 7 mila alla Sevel Val di Sangro, 1.800 alla Fma di Pratola Serra. A questi vanno aggiunti i 5.100 dipendenti dell'Iveco, i 7.500 della Powertrain, gli 11 mila della Magneti e della Ergom.
La chiusura si propaga a macchia d'olio nell'indotto Fiat. Per ogni dipendente del Lingotto, stima la Fiom di Torino, ce ne sono 4 nell'indotto della componentistica. E allora, la sola crisi dell'auto mette in cassa integrazione in Italia circa 200 mila lavoratori. Nel capoluogo piemontese, dove i cassintegrati Fiat sono 10 mila, la cassa coinvolgerà 40 mila addetti di 600 aziende. Qualcuna ha già buttato la spugna. La scorsa settimana nel canavese due aziende con meno di 100 dipendenti hanno chiuso per fallimento.
Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, sottolinea due pessime novità. Per la prima volta sono contemporaneamente in crisi auto, veicoli commerciali, camion, macchine per il movimento terra. E per la prima volta non è in crisi solo la Fiat, ma tutte le case automobilistiche. Quando solo la Fiat era nei guai, le aziende della componentitistica (il Lingotto assorbiva mediamente il 30-40% del loro fatturato) riuscivano a «compensare» producendo per gli altri marchi europei. Ora non è più possibile. Quel che vale per l'area torinese, aggiunge Airaudo, vale per tutto il Nord Italia che è una «mega-piattaforma» che rifornisce di pezzi il mercato dell'auto europeo. In sostanza, «abbiamo fatto il prodotto povero per una produzione europea ricca».
Il matrimonio della debole Fiat con un partner forte avrà consegenze sul vasto scenario dell'indotto, non solo sugli stabilimenti finali del Lingotto. Una ragione in più, sostiene Airaudo, perché il governo e la politica dicano la loro, condizionino un matrimonio dato per certo (e non da ora) dal «mago» Marchionne. Un gruppo d'esperti interpellato dal Corriere economia considera Bmw il partner ideale per la Fiat. Viste le topiche prese dagli «esperti» sulla finanza, l'indicazione è da prendere con le molle. In attesa delle nozze, il sindaco di Torino Chiamparino invita i colleghi delle grandi città a premere sul governo per ottenere 500 milioni per rinnovare il parco dei mezzi pubblici. Gli ordinativi di nuovi autobus a metano avrebbero effetti immediati e benefici per la Fiat e per chi ci lavora, farebbe diminuire il ricorso alla cassa integrazione.
Intanto i precari, privi del salvagente delle cig, vengono licenziati. Da luglio a oggi le aziende torinesi non hanno rinnovato il contratto a 5 mila giovani. Di questi, 1.500 lavoravano per il gruppo Fiat.
Alla Fiat di Termini Imerese alla cig, purtroppo, ci sono abituati. «Ma una mazzata così non ce l'aspettavamo. E' una tragedia», dice Roberto Mastrosimone della Fiom. Dall'inizio di ottobre al 12 di gennaio, «5 settimane di lavoro e 10 di cassa». La tredicesima tamponerà un po' il colpo, ma dopo? Si annuncia un anno nero per le 2 mila famiglie, calcolando l'indotto, che a Termini campano con la busta paga della Fiat. «Qui si fanno i prestiti di 200-300 euro anche per la comunione del figlio... Siamo al collasso».
La Uilm, pur giudicando eccessive le stime della Fiom sulla cig nell'indotto dell'auto, parla di crisi «grave». Il segretario Tonino Regazzi è favorevole agli aiuti di Stato per la Fiat: «I soldi pubblici per l'auto non sono buttati via, sono un sostegno all'occupazione e al pil del paese. Gli aiuti possono essere di varia natura, a favore degli acquisti o a sostegno dell'innovazione».
Al lungo stop a cavallo di Natale fanno ricorso anche imprese non targate Fiat. Questa una mappa parziale delle chiusure in Lombardia. La Beretta di Gardone Val Trompia riaprirà i battenti il 26 gennaio. Sempre in provincia di Brescia, la Lonati (meccanotessile) e la Twr (automotive) staranno ferme fino al 12 gennaio. La Same (trattori) di Treviglio riprenderà la produzione il 16 gennaio. Riaprirà il 7 gennaio, ma è fermo già dal 5 dicembre, uno degli stabilimenti della Whirlpool a Varese. Fermata lunga anche per la Tenaris Dalmine, la prima volta da quando c'è il ciclo continuo. Le piccole e medie aziende metalmeccaniche lombarde seguiranno l'esempio delle maggiori.
Una legge anti-emissioni, e la Puglia «limita» l'Ilva
di Ornella Bellucci
su Il Manifesto del 18/12/2008
La Regione guidata da Rifondazione approva una normativa storica in materia ambientale e di sicurezza sul lavoro. Abbassati radicalmente i limiti di diossina e di altre sostanze tossiche che le aziende possono emettere. Così si rispettano i parametri Ue e si tutela la salute delle persone. Particolare soddisfazione a Taranto, la città più inquinata d'Italia. È la prima proposta del genere in Italia. L'azienda protesta
«La nostra legge vuole dare speranza alla Puglia e parlare all'Italia e all'Europa. La difesa dell'ambiente è una responsabilità politica». Così Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, dopo che il consiglio regionale ha approvato il ddl che fissa i limiti per le emissioni di diossina e furani da parte dell'industria. È stato due giorni fa. In aula c'erano molti tarantini, dipendenti Ilva e non, esponenti di associazioni ambientaliste, confluite nella rete Altamarea, e sindacati. La legge è passata a maggioranza allargata, con il voto favorevole di tre consiglieri di opposizione (uno dell'Udc e due di Forza Italia) e 5 astensioni (due di FI, una di An, una di "La Puglia prima di tutto" e una del Gruppo misto). L'obiettivo è audace e la strada intrapresa dalla Regione per tutelare la sicurezza del territorio e di chi lo abita, in particolare l'agro di Taranto, martoriato dalle emissioni industriali, si fonda su evidenze scientifiche. Quelle che dall'era Vendola in poi l'Arpa, agenzia regionale per l'ambiente, raccoglie e denuncia, inascoltata, al governo centrale. Le stime attestano che la diossina prodotta dall'Ilva a Taranto in un anno e in condizioni routinarie, è pari a 171 grammi - dato rilevato nel 2008 sul camino E312 dello stabilimento -, che moltiplicati per 45 anni di attività del siderurgico, danno oltre 7,7 chili di diossina: tre volte Seveso. E sono complementari a quelle contenute nel registro Ines, secondo cui a Taranto si produce il 92% della diossina italiana. Dei paesi europei, in cui il limite di emissioni per metro cubo è fissato in 0,4 nanogrammi in tossicità equivalente, l'Italia è l'unico ad avere una legge che fissa il tetto a 10mila nanogrammi a metro cubo in concentrazione totale: il più alto. Di più. L'Ines stima anche che la fonte principale di diossina a Taranto è l'Ilva.
L'obiettivo della legge Vendola è dimezzare le emissioni entro il primo aprile del 2009, per scendere entro il 31 dicembre 2010 al limite europeo. Verranno calcolate soltanto le diossine dannose per l'uomo, come prevede la legge italiana. Recependo il decreto di Aarhus (approvato nel 2004 dal Consiglio europeo, e divenuto legge in Italia nel 2006 ma mai applicato), la legge dispone che «tutti gli impianti di nuova realizzazione non dovranno superare i 0,4 nanogrammi di emissione». Diverso il discorso per gli impianti già esistenti, come l'Ilva di Taranto. Le emissioni di diossina prodotte dallo stabilimento a febbraio 2008, dati Arpa, oscillavano tra i 4,4 agli 8,1 nanogrammi, ma a giugno, dopo l'impiego di tecnologie Urea (che esercitano una forte funzione inibitrice) si sono ridotte anche a 0,9. Dal primo aprile del 2009 non dovranno superare i 2,5 e dal 31 dicembre del 2010 dovranno rispettare il limite europeo. Entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge, i gestori degli impianti dovranno elaborare, a loro spese, un piano per il campionamento continuo dei gas di scarico e presentarlo all'Arpa per la validazione e il successivo controllo. Sarà infatti l'Arpa a valutare l'effettiva attuazione dei piani e la loro efficacia, e, in caso di superamento dei limiti, a informare l'assessorato all'Ecologia che diffiderà il gestore dell'impianto dal rientrare dal superamento entro 60 giorni. Se non accadrà, la fabbrica dovrà chiudere: le modalità di riattivazione saranno definite in un'apposita Conferenza dei servizi dopo l'individuazione e la rimozione delle cause che hanno determinato il superamento dei valori limite.
Il 15 luglio scorso, in una relazione al ministero dell'ambiente, l'Arpa Puglia, sulla base di esiti di varie rilevazioni, segnalava a Taranto «una situazione fortemente degradata dal punto di vista ambientale e sanitario», ma il ministero aveva ritenuto quelle rilevazioni «non valide ai fini dell'individuazione di limiti più restrittivi», perché effettuate con metodi non previsti dalla normativa. Dello stesso avviso l'azienda che nel cronoprogramma presentato al ministero in vista dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) aveva indicato parametri tre volte superiori a quelli chiesti dalla Regione. Ora, dopo l'approvazione della legge, in una nota dichiara che i limiti alle emissioni di diossine indicati «sono tecnicamente irraggiungibili nei tempi stabiliti dalla stessa legge».
«Un provvedimento storico», commenta Roberto Dinapoli, di Altamarea. «Si comincia a ragionare in termini concreti del nostro futuro. Questa legge impedirà alla grande industria di continuare a procastinare l'adozione delle migliori tecnologie disponibili». Lunetta Franco, di Legambiente Taranto, aggiunge: «È una legge importante non solo dal punto di vista pratico, ma anche simbolico, perché spiana la strada ad altri provvedimenti di questa natura». Per Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, «la legge antidiossina è un esempio di civiltà che a Taranto gode del sostegno di tutta la popolazione. Supplisce allo Stato centrale che finora si è inginocchiato davanti ai poteri forti». Fabrizio, operaio dell'Ilva dice: «La fabbrica però non può essere chiusa. Non puoi mandare a casa dodicimila persone più l'indotto. Bisognerebbe renderla meno inquinante, gli strumenti ci sono, solo che Riva dovrebbe spendere più di soldi. Non bisogna cedere al ricatto occupazionale. È strano che mentre si pone il problema dell'inquinamento l'azienda annunci la cassa integrazione. Oggi i sindacati sono stati convocati per altri 2200 provvedimenti».
«La legge rappresenta una pietra miliare per la Puglia», commenta Antonio Buccoliero, consigliere regionale Udeur. «Traccia un nuovo percorso culturale, da oggi le problematiche ambientali non sono più scisse da quelle occupazionali». Dello stesso tenore le dichiarazioni di Mino Borracino, capogruppo dei Comunisti italiani: «Non è una legge anti-industriale, ma si muove nel solco già tracciato dall'Unione europea». Con questa legge, aggiunge Arcangelo Sannicandro, capogruppo del Prc, «diamo una risposta ferma e celere alla domanda di sicurezza proveniente dalla popolazione tarantina e non solo».
Brunetta avanti tutta. Con il PD
di Castalda Musacchio
su Liberazione del 16/12/2008
"Brunetta-scherzetto"? A sentire il ministro non è affatto così. Il progetto di innalzare l'età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni andrà avanti inesorabile. «Con flessibilità, progressività, su base volontaria - avverte - ma con determinazione» e anticipando, inoltre, che secondo i calcoli un simile cambiamento consentirebbe di creare oltre 2 milioni di posti di lavoro. «Io? - sottolinea in un'intervista a Repubblica - Non torno certo indietro». E dire che ne ha per tutti: per Veltroni, D'Alema ed Epifani ma anche per «l'amico Calderoli». Anche se i veri conservatori «miopi» - attacca - sono a sinistra: «Abbiano il coraggio di dire che per loro la donna deve essere l'angelo del focolare», una sorta di «donna-sandwich schiacciata da una parte da un lavoro nel quale non può fare carriera e guadagna meno degli uomini, e dall'altra dalle cure familiari». In realtà non è affatto così. Nonostante la denuncia dei sindacati, Cgil in testa, nel Pd si è alla ricerca di un compromesso, di un progetto "bipartisan" e la conferma proviene dalla stessa lettera che Vittoria Franco, tra le contrarie del Pd a Brunetta, ha inviato ieri al ministro. Apertura o ripensamento? Sta di fatto che il ministro delle pari opportunità del governo ombra del Pd ieri si è detta d'accordo con Brunetta a patto che si investa sul lavoro femminile.
«Le lancio una proposta - scrive la senatrice - di alleanza o, se vuole, una sfida tutta a favore delle donne: noi del Pd sosteniamo le sue proposte sulla equiparazione dell'età pensionabile e Lei sostiene il nostro progetto che prevede misure per promuovere l'occupazione femminile e favorire la conciliazione fra lavoro, maternità e carriera». «Molti - prosegue - soprattutto della destra per la verità, vogliono le donne "angeli del focolare", tutte casa e famiglia. In verità, per le laureate il differenziale salariale può arrivare anche al 25% in meno. Il livello di occupazione femminile al Sud è intorno al 31%. Ma quelle stesse donne inattive rinunciano anche a fare figli perché il futuro della coppia e della famiglia è più incerto». «Non possono bastare dunque - conclude Franco - i risparmi realizzati con l'equiparazione dell'età pensionabile». «Ci dia qualche segnale - conclude - che ci consenta di avere fiducia per non pensare che questo Governo voglia di nuovo intrappolare le donne in una ulteriore discriminazione: più povere, più oberate di cura e pure in pensione più tardi degli uomini». Lo scambio è presto detto: il governo approvi il ddl 784 depositato in Senato che prevede misure per promuovere l'occupazione femminile e il Pd si impegna a scendere a patti con Brunetta. Del resto alla sua apertura si aggiunge il commento della senatrice Roberta Pinotti, ministro ombra della difesa del Pd:«Sono d'accordo con Vittoria Franco - aggiunge - prima di tutto è necessario intervenire perché le donne abbiano pari opportunità nel mondo del lavoro, poi non credo che la proposta di equiparare l'età pensionabile delle donne a quella degli uomini sia un tabù». Brunetta, ieri, non si è detto affatto contrario, anzi si è complimentato con le donne del Pd. «Ben volentieri - ha risposto - accetto la sfida». Del resto «le cose che afferma la senatrice del Pd - aggiunge - sono le stesse che ho detto ieri sabato ad un convegno a Stresa e le ho ribadite in due interviste, averla fra i lettori - ironizza - è un onore». «Mi piacerebbe sapere - aggiunge - e lo chiedo, senza polemica alcuna, all'onorevole Franco, se anche Veltroni, D'Alema e Finocchiaro hanno avuto modo di riflettere e cambiare idea».
La tesi sostenuta da Brunetta resta la stessa: è l'Europa che impone questa scelta. Non è neppure un caso che, ieri, sul sito del ministero on line sia apparsa la sentenza in base alla quale, secondo il ministro, la Corte Ue ha condannato l'Italia per la violazione del Trattato che riguarda la parità di reribuzione tra uomini e donne. Ma è proprio Morena Piccinini della Cgil a smontare la spiegazione del ministro. La Corte non ha condannato l'Inps ma l'Inpdap sbagliando sulla base di una documentazione errata inviata dal precedente governo Berlusconi. In poche parole l'Europa non dice che per legge debba esserci la stessa età per uomini e donne. Il progetto Brunetta? «Significa solo tentare una nuova strada per risparmiare soldi - commenta Carla Cantone (Cgil) - senza tenere conto delle differenze che esistono tra uomini e donne nel mercato del lavoro, nelle retribuzioni, nella carriera. Queste - conclude - sono le vere discriminazioni».
Fiat, 50 mila operai a casa: «Il 2009 sarà l'anno orribile»
di Maurizio Pagliassotti
su Liberazione del 16/12/2008
Chiuso. Cancelli sbarrati alla porta due di Mirafiori. Dentro ci sono solo i custodi che guardano storditi il diluvio universale, in tutti i sensi, che si sta abbattendo su Torino. La fabbrica delle fabbriche riaprirà il dodici gennaio, per trenta giorni nessuno entrerà più dentro. Non un operaio, non un impiegato, non un dirigente. Da oggi sono chiuse quasi tutte le linee di produzione auto in Italia e 50 mila lavoratori sono in cassa integrazione. Venerdì scorso gli operai che non avevano partecipato allo sciopero mentre correvano verso l'autobus raccontavano dei loro timori per l'inverno che sta per arrivare. Storie di mutui, figli e pochi spiccioli per tirare a campare. Maledicevano un po' anche il sindacato: «Allo sciopero io ci sarei andato, ma oggi avrei perso settanta euro e di questi tempi non sono pochi. Potevano farlo lunedì prossimo (oggi, ndr )!». Avranno tempo di rifarsi visto il significato delle parole che l'amministratore delegato della Fiat Marchionne sta pronunciando. Voci interne alla dirigenza sostengono che nel 2009 Mirafiori rischia di rimanere chiusa tre settimane su quattro ogni mese.
L'idea è di tagliare del 75% la produzione, forse si salverebbero solo le officine dove costruiscono i cambi per il gruppo. Su tutto il resto, si abbatterebbe la più pesante mannaia della storia della Fiat.
Una cura dimagrante che crea non poche perplessità nelle alte sfere del gruppo: «Temiamo che possano esserci forti tensioni sociali in città, ma non abbiamo scelta, la fabbrica deve rimanere chiusa. I conti sono pessimi e sono bloccati quasi tutti gli studi sui prototipi. Speravamo sulla Mito, ma non va».
Domandiamo se il taglio riguarderà tutti gli stabilimenti Fiat e se ci saranno delocalizzazioni della produzione. Secondo la nostra fonte verranno fatti forti investimenti in Serbia nella vecchia fabbrica della Zastava, ed in Argentina, poi aggiunge: «Se a Mirafiori non dovesse giungere la produzione di un'auto low cost, ma sarà molto difficile perché queste auto se non sono prodotte in paesi dove il costo della manodopera è stra-basso rappresentano solo una perdita, si andrebbe inesorabilmente verso la chiusura. Lo stabilimento di Torino rischia molto più che nel 2001-2003 quando c'erano già degli studi di architetti che programmavano la costruzione di palazzi dove ora ci sono le officine».
Uno spettro che fa apparire la crisi, che di fatto si apre ufficialmente oggi, quasi sostenibile.
Capitolo alleanze e fusioni: «Ha ragione Marchionne, la Fiat può salvarsi solo con una alleanza, sarà inevitabile. Di fatto in questo momento siamo sul mercato, ma non in una posizione di forza. In azienda girano voci di un interessamento Mercedes. Un ritorno di fiamma, visto che andammo già vicini ad essere comprati pochi anni fa, quando Umberto Agnelli voleva dismettere il settore auto. Se dovessimo essere comprati dalla Mercedes, cosa che spero perché tutti gli altri sono messi peggio, non so cosa potrebbe accadere a Mirafiori. Comunque sia l'ipotesi di alleanze esotiche con indiani o cinesi sono solo fumo negli occhi. L'unica cosa in piedi e razionale in questo momento è Mercedes».
Tutto questo ai piani alti, dove si decide che fare durante il lungo inverno Fiat. Sotto nello stabilimento non c'è nessuno, gli operai sono in "ferie obbligatorie", poi ci sarà la cassa integrazione.
Appena fuori dai cancelli, attraversato corso Settembrini la Lega Nord ha inaugurato l'altra sera in pompa magna una sede, presa d'assalto da simpatizzanti e curiosi. Il disgusto e la rabbia della classe operaia porta anche a questo.
Inflazione e consumi in frenata, ma pane e pasta sempre più cari
di Gemma Contin
su Liberazione del 16/12/2008
Economia al disastro, inflazione in frenata, consumi primari ridotti all'osso. Saranno le facce della stessa medaglia, o no? Sono in allerta le maggiori organizzazioni - Unione europea, Istat, Confederazione italiana agricoltori, eccetera - che tengono d'occhio, a vario titolo, l'andamento del "sistema Italia".
L'inflazione precipita al 2,7 per cento, strilla l'Istituto centrale di statistica, "merito" o "colpa" della riduzione della bolletta energetica. Ma dai toni allarmati già non si capisce se è peggio quando la corsa è al rialzo o, viceversa, quando i prezzi scendono, o quantomeno non salgono, almeno non quanto è avvenuto negli ultimi mesi, mettendo in ginocchio le stremate economie famigliari di un terzo degli italiani.
Ma se i prezzi scendessero davvero, forse le famiglie italiane potrebbero permettersi, essendo Natale, qualche "capriccio", qualche "esagerazione". Invece, niente di niente: borselli ben stretti, acquisti sul filo dell'essenziale, freno a mano tirato, stando a quanto comunica la Cia, che parla di un meno 3,5% nei consumi di generi alimentari primari, con punte del 4,2 al Sud.
Per il presidente della Cia, Giuseppe Politi: «I prezzi degli alimenti restano cari e il carrello della spesa è sempre più vuoto: una situazione difficile con acquisti sempre più onerosi». I consumi si riducono in termini quantitativi (chili di pane, carne, pesce, frutta e verdura) del 3,5% ma crescono in termini monetari del 2,6%. In linea con i dati Istat sull'inflazione, "ferma" a novembre - si fa per dire - al più 2,7%.
Dunque la "dieta" degli italiani si riduce, non per effetto dell'obesità o in base a ricette nutrizioniste, ma a causa del caro-vita, anzi del caro-pane, che da mesi, da anni per alcune categorie, non è corretto da alcun rapporto con l'inflazione reale, né col tasso di inflazione programmata.
Secondo il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, «i dati diffusi dall'Istat (mentre l'inflazione cala, i prezzi di pane e pasta aumentano a ritmi vertiginosi) dimostrano ancora di più un dato di fatto da mesi sotto gli occhi di tutti. E cioè che esiste una casta di speculatori che "succhia il sangue" di chi non arriva a fine mese».
Si tratta una vergogna nazionale, afferma l'ex ministro della Solidarietà, «resa ancora più grave di fronte ai licenziamenti di massa e alle migliaia di lavoratori che perdono il loro posto di lavoro, e rilevata lo stesso giorno in cui la Fiat manda in cassa integrazione 48mila operai».
Inoltre, «il prezzo del pane e della pasta che sale a ritmi incontrollabili e ingiustificati - insiste il segretario del Prc - annulla di fatto i presunti benefici della "misery card" di Tremonti! Eppure, Rifondazione comunista sta dimostrando, grazie ai Gap-Gruppi di acquisto popolari, che è possibile distribuire il pane a un euro al chilo, con 60 tonnellate già distribuite. A queste si aggiungeranno da sabato prossimo - annuncia Ferrero - dieci tonnellate di pasta che distribuiremo nelle piazze a prezzo dimezzato».
Questa è dunque la situazione sul fronte alimentare, che andrà a impattare molto duramente soprattutto sulle famiglie monoreddito, sui pensionati, sui giovani precari, su tutti quelli che dovranno affrontare l'ormai prossimo Natale con buste paga tra gli 800 e i 1200 euro.
Per quanto concerne il resto non va affatto meglio, perché se è vero, secondo l'Istat, che l'andamento dei prezzi ha subito un rallentamento quasi esclusivamente grazie al riduzione del prezzo dei carburanti (meno 8,6%) e come conseguenza diretta sulle voci dei trasporti e delle bollette energetiche (meno 8,2%), è altrettanto vero che il crollo dei consumi si è trasformato in mancanza di ordini all'industria, determinando per il terzo trimestre consecutivo la débacle della produzione di ricchezza nazionale.
Il che si traduce non più soltanto in una "recessione tecnica", ma in un intero anno, il 2008, messo in discussione da una stagnazione prolungata che potrebbe portare l'Italia a entrare in una situazione ancora peggiore, teme Bruxelles, nel 2009, che rischia di essere «segnato da licenziamenti e fasce di popolazione a rischio».
Ad essere allarmata è adesso l'Unione europea, che continua a sollecitare Roma a farsi carico di «interventi immediati, riforme e miglioramento della spesa pubblica», facendo attenzione al cosiddetto federalismo fiscale che, seppur visto di buon occhio dalla Commissione, deve essere volto ad «aiutare la riduzione e l'efficienza della spesa pubblica».
La scheda della Ue riferita al nostro paese parla di «economia stagnante, diminuzione di consumi privati, calo degli investimenti e delle esportazioni». Un quadro sconfortante che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto ieri rivalutare, nonostante tutti gli indicatori di segno opposto, di fronte alla platea di imprenditori del "made in Italy" riuniti per la consegna dei premi Leonardo.
«Dal made in Italy inteso nel senso più ampio, dalle eccellenze italiane, dalla qualità italiana - ha detto il Capo dello Stato - viene una grande sorgente di fiducia nel futuro del nostro paese, senza nasconderci le difficoltà che ci troviamo di fronte, perché se ce le nascondessimo non potremmo affrontare con il coraggio e la volontà necessaria il difficile momento che l'Italia attraversa».
Napoli, appalti con trucco
giunta Jervolino nella bufera
L'inchiesta Global service scuote il comune. Coinvolti anche due deputati: Bocchino e il Pd Lusetti
La parola chiave è Global service. Che vuol dire affidare ad un unico gestore un po' tutti i lavori pubblici e di manutenzione di competenza comunale che vanno dal verde pubblico alle strade. A Napoli è una delibera da quattrocento milioni di euro, il cui appalto, però non è partito per mancanza di copertura finanziaria. All'inizio sembra "solo" l'oggetto di un vivace, molto vivace, dibattito politico (tanto che Rosetta Iervolino ne parla pure dalla Annunziata) fomentato da indiscrezioni su possibili inchieste giudiziarie in corso. Poi la bomba scoppia davvero.
Tredici le ordinanze di custodia cautelare nei confronti di amministratori comunali e pubblici funzionari e di un ufficiale della Guardia di Finanza; quattro tra amministratori in carica ed ex amministratori finiti ai domiciliari; in carcere l'imprenditore Alfredo Romeo. Sarebbe quest'ultimo, secondo i pm, il punto di raccordo di interessi incrociati tra maggioranza ed opposizione (ci sarebbero anche intercettazioni relative all'alleanzino Italo Bocchino). Lui, Alfredo Romeo, l'imprenditore in grado di vincere appalti e di intessere reti di relazioni con amministratori e funzionari delle Pubbliche Amministrazioni. In particolare a Napoli per i pubblici ministeri, la prospettiva ultima «sarebbe quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche, spesso già di per sé insufficienti a rispondere alla drammatica situazione in cui versano Napoli e la sua provincia». Risorse che sarebbero così state «veicolate verso l'esclusivo ed egoistico interesse di Alfredo Romeo e delle sue imprese in totale dispregio delle regole fondamentali della buona ed efficiente amministrazione». Così scrivono il procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti ed i sostituti Enzo D'Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli nelle richieste di custodia cautelare al gip.
Quattro sono i nomi della giunta Iervolino colpiti da ordinanza. Due sono "ex". Il primo è Giuseppe Gambale, giovane promessa della politica: parlamentare già a ventotto anni con La Rete, sarà confermato altre tre volte, aderendo, nell'ordine, ai Democratici, alla Margherita e al Pd. Componente della commissione parlamentare antimafia, sottosegretario all'istruzione nel secondo governo D'Alema e nel successivo guidato da Giuliano Amato, ha sostenuto numerosi progetti di legge nel campo della lotta alle mafie. Dal 2006 e per due anni è stato assessore all'educazione, trasparenza e legalità nella seconda giunta Iervolino, da cui è uscito in seguito ad un recente rimpasto. L'altro ex è il dimissionario Enrico Cardillo, sindacalista, già segretario regionale della Uil e componente della giunta Iervolino, in quota Ds poi Pd, con la delega al bilancio. Gli altri due sono assessori in carica, o almeno lo erano fino a qualche ora fa. Sono Ferdinando Di Mezza, 53 anni, presidente regionale di Legambiente dal 1990 al 2001, assessore già nella prima giunta Iervolino e poi confermato nell'attuale secondo esecutivo con le deleghe al patrimonio e alla manutenzione degli immobili, e Felice Laudadio, 61 anni, tra i più noti avvocati amministrativisti dell'intera regione. Docente di diritto amministrativo a Cassino, Laudadio ha presieduto l'Azienda napoletana mobilità prima di essere chiamato nella seconda giunta Iervolino a occuparsi di edilizia.
Sono stati tutti e quattro sospesi dal partito, il Pd. Con una nota brevissima in cui, come da copione in questi casi, «il segretario regionale del Pd Tino Iannuzzi, d'intesa con quello provinciale Gino Nicolais, nel ribadire fiducia nell'operato della magistratura e rispetto della presunzione costituzionale d'innocenza per le persone indagate, ha deciso in via cautelare di sospendere da ogni attività ed incarico di partito gli assessori comunali Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio e gli ex assessori Enrico Cardillo e Giuseppe Gambale, in attesa dell'accertamento dei fatti».
Anche la Iervolino, che convoca in tutta fretta una conferenza stampa, annuncia: «Tempo venti minuti da adesso, con profondo dispiacere umano, sospenderò i due assessori; Di Mezza me lo ha già chiesto». Probabilmente il partito le chiederà di fare di più, non certo di dare le dimissioni, ma quasi sicuramente di azzerare l'intero esecutivo. «C'è la nostra disponibilità ad azzerare la giunta, perché c'è bisogno di un segnale di forte discontinuità», fa sapere subito il segretario regionale del Prc Peppe De Cristofaro. Intanto, ai giornalisti che le chiedono già se intende dimettersi, la sindaca replica: «Il sindaco viene dalla conferma della fiducia votata dal consiglio comunale a larga maggioranza due giorni fa, ma adesso c'è una novità e su questa novità bisogna discutere. Ancora non ho visto gli assessori, né i partiti della coalizione. Il discorso va aperto con loro. Dopo, il sindaco serenamente deciderà». Dall'opposizione il coro è unanime. «Al punto in cui siamo le dimissioni del sindaco Iervolino e di quel che resta della sua giunta rientrano nella categoria degli atti dovuti», sostiene il coordinatore regionale di An-Pdl per la Campania.
da Liberazione del 18/12/2008
Il gesto di Baghdad
di Tommaso Di Francesco
su Il Manifesto del 16/12/2008
È illuminante il gesto di Baghdad, il lancio da parte del giornalista Muntazer al Zaidi delle sue scarpe contro Bush in piena conferenza stampa con il premier iracheno Al Maliki. Due scarpate che danno nuovo ruolo al giornalismo e che, pure se precise quanto a traiettoria e forza impressa, sono state purtroppo schivate dal patetico interessato. L'intero Medio Oriente chiede la libertà per il giornalista subito arrestato che rischia sette anni di carcere. Ora sappiamo che si affaccia sulla scena globale un nuovo sport povero, dopo la recente vittoria dell'Afghanistan ai mondiali di «calcio di strada»: il lancio di scarpe contro il tiranno. Un agone da omologare per le prossime Olimpiadi. E da praticare, magari a casa nostra.
Ma tornando allo sfortunato Iraq, dove l'ancora per poco presidente americano ha ricordato che «la guerra non è finita», il gesto atletico di rabbia e protesta esprime contenuti che vanno ben al di là della rilevanza teatrale. I giornali americani parlano di «tragedia finita in farsa», qualcuno elogia perfino Bush per la schivata, altri ricordano le scarpate sui banchi dell'Onu del leader sovietico Khruscev. Stavolta è all'ordine del giorno proprio il ruolo diretto della Casa bianca nella devastazione provocata in Iraq dalla scelta di guerra ad ogni costo di George W. Bush. Il lancio di scarpe, insieme a concludere degnamente, come un marchio indelebile, la presidenza Bush, apre con il suo disprezzo impotente e tardivo, il capitolo delle responsabilità del presidente uscente, non solo storiche ma penali e criminali.
Troppo poco si è riflettuto sulle ammissioni di Bush sulla guerra in Iraq. «Mi sono sbagliato...», «Mistake», ha dichiarato, ma confermando la «necessità della guerra» (sic) anche di fronte all'inesistenza delle armi di distruzione di massa. Ancora una volta scaricando le colpe sulle «informazioni sbagliate» dell'intelligence. Quando tutti ben ricordano che la Cia di George Tenet negava la presenza di armi di distruzione di massa e solo dopo la sceneggiata all'Onu di Colin Powell le «confermò». Tanto che, di fronte ad un conflitto con l'Iran, stavolta è la Cia a mettere le mani avanti ricordando che no, Tehran è ben lontana dall'avere l'atomica.
L'affermazione di «errore» vuole cancellare l'orrore dell'occupazione militare. Che ha provocato: 75.000 morti secondo «Body Count» il sito internazionale che conta le vittime irachene, per il ministero della sanità di Baghdad 150.000 morti e secondo la rivista scientifica Lancet ben 650.000 vittime. Solo venerdì scorso un rapporto del Senato Usa ha accusato Bush e Donald Rumsfeld del sistema di torture praticato ad Abu Ghraib e prima ancora in Afghanistan e Guantanamo. Domenica è esploso lo scandalo dei conti gonfiati del Pentagono. Il fatto è che la portata della crisi economica internazionale cambia il sipario. Ma la questione del diritto internazionale si riaffaccia ad ogni angolo buio. Perché non è escluso che proprio la profondità di questa crisi economica riacutizzerà lo scenario mondiale dei conflitti, almeno sul controllo delle fonti energetiche decisive.
Il peso delle scelte di guerra e dei bilanci della difesa dopo l'11 settembre sono un'eredità pesantissima per il neoeletto Barack Obama. Che però ha promesso la chiusura di Guantanamo e delle sue nefandezze illegali. Così torna d'attualità il nodo mai sciolto del non riconoscimento da parte degli Stati uniti del Tribunale per i crimini di guerra dell'Onu che chiede di processare anche i militari statunitensi colpevoli di massacri contro i civili.
Ecco allora che, sia internazionalmente sia all'interno per timore d'una resa dei conti sulle malefatte di guerra, la cosiddetta ammissione d'«errore» di Bush proprio queste domande vuole eludere: Bush è un criminale di guerra? Ce n'è abbastanza perché una corte di diritto internazionale lo metta sotto accusa per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio? Sì, Bush è un criminale di guerra. Anche per molti giudici e giuristi internazionali, vista anche la vastità degli eccidi. Ma tutto concorre a definire una sorta di imperscrutabile immunità: nessuna corte azzarderà mai una tale incriminazione. Una immunità spaventosa. Se, com'è certo, fosse confermata, chi impedirà nuove stragi di massa fatte in nome delle ultime armi di distruzione di massa «trovate» o della nuova guerra «umanitaria»? In una parola, del terrore della guerra giustificato per fermare il terrorismo? È tempo di lanciare le nostre scarpe.
Missione fallita
di Michelangelo Cocco
su Il Manifesto del 16/12/2008
Blitz di Bush per dare l'addio ai due fronti della «guerra al terrorismo». A Baghdad rimedia una doppia scarpata da un giornalista. «È un eroe», migliaia in piazza per chiederne il rilascio. Poi a Kabul annuncia l'escalation della prossima amministrazione
Domenica a Baghdad, in conferenza stampa, un arabo gli ha scagliato contro un paio di scarpe. Ieri in Afghanistan i suoi hanno organizzato tutto in modo tale che il presidente statunitense giocasse «in casa», senza poter subire altre contestazioni. Così all'alba George W. Bush è stato ricevuto da centinaia di soldati americani nella base aerea di Bagram, quella che per decine di prigionieri musulmani è stata l'anticamera - in molti casi con torture - di Guantanamo.
«L'Afghanistan è un paese enormemente cambiato rispetto a otto anni fa (quando il regime dei taleban fu abbattuto dall'invasione anglo-americana, ndr), stiamo facendo progressi incoraggianti» ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca tra gli applausi di un migliaio di militari accorsi a salutarlo nella seconda tappa di questo blitz d'addio ai due fronti della «guerra al terrorismo», come egli stesso battezzò la disastrosa risposta agli attacchi dell'11 settembre 2001 voluta dall'amministrazione repubblicana e che dal 20 gennaio prossimo, quando s'insedierà ufficialmente come capo dello Stato, passerà in eredità a Barack Obama.
Anche qui un giornalista ha contraddetto il leader al tramonto, rinfacciandogli di aver promesso una sicurezza che per gli afghani non è mai arrivata. «Ho citato dei progressi, non ho mai detto che i taleban sono stati eliminati, ma che sono stati rimossi dal potere - s'è difeso Bush -. Non c'è dubbio che la violenza sia aumentata (4mila civili uccisi dall'inizio dell'anno, ndr) ma una delle ragioni per cui è in crescita è che stiamo dispiegando truppe in aree dove prima non c'erano». Sembra credere nella necessità di un'escalation anche Obama, che in campagna elettorale ha più volte accusato il suo predecessore di aver distratto finanziamenti e truppe da Kabul per schierarli in Mesopotamia. Il generale David McKiernan, a capo delle forze Usa e di quelle della Nato nel Paese asiatico, ha richiesto quattro brigate da combattimento per un totale di 20.000 uomini, che andrebbero ad aggiungersi alle 65.000 truppe straniere - tra la missione Isaf (Nato) e quella Enduring freedom (Usa) già presenti nel paese che fu dei taleban. La prima è attesa per il gennaio prossimo.
Anche la Gran Bretagna invierà altri 300 soldati, su «base temporanea». Lo ha annunciato ieri in parlamento il primo ministro Gordon Brown. Londra ha nel paese circa 8.000 militari e ha subìto 132 perdite, soprattutto nella provincia meridionale di Helmand, roccaforte dei taleban. E nel 2009 Londra spenderà 2,32 miliardi di sterline (2,6 mld di euro) di denaro pubblico per l'Afghanistan, il 54% in più rispetto a quest'anno.
E la guerriglia, che ha ormai salde basi a pochi chilometri dalla capitale Kabul, nei giorni scorsi ha conseguito un clamoroso successo in Pakistan, dove ha spezzato le linee di rifornimento statunitensi distruggendo numerosi depositi di veicoli e approvvigionamenti americani. Ieri le aziende di trasporto pachistane hanno annunciato smesso di consegnare i rifornimenti alle truppe straniere schierate in Afghanistan, proprio perché sulle strade del Pakistan nord-occidentale gli attacchi hanno reso impossibile il trasporto di merci e mezzi militari. «Abbiamo cessato oggi di rifornire le forze straniere in Afghanistan», ha annunciato Mohammad Shakir Afridi, presidente dell'Associazione Khyber dei trasportatori. «Disponiamo di 3.500 camion, autobotti e altri veicoli, siamo il fornitore principale verso l'Afghanistan, trasportiamo fra il 60 e il 70% circa delle merci», ha aggiunto Afridi, la cui impresa rappresenta i trasportatori del nord ovest del Pakistan. Adesso gli Stati Uniti saranno costretti ad aprire una nuova linea di rifornimenti, probabilmente attraverso il confine settentrionale dell'Afghanistan. Ma l'arrivo del Comandante in capo sul primo fronte di guerra si è portato dietro le immagini del secondo, dove domenica in conferenza stampa, dopo aver sentito affermare da Bush che «la guerra non è ancora finita», Muntadar al-Zaidi, giornalista della televisione al Baghdadiya, gli ha lanciato contro entrambe le scarpe, mancandolo il presidente per un soffio mentre l'intera scena veniva ripresa dalle telecamere di mezzo mondo. «Questo è il bacio d'addio da parte del popolo iracheno, cane» gli ha gridato al-Zaidi prima di tirare le scarpe, l'offesa più grave che secondo la cultura araba si possa rivolgere a un essere umano. E ieri al Baghdadiya, con sede al Cairo, ha espresso solidarietà al suo dipendente che avrebbe semplicemente «esercitato la sua libertà d'espressione, quella che gli americani hanno promesso agli iracheni quando hanno abbattuto Saddam Hussein».
Al-Zaidi, dopo essere stato arrestato, ieri è stato interrogato e sottoposto a test anti-alcool e anti-narcotici. Ma a manifestare per la sua liberazione, nel mega sobborgo sciita di Sadr city a Baghdad e in altre città del paese c'erano migliaia di persone, a testimoniare l'impopolarità del presidente che dopo aver dichiarato «missione compiuta» il 1 maggio 2003, più di cinque anni dopo ha salutato il disastro iracheno dicendo che «la guerra non è ancora finita».
In Diretta dalle emozioni, Governare con la paura
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Di Guido Cladiron
«La linea di demarcazione fra paesaggio interno e paesaggio esterno è crollata. I terremoti possono essere originati da sconvolgimenti sismici all'interno della mente umana. L'intero universo randomizzato dell'età industriale esplode in frammenti criptici: "In un deposito di auto in demolizione trovò la carcassa carbonizzata della Pontiac bianca, il prepuzio nasale di L. B. J., elicotteri precipitati, Eichmann vestito da donna, un bimbo morto..."». Nel presentare nel 1990 La mostra delle atrocità (Rizzoli), uno dei capolavori di J. G. Ballard, William S. Burroughs sosteneva che «poiché le persone sono fatte di immagini, questo è, alla lettera, un libro esplosivo. L'immagine dell'uomo esplode in rocce, piete e alberi». I due esploratori della percezione umana e della letteratura vedevano implodere il mondo, sotto il peso della società del controllo e della deriva dello sviluppo capitalistico. «Apocalisse. La mostra di quest'anno, alla quale i pazienti non erano stati invitati, aveva un segno inquietante: tutti i quadri insistevano sul tema della catastrofe planetaria, come se questi pazienti, così a lungo segregati, avessero avvertito nelle menti dei dottori e delle infermiere una specie di sconvoglimento sismico», scriveva Ballard nelle prime pagine di quel libro che raccontava la storia degli Stati Uniti così: «La civiltà sublimata in un panorama d'inferno».
Ciò che questi due intellettuali, considerati tra le altre cose tra gli ispiratori della narrativa cyberpunk, "la fantascienza" che affronta il precipitare qui e ora del nostro modo di vivere, hanno definito da tempo è il ruolo che la paura gioca nei sistemi sociali complessi dell'Occidente contemporaneo. La paura è infatti al centro, già prima dell'11 settembre del 2001, considerata la data fondativa di un nuovo ordine simbolico internazionale, del sistema di segni e del linguaggio con cui vengono raccontati i fenomeni sociali, le trasformazioni dell'ambiente, l'equilibrio geopolitico del pianeta, oltre ché la partecipazione di ciascuno al mondo che lo circonda. La narrazione pubblica, i codici che i media e la politica mettono in campo sono all'insegna di costanti emergenze, di grandi paure a cui dare risposte simboliche immediate - piuttosto che costruire in profondità le ragioni e le iniziative che possano portare a un loro reale superamento. Non si tratta però di un caso, bensì di una scelta, di uno stile che si è andato imponendo negli ultimi decenni, in particolare nella crescente connessione tra media e politica, costuendo una sorta di narrazione "thriller" della realtà che sembra creare le condizioni per l'apparizione di un "salvatore", un uomo del destino, in grado di sanare in qualche modo la nostra paura. Una tendenza che si è andata affermando fino a diventare una vera e propria "forma di governo attraverso la paura" che caratterizza ormai buona parte del mondo occidentale.
«La paura - scriveva nel primo anniversario dell'attacco alle Twin Towers Barbara Spinelli - è diventata il cardine dell'odierna politica internazionale. La politica della paura non è solo l'arma offensiva usata da Al Qaeda: sta diventando anche l'arma con cui i governi democratici legittimano il proprio potere e le proprie violazioni di leggi costituzionalmente garantite, ma con cui alla fine feriranno se stessi». Ma, ancora più in profondità, come spiega in Le dimensioni sociali della paura (Franco Angeli, 2008) Carlo Mongardini, professore ordinario di Scienza politica alla Sapienza di Roma, «la paura è connessa alla società e produce società: produce in particolare le condizioni atte a creare un certo tipo di associazione che può contare su un elevato livello di socializzazione (per proteggersi dalla paura) e su un alto grado di disponibilità al consenso, che bene si presta alla manipolazione politica». «La paura perciò, specialmente in relazione alla elevata densità delle società contemporanee - ribadisce Mongardini -, si presta ad essere uno strumento di definizione, di controllo e di governo dell'ordine sociale».
Nel nostro paese basterebbe citare solo alcuni esempi tratti dalle cronache degli ultimi gorni per illustrare come si applichi questa tendenza alla vita quotidiana. Da un lato il modo in cui ancora in queste ore il giusto allarme per la piena del Tevere è stato utilizzato dall'amministrazione capitolina guidata da Gianni Alemanno. In una città in cui si può morire sotto un cavalcavia perché l'acqua raggiunge un'altezza superiore a quella di un'autovettura - come accaduto nei giorni scorsi - il Sindaco ha passato la notte dell'attesa della piena a Ponte Milvio dando nelle dirette delle tv satellitari i dati aggioranti sull'altezza del fiume. Questo, malgrado lui stesso spiegasse: «Molti continuano a girare per la città e vengono sul fiume a guardare lo spettacolo. Vorrei dire che non siamo al cinema». Alemanno pensava forse al Bush con casco da operaio in testa nel bacino ancora fumante di Ground Zero? In cosa l'evocazione di un pericolo risponde al bisogno di "sicurezza" di una comunità e in cosa costruisce invece altro allarme, aggiunge paura a paura? Lo stile di questa politica è del resto quello delle reti tv "all news" che hanno bisogno di continui allarmi e paure da evocare per poter vendere ogni quindici o trenta minuti le loro dirette dai luoghi "della sciagura".
L'altra notizia arriva da New York e racconta della visita del Ministro dell'Interno Roberto Maroni nella città che ha inventato da tempo, sotto la guida di Rudolph Giuliani prima e di Michael Bloomberg poi, la formula della "tolleranza zero". «Sono venuto per studiare il modello di sicurezza urbana di New York, un modello che vogliamo applicare in tutte le città italiane», ha spiegato Maroni. Il perché di tanto interesse per i metodi d'oltre Oceano lo ha spiegato lo stesso Ministro: «Nel nostro Paese c'è una percezione comune e diffusa che ci sia troppa insicurezza e che la criminalità sia tollerata e ciò aumenta la paura dei cittadini. La sinistra ha perso le elezioni su questo, nonostante alla fine del 2007 e all'inizio del 2008 i crimini fossero diminuiti».
Che la paura resti in ogni caso, ben al di là dei dati concreti, al centro degli umori degli italiani, è confermato dai "numeri" dell'edizione 2008 del "Rapporto sulla situazione sociale del paese" elaborato dal Censis. L'Istituto di ricerca riparte dalla definizione data lo scorso anno della realtà del paese, definito come una "società mucillagine", caratterizzata dall'«assenza di una consapevolezza collettiva» è condizionato da «una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni». Questa regressione antropologica, con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale, è visibile nel primato delle emozioni, nella tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti, al punto che «la violenza o lo stravolgimento psichico si illudono di avere un bagliore irripetibile di eternità, mentre nei fatti sono solo passi nel nulla», recita ancora il Rapporto. Il 2008 diventa così l'anno di tutte la paure. In una società di individui, soli, isolati e sempre più inquieti sul loro futuro. Nella sintesi del Censis il quadro emerge così: «Su questa base si sono moltiplicate piccole e grandi paure (i rom, le rapine, la microcriminalità di strada, gli incidenti provocati da giovani alla guida ubriachi o drogati, il bullismo, il lavoro che manca o è precario, la perdita del potere d'acquisto, la riduzione dei consumi, le rate del mutuo). In un anno elettorale, la politica ha trovato vantaggioso enfatizzare le paure collettive e le promesse di securizzazione (dai militari per le strade alla social card per i meno abbienti), con ciò finendo per generare una più profonda insicurezza, una ulteriore sensazione di fragilità».
In quello che resta fin qui lo studio più approfondito sul rapporto tra la paura e la società, La peur. Histoire d'une idée politique (Armand Colin, 2006), Corey Robin, docente di Scienze politiche al Brooklyn College di New York, propone questa interpretazione delle cose: «La paura è uno strumento al servizio di un'élite al potere, uno strumento creato e plasmato da chi spera di trarne un beneficio, sia perché può aiutarlo a raggiungere un obiettivo politico determinato, sia perché riflette o dà un particolare peso alle sue credenze morali e politiche, quando non si tratta di entrambi questi motivi riuniti». «Priva di apparato ideologico-culturale e simbolico, sviluppandosi in complessità e aprendosi a nuovi orizzinti spazio-temporali, la società contemporanea ricade nella paura e perciò anche si assoggetta al predominio della forza, che è forza sociale e simbolica - conclude Carlo Mongardini in Le dimensioni sociali della paura - La paura assume allora un ruolo dominante tanto nella vita civile, quanto nella vita politica e diventa elemento determinante della mentalità e del comportamento»-
Liberazione 16/12/2008
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Bye bye Bassora, inglesi via dall'Iraq entro luglio
di Michelangelo Cocco
su Il Manifesto del 18/12/2008
Doppio attentato a Baghdad, 25 morti e 50 feriti
L'annuncio ha scelto di farlo nel giorno in cui a Londra sono stati resi noti i dati allarmanti sulla disoccupazione, tanto che l'opposizione conservatrice non ha mancato di sottolineare la coincidenza. Il premier britannico Gordon Brown, in visita a sorpresa ieri in Iraq, ha fatto sapere che i soldati di sua Maestà - attualmente 4.100, di stanza presso la città meridionale di Bassora - lasceranno la Mesopotamia entro la fine di luglio dell'anno prossimo.
Resteranno tra i 200 e i 300 «consiglieri militari» col compito di continuare ad addestrare l'esercito iracheno, mentre un'apposita clausola della legge che il governo di Baghdad sta preparando prevede che, su richiesta dell'esecutivo iracheno, la presenza militare britannica possa essere prorogata. «Hanno compiuto uno dei lavori più difficili: costruito una democrazia per il futuro e l'hanno difesa dal terrorismo» ha detto Brown dei circa 100.000 militari britannici che, dall'inizio dell'occupazione nel 2003, si sono alternati nell'ex colonia di Londra.
Proprio mentre il successore di Tony Blair pronunciava l'elogio del contingente, a Baghdad almeno 25 persone, tra le quali tre agenti della polizia, venivano uccise e oltre 50 ferite. Due gli ordigni esplosi, secondo quanto riferito dalla televisione al Arabiya. Il primo scoppio è stato causato da un'autobomba nel quartiere di Al Nahda, poi una seconda detonazione nella stessa strada, a poca distanza dall'ospedale Al Kindi.
I gruppi della guerriglia, soprattutto quelli che s'ispirano ad al Qaeda (nelle scorse settimane una decina di queste organizzazioni si sono coalizzate) hanno deciso d'intensificare gli attacchi contro quello che hanno definito il «patto della vergogna» cioè il Sofa, l'accordo militare tra governo iracheno e Stati Uniti che prevede la presenza militare americana almeno fino alla fine del 2011. Ma le formazioni che continuano a combattere (domenica scorsa è stato lo stesso Bush a dire in conferenza stampa che «la guerra non è finita») non sono solo quelle islamiste.
Izzat Ibrahim ad-Duri, ex numero due del deposto regime guidato da Saddam Hussein, potrebbe esser vivo e guidare «la resistenza irachena» contro le truppe americane. Lo ha scritto ieri il quotidiano panarabo al-Hayat, pubblicato a Londra. Citando il capo della polizia della regione nord-orientale di Diyala, il generale Abd al-Husayn ash-Shimri, il giornale riferisce che «sono state intensificate le misure per verificare le informazioni, non confermate, della presenza di ad-Duri nella provincia di Khales», a nord di Baaquba, capoluogo della regione di Diyala« a 66 km a nord-est di Baghdad.
Secondo gli esperti di difesa, per la Gran Bretagna il peso delle operazioni sui due fronti della «guerra al terrorismo» era diventato insostenibile. Londra, come altre capitali europee (tra cui l'Italia che ha appena inviato a Kabul quattro caccia Tornado) ha deciso di dire di «sì» alla Nato, che con la missione in Afghanistan si gioca la faccia, proprio mentre lo stesso presidente eletto Barack Obama ha scelto di ridurre le forze Usa di stanza in Iraq.
La Gran Bretagna quindi trasferirà a breve una serie di elicotteri a Kabul, per garantire maggiore mobilità ai suoi 8.300 militari, impegnati nelle regioni del sud dove la guerriglia è più forte.
Con gli Stati Uniti che gennaio spediranno altri 3.000 soldati nel paese asiatico, anche le Nazioni Unite sono impegnate nel loro «surge» nel pantano del primo fronte di guerra, quello aperto all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001 contro New York e Washington. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan sarà potenziata: l'inviato speciale del Palazzo di Vetro a Kabul, Kai Eide, ha preannunciato in una riunione a New York il raddoppio del bilancio dagli attuali 80 milioni annuali e l'aumento di 500 unità di personale che passa così da 1.500 a 2.000 dipendenti.
Eide ha anche sollecitato i Paesi donatori a una maggiore trasparenza e responsabilità sull'evoluzione dei diversi progetti per cui hanno stanziati gli aiuti. Per questo è necessario, ha detto, un «centro di coordinamento internazionale», con rappresentanti di ognuno dei Paesi donatori.
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Fabio Amato
La rabbia percorre da giorni le strade di Atene, senza tregua. Le percorrono ragazzi giovanissimi, insieme ai loro insegnanti. Non si fermano di fronte alla repressione, tanto meno di fronte al tentativo, fallito, di criminalizzazione. Non si tratta, come i media hanno cercato di far credere citando solo i numeri dei negozi bruciati, di qualche rivoltoso con molotov. E’ un movimento di massa, che scuote le fondamenta di una società, quella greca ,che ha scoperto velocemente come esista un malessere diffuso e profondo che attraversa le giovani generazioni. Una Grecia che ha scoperto che è finita la favola del neoliberismo, montata sui castelli i sabbia della finanziarizzazione. Che ha visto scendere i salari e aumentare i profitti di pochi, crescere la precarietà ed aumentare i mutui per una casa. Ha visto il governo conservatore, con il sostegno del pasok, proporre la privatizzazione dell’istruzione pubblica a favore degli atenei privati. HA visto la sua classe politica , quella del bipolarismo neoliberista, di nuova democrazia e del pasok, travolta da scandali quotidiani, che ne svelano la miseria e la voracità. In questo, la Grecia è in tutto e per tutto paese dell’Europa di oggi. Siamo di fronte alla prima rivolta contro il neoliberismo e la crisi dell’Europa. La rabbia però non si rivolge, come altrove, verso i più deboli, immigrati, o in un conflitto orizzontale, fra poveri. La rabbia è contro il potere e i suoi simboli, politici ed economici.
Parlamenti e banche. Multinazionali e polizia. La rabbia unisce generazioni e condizioni materiali. Vede scuole e università occupate, manifestazioni della sinistra e scioperi intrecciarsi e seguire.
Unisce la sinistra d’alternativa, e sindacati che insistono nella lotta.
Si esce dal limbo dell’eterno presente in cui si è condotti da contratti precari e che non danno possibilità alcuna di pensare al futuro.
Il barbaro assassinio a freddo di un giovane da parte della polizia è stata la miccia che ha fatto scattare la protesta. Un assassino accaduto in un mese , Novembre, dove la Grecia ricorda la rivolta del Policlinico, quando la Giunta dei colonnelli mandò i carri armati a sedare nel sangue la protesta degli studenti contro la dittatura. E’ anche per questa memoria, condivisa e non rimossa, di comune sentimento antifascista, che il popolo greco solidarizza con la rivolta.
Oggi, 18 Dicembre, ci saranno altri scioperi ed altre manifestazioni di massa. Hanno chiesto a tutta Europa di estendere la lotta. Hanno lanciato striscioni dall’acropoli che invitano a continuare a resistere. Non si fermeranno fino a che non se ne andrà questo governo. Il Potere, in tutta Europa ha proprio paura che ciò accada. Che si estenda la lotta contro la crisi. Che riprenda un conflitto di classe che contesti le fondamenta del sistema. Per questo quando pochi giorni fa, subito siamo andati difronte all’ambasciata greca per solidarietà con il movimento, abbiamo visto blindare un intero quartiere , chiudere al traffico mezza Roma e blindati con polizia in assetto antisommossa.
Il Potere ha paura, che il virus della protesta si diffonda. Ha paura ogni qualvolta vede i subalterni prendere coscienza e lanciarsi nella lotta. Noi, come cantava una vecchia canzone, tifiamo rivolta.
E lavoriamo perché possa aprirsi, dallo squarcio aperto da questa esplosione, da questa generazione che si ribella, un’alternativa, sociale, di civiltà e politica, alla barbarie del neoliberismo e alle macerie che ci consegna, in tutta Europa.
da unnuovomondo.it
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Finisce l'isolamento di Cuba. Fatto storico, è la prima volta dopo 200 anni
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su Latino America del 20/12/2008
Latinoamerica e Caribe creano nuovo organismo internazionale senza gli Usa
I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.
Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.
La rivolta greca: la prima contro la crisi"
di Agostino Giordano
su Comunisti in movimento.it del 20/12/2008
Fabio Amato è il Responsabile nazionale Esteri del Prc. Gli abbiamo fatto una breve intervista sulla situazione in Grecia.
Qual è la tua valutazione su quello che è successo e sta succedendo in Grecia?
Ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Grecia ci parla di un malessere che c’è in tutta Europa, che smentisce nettamente tutte le rosee previsioni che erano state fatte in ambito neoliberista: crescita economica, benessere diffuso, etc. Un ottimismo sbandierato che si è scontrato con la dura realtà dei fatti.
In Grecia la rabbia è esplosa in chiave antirepressiva, contro l’apparato poliziesco che si è macchiato di un grave crimine, l’assassinio di un ragazzo di quindici anni. Ma il contesto è quello di una crescente mobilitazione sociale e non solo studentesca contro le politiche economiche e sociali del governo. Politiche, quali la riforma dell’università che prevedeva tagli a quella pubblica e apertura al settore privato, che avevano visto l’assenso anche del Pasok. Il tutto avviene mentre tutta la politica greca, quella dei due maggiori partiti, insieme al resto della classe dirigente nazionale, imprese, autorità militari e religiose, sono travolte da pesanti elementi di corruttela e malaffare, che hanno accumulato molta insofferenza tra la popolazione e nella società. L’origine della contestazione diffusa è senza dubbio da rintracciare nella dimensione economica e sociale. Anzi, esistenziale , di una generazione precaria, che vede sgretolarsi il futuro e svelate le menzogne su cui si è retto il sistema politico e sociale greco fino ad oggi.
Che è poi la dimensione che ci permette di operare analogie con la situazione Europea complessiva e quindi anche con l’Italia, dove è evidente la crisi del sistema capitalista ed il fallimento delle politiche neoliberiste, in cui gli spazi per rilanciare una forte opposizione sociale sono molto ampi…
Esattamente. Bisogna considerare infatti che la Grecia è uno dei Paesi europei con i salari più bassi, in cui il livello di precarietà diffuso nella società è altissimo. Non è un caso che i protagonisti principali della rivolta greca appartengono alla cosiddetta “generazione dei 500 euro”, cioè quella fetta di società, composta prevalentemente da giovani, studenti, migranti e lavoratori precari, che faticano ad arrivare a fine mese. Una generazione per molti versi simile a quella degli altri Paesi europei, Italia compresa. Ad essa però si è aggiunta la solidarietà dei tanti settori della società greca in lotta, a partire dai lavoratori che hanno scioperato e che continuano a manifestare insieme agli studenti.
Chi dice che quella greca è una rivolta antipartitica ed antipolitica (e senza connotazione politica) ha ragione? La sinistra greca come si sta rapportando con questo inedito movimento?
E’ ovvio che la rivolta è prevalentemente di carattere sociale ed il frutto di una esigenza sociale oggettiva. Ma non mi sembra si possa parlare di generica antipolitica, all’italiana. Anzi, la rivolta ha un profondo significato politico. Occorre che la sinistra ed i comunisti facciano proprie le istanze di cambiamento insite in quella rivolta sociale, non solo per quanto riguarda la Grecia, ma anche per quanto riguarda l’Europa nel suo complesso. Io penso che la sinistra greca non possa fare altro che mettersi in sintonia con il bisogno di alternativa e cambiamento che sta attraversando la loro società. Credo che gran parte lo stia facendo. Abbiamo visto come subito siano tutti scesi in piazza. Credo sia necessario vincere la diffidenza e la timidezza, la paura di un movimento che ha forme e modalità inedite. E’ sbagliato inquadrare tutte le situazioni di ribellione dentro una dimensione complottistica. Chi lo fa sbaglia. La rivolta greca è la prima rivolta contro la crisi. Per questo, come cantavano un tempo i CCCP, noi, tifiamo rivolta. Va quindi raccolto senza esitazioni l’invito ad estendere in tutta Europa la lotta.
Dalla Grecia all'Italia un solo grido: "Noi la crisi non la paghiamo"
di Giuliano *
su altre testate del 20/12/2008
7 dicembre 2008. Questo è un giorno che rimarrà nella memoria degli studenti greci; nel quartiere di Exarchia ad Atene un poliziotto spara e colpisce al petto un giovane studente, Alexis Grigoriopulos, di anni 16.
La Grecia, Paese conosciuta dai più per la filosofia e per la democrazia (cioè demos e kratos, governo del popolo) è uno dei Paesi che sta subendo di più la crisi mondiale che ha già causato una diminuzione della quantità domandata da parte dei consumatori; ciò ha causato una diminuzione dei prezzi, soprattutto nel settore alimentare che ha causato la protesta degli agricoltori che hanno bloccato con i trattori l’autostrada Atene-Salonicco. Inoltre, il governo del leader di “Nuova Democrazia” Kostas Karamanlis ha attuato una serie di tagli che hanno interessato principalmente i settori dell’università, della ricerca e della sanità.
Proprio per questo sono iniziate le mobilitazioni degli studenti che hanno occupato gli istituti e le università. L’uccisione del giovane studente ha innescato la rabbia degli studenti che hanno cominciato a bruciare auto, banche e hanno ingaggiato scontri contro la polizia in diverse città della Grecia tra cui Atene, Salonicco, Patrasso, Heraklion e Kavala. Alle proteste si sono uniti anche i lavoratori precari. Inoltre, gli studenti hanno occupato il comune di Ioannina ed è stato indetto uno sciopero per la giornata del 10 dicembre di 24 ore che ha paralizzato le più importanti città greche ed ha visto protagonista la polizia che ha caricato i manifestanti ed ha eseguito decine e decine di arresti.
Gli studenti hanno trovato la loro roccaforte nel Politecnico di Atene che è ancora sotto occupazione, rivendicano giustizia per Alexis e inoltre chiedono le dimissioni del governo Karamanlis che ha minacciato linea dura nei confronti dei violenti.
Il collettivo torinese di Studenti in Lotta esprime solidarietà nei confronti degli studenti greci ed ha partecipato al presidio tenutosi il giorno 10 dicembre sotto il consolato greco a Torino: sappiamo che le lotte spontanee non bastano ma ci vuole un coordinamento nazionale delle lotte studentesche presente in tutte le città come fu in Francia per la questione legata al CPE e che portò al ritiro della legge.
La lotta deve continuare e consideriamo totalmente “costruita” la perizia balistica fatta sul proiettile che ha ucciso Alexis, in base alla quale il proiettile avrebbe colpito una pietra e sarebbe stato deviato da essa nel corpo del giovane studente... Questa perizia sembra molto simile a quella fatta dopo il G8 di Genova dove Carlo Giuliani fu ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto. Noi la crisi non la paghiamo, è ora che la paghino chi ha creato questa crisi, i padroni e i banchieri!
* Studenti in lotta - Torino
«No alla legge vergogna. E' razzista contro i migranti»
di C.M.
su Liberazione del 19/12/2008
Mohideen Nowfer del Focsi distribuisce volantini contro il razzismo strisciante che porta anche alla morte, come è accaduto per Jerry Masslo del Sud Africa e per tanti altri migranti. E in piazza ieri erano presenti gli esponenti dell'Arci della Cgil, di associazioni come Lunaria, esponenti politici di Rifondazione, persino alcune organizzazioni cattoliche per protestare contro il Ddl vergogna (il disegno di legge 733/08, ndr) che - denunciano i promotori dei sit in che si sono tenuti ieri in 24 città d'Italia - «dietro il pretesto di contrastare l'immigrazione clandestina, colpisce tutti gli immigrati, soprattutto coloro che vivono e lavorano regolarmente nel nostro paese». I motivi sono presto detti. A spiegarli i protagonisti del sit in ieri a Montecitorio. Denuncia Piero Soldini della Cgil: «Istituire una tassa di 200 euro per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, ostacolare il ricongiungimento familiare, tagliare le risorse per i corsi d'italiano, restringere l'assistenza sanitaria non sono norme che riguardano la sicurezza; se mai sono provvedimenti solo discriminatori. Per questo siamo qui. Per una battaglia che porteremo avanti anche se, ora, chiediamo di bloccare almeno quei provvedimenti più dannosi e non solo per i migranti». Così è per quella norma della Bossi-Fini che prevede che, dopo sei mesi senza un contratto, il lavoratore immigrato perda il proprio permesso di soggiorno. Inoltre la richiesta è anche quella di regolarizzare tutti gli immigrati, provvedimento che porterebbe nelle casse dello Stato, in base alla Cgil, oltre 2 miliardi di euro che servirebbero inoltre per garantire gli ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori italiani.
L'Arci concorda. Così gli esponenti di associazioni come Lunaria. Grazia Naletto è chiara: «Chiediamo una politica diversa che porti davvero all'integrazione e non questa che, in un clima di crisi, rischia di trasformarsi in puro razzismo». Shukri Said, attrice, è in piazza in veste di segretaria dell'associazione "Migrare" una specie di osservatorio che si occupa di temi quali l'integrazione, il razzismo, il mondo dei migranti in Italia. «Questo provvedimento - sottolinea - ha un'attinenza spiccata con la volontà di discriminare le comunità di origini straniere in Italia. In linea di principio ciò è assolutamente intollerabile».
Di vero razzismo parlano tutti gli esponenti presenti al sit in. Roberta Fantozzi, segretaria dell'area Welfare di Rifondazione, non usa altri mezzi termini: «Abbiamo aderito e con convinzione a questo presidio innanzitutto per avviare un percorso di lotta che si svilupperà a gennaio. E' evidente che queste leggi contengono in sé un'unica parola d'ordine: chi deve pagare questa crisi sono gli immigrati». E non ci può essere nulla di più "razzista" di questo.
Natale a Betlemme, un affare per pochi
di Michele Giorgio
su Il Manifesto del 20/12/2008
Tornano i turisti nella città della Natività ma i controlli ostacolano i flussi e favoriscono i tour operator israeliani
In Piazza della Mangiatoia il tradizionale albero di Natale è abbobbato con fili dorati e luci colorate, le vetrine dei negozi sono piene di prodotti natalizi, le comitive di turisti affollano la Chiesa della Natività e l'atmosfera in città è piacevole, grazie anche all'insolito clima primaverile di questi ultimi giorni. Betlemme finalmente respira in attesa del Natale più sereno e generoso di questi ultimi anni ma la resurrezione della città palestinese, prigioniera dentro il muro costruito da Israele, è ancora lontana.
«Certo, nessuno può negare che questo Natale sarà migliore rispetto a quelli, ad esempio, del 2002 o del 2003 (in piena Intifada, con i carri armati israeliani stazionavano nei pressi della Chiesa della Natività, ndr), ma i problemi di Betlemme non sono svaniti» dice al manifesto il sindaco, Victor Batarseh, palestinese cristiano eletto con i voti dei consiglieri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e del movimento islamico Hamas. «Le potenzialità turistiche della città sono sempre limitate dal muro, le confische dei terreni (da parte degli israeliani) proseguono e per un abitante di Betlemme ottenere un permesso per recarsi a Gerusalemme è sempre molto difficile», prosegue il sindaco, sottolineando che la crescita del numero dei turisti - che ha superato quest'anno un milione e 200mila - è frenata non tanto dai controlli in entrata nella città ma dalle interminabili attese in uscita ai posti di blocco israeliani. «Tutto ciò causa danni alle agenzie turistiche palestinesi e all'intera città - continua Batarseh - di fronte alla prospettiva di rimanere in coda per ore, le guide limitano al minimo il tempo di permanenza di pellegrini e turisti a Betlemme».
In questi ultimi giorni, quotidiani e televisioni hanno fatto un quadro idilliaco del Natale a Betlemme, popolata in maggioranza da musulmani e con una minoranza cristiana (30% degli abitanti) in diminuzione ma che continua ad avere il controllo di gran parte del turismo e dell'artigianato del legno d'olivo, una delle produzioni più tipiche della città. In Piazza della Mangiatoia quest'anno si attendono 30-40mila turisti e gli albergatori riferiscono di prenotazioni per quasi tutti i 4mila posti letto che Betlemme mette a disposizione dei visitatori. Un piccolo boom che contrasta con le scarse presenze degli anni passati e la chiusura forzata di hotel e ristoranti. «La maggiore collaborazione tra agenzie turistiche, le Chiese cristiane e il ministero del turismo dell'Anp hanno prodotto questo buon risultato ma siamo ben lontani da quello che servirebbe alla città per il suo sviluppo. La disoccupazione è calata ma resta elevata in una città che avrebbe tutto per dare lavoro in abbondanza alla sua popolazione attiva», afferma il sindaco Batarseh sottolineando di non aver ancora registrato una vera disponibilità israeliana nei confronti di Betlemme.
I commercianti di souvenir, come i proprietari del negozio «Giacaman Brothers», sulla Piazza della Mangiatoia, sono ancora più espliciti del sindaco nello smentire che in città sia arrivato il benessere. «Ci sono tanti turisti, come non se ne vedevano da anni - dice Joseph Giacaman - ma non vanno oltre le preghiere nella Chiesa della Natività e una rapida visita ad altri siti cristiani. I negozi qui in centro i turisti nemmeno li guardano perché le guide provenienti da Israele o quelle palestinesi che lavorano per tour operator israeliani, li ammoniscono, per motivi di sicurezza, dall'allontanarsi dal gruppo e, successivamente, li portano in tre-quattro grossi di bazar alla periferia della città che sono pronti a pagare generose commissioni».
Pochi palestinesi, ben collegati agli operator israeliani, riescono perciò a trarre ottimi profitti dal Natale a Betlemme. George, proprietario di un negozio in via Milky Grotto, calcola in almeno il 50% la percentuale che guide ed autisti ricevono sulla vendita (a prezzi elevati) di un singolo souvenir. Peggiore è la condizione dei commercianti dei quartieri della città vicini al muro che separa Betlemme da Gerusalemme. Il piccolo boom e il Natale imminente con le sue migliaia di turisti, non bastano a far riaprire i tanti negozi che hanno dovuto abbassare le saracinesche in questi ultimi anni. «Sono decine gli esercizi commerciali che hanno chiuso in quella parte della città - ricorda un portavoce della Camera di Commercio di Betlemme - fino a qualche anno fa era una delle aree più floride perché il traffico da Gerusalemme verso la Cisgiordania meridionale passava in buona parte in quella zona. Le prospettive di riapertura di quei negozi sono nulle perché l'area vicina al muro di fatto è morta».
Oggi per raggiungere Betlemme bisogna superare i controlli asfissianti - gestiti da una società privata di sicurezza - effettuati al posto di blocco israeliano, all'ingresso della città, che nel corso del tempo è diventato un vero e proprio valico di confine. In automobile è relativamente più semplice rispetto ai «security checks» che si subiscono quando si transita a piedi. In uscita le procedure sono decisamente più rigide, anche per gli automobilisti. «Sono il sindaco di Betlemme, una autorità che l'esercito israeliano afferma di riconoscere ma la mia carica non mi salva da lunghi controlli - riferisce Batarseh - qualche giorno fa ero diretto a Gerusalemme e al posto di blocco le guardie di sicurezza mi hanno ordinato per ragioni di sicurezza di togliermi alcuni indumenti. E se questo accade al sindaco, potete immaginare i controlli ai quali è sottoposto un cittadino qualunque».
Con il Natale alle porte, non manca chi annuncia scherzosamente che un giorno passerà attraverso il muro ricorrendo alla magia. «Sono un prestigiatore professionista e visto che gli israeliani non mi danno il permesso per esibirmi a Gerusalemme, allora farò ricorso alla magia - proclama Elias Hazanyeh - attraverserò il muro dell'apartheid allo stesso modo in cui David Copperfield ha superato la Muraglia cinese». Chissà, potrebbe risultare una impresa più facile dell'ottenimento di un semplice permesso.
Regali armati Usa sotto l'albero dell'Anp
di Mi. Gio.
su Il Manifesto del 20/12/2008
Sotto l'albero di Natale gli abitanti di Betlemme non troveranno il «benessere» di cui si parla tanto ma centinaia di uomini scelti delle Forze di sicurezza nazionali (Fsn), addestrati dai giordani con 160 milioni di dollari messi a disposizione dal Congresso, sotto la supervisione del generale Usa Keith Dayton, incaricato dall'Amministrazione Bush di «riorganizzare» le agenzie di sicurezza palestinesi e che verrà quasi certamente riconfermato da Barack Obama.
Il sindaco della città, Victor Batarseh, non ne sa nulla - «non sono stato informato dell'arrivo di truppe speciali», ha detto al manifesto - e all'oscuro di tutto sono anche le autorità di polizia che, sostengono, si sono limitate a chiedere l'abituale rinforzo di agenti semplici in occasione delle festività natalizie. Più informato di loro su ciò che accade (e accadrà) in Cisgiordania è il portavoce di Dayton - ci ha chiesto di non rivelare la sua identità - comodamente alloggiato al David Citadel Hotel di Gerusalemme, divenuto una sorta di ufficio informale degli addetti militari e di sicurezza statunitensi in Israele e nei Territori occupati. «Non c'è ancora una conferma definitiva ma Israele e Anp sono ad un passo dall'intesa per il dispiegamento anche a Betlemme di centinaia di uomini scelti (900 secondo indiscrezioni, ndr)», ci ha riferito il portavoce. «In altre città, come Jenin e Hebron - ha spiegato - le cose stanno andando bene, gli agenti scelti palestinesi e i loro comandanti stanno facendo un buon lavoro e gli israeliani sono soddisfatti. Non prevedo intoppi, il dispiegamento è cosa fatta anche a Betlemme».
Il portavoce non è voluto entrare nei particolari del «buon lavoro» che stanno facendo i reparti della Fsn spediti in giro per la Cisgiordania - circa 2.000 agli ordini del generale Diab al Ali, entro la prossima primavera diventeranno almeno 2.500 - e si limita a riferire di «lotta alla criminalità, di arresti di spacciatori di droga, di mantenimento dell'ordine pubblico». Ma per tutto questo c'è già la polizia civile, addestrata con il programma Eupol, e, in ogni caso, i palestinesi della Cisgiordania sanno bene che la Fsn ha per compito principale la repressione degli oppositori politici, quelli di Hamas in particolare. D'altronde è noto che, nell'ultimo anno, assieme ai tanti «ladri e spacciatori» di cui parla il portavoce americano, sono finiti in manette circa 400 attivisti veri e presunti del movimento islamico (che da parte sua, a Gaza, non manca di sbattere in galera qualche avversario di Fatah, sempre in nome del rispetto della legge). Detenuti speciali che vengono rinchiusi non nelle prigioni della polizia civile ma nelle basi del mukhabarat (il servizio segreto).
Gli Stati uniti mantengono una posizione ambigua sulle finalità dell'addestramento delle truppe scelte palestinesi. Lo stesso Dayton - ex addetto militare in Russia, ha anche partecipato alla ricerca delle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq - parla a due voci, una per i palestinesi e l'altra per gli israeliani. In un'intervista del 27 ottobre, pubblicata dal quotidiano di Ramallah al Ayyam, il generale americano spiegò la sua missione come un «impegno degli Stati uniti per assicurare il futuro delle famiglie palestinesi.. e per la nascita di uno Stato di Palestina indipendente». Il primo passo, aggiunse, «è la sicurezza, poi verrà la crescita economica e la stabilità», ma evitò di rispondere a qualsiasi domanda su un suo ruolo nella lotta ad Hamas. Ben diverso è stato il tono che Dayton ha usato in un'altra intervista, concessa qualche giorno fa al quotidiano Jerusalem Post, per assicurare che gli agenti palestinesi non rivolgeranno mai le loro armi contro lo Stato ebraico, perché «non sono qui per imparare a combattere contro l'occupazione israeliana» ma per affrontare non meglio precisati «cattivi». Il focus, ha detto il generale Dayton, «è sugli elementi (Hamas, ndr) della società palestinese che infrangono la legge dell'Anp». «Nulla che io e la mia squadra facciamo qui comprometterà la sicurezza dello Stato di Israele», ha garantito. L'addestramento della Fsn, come tutti già sapevano, serve solo alla guerra interna palestinese.
«Anche qui in Terrasanta siamo prigionieri come si può vivere con il muro e i check point?»
di Francesca Marretta
su Liberazione del 20/12/2008
Mancano pochi giorni a Natale e l'agenda del sindaco di Betlemme, Dr.Victor Batarseh, è piena da settimane. Tra Vigilia, Natale e Santo Stefano sono attesi nella città della natività circa 30mila turisti. Classe 1935, cristiano, Batarseh ci riceve per il primo caffè della sua lunga giornata di lavoro. E' vestito in elegante doppio petto blu. Sulla parete che fa sfondo alla scrivania, in un ufficio che vanta una collezione di targhe di gemellaggio da record, tiene tre fotografie. Una di Arafat, una, con dedica, del Presidente Abbas e al centro quella che lo ritrae con Papa Ratzinger, che si appresta a ricevere in Terrasanta la prossima primavera.
Nella città natale di Gesù, luogo simbolo del cristianesimo, è in corso un massiccio esodo della popolazione cristiana Cristiani. La stampa locale e internazonale ha dato conto negli ultimi anni di episodi di discriminazioni e violenza di cui sono stati vittima cristiani palestinesi, in particolare a Gaza, ma anche in Cisgiordania. Il sindaco getta acqua sul fuoco, pur ammettendo l'esistenza di un problema di crescita del fondamentalismo islamico tra i palestinesi.
«L'emigrazione dei cristiani è dovuta principalmente alla situazione economica in cui versa Betlemme. E' vero che quest'anno abbiamo avuto un netto miglioramento del flusso turistico rispetto agli anni bui in cui non veniva più nessuno, ma di questo beneficia una parte minima della popolazione, esclusivamente coloro che lavorano nell'industrua turistica. Betlemme è interamente circondata dal muro. Non c'è libertà di movimento. Solo il 10-15% di coloro che prima della costruzione del muro lavoravano a Gerusalemme riescono ad ottenere un permeso. Fino al 2000 12mila residenti a Betlemme lavoravano a Gerusalemme. Ora sono mille e cinquecento. Le terre agricole sono state confiscate per costruire insediamenti, muro e by-pass road. Anche il turismo non è immune dalle complicazioni pratiche create dal muro. Chi dorme qui deve passare il check-point per uscire. Dall'altra parte autobus e taxi aspettano per tempi indefiniti, perchè si sa mai quanto si impiega per superare il check-point. Il settore privato dovrebbe tornare a investire. Servirebbero molti più posti di accoglienza. Ma non si possono negare alcuni aspetti positivi. La disoccupazione era al 50% e ora è al 20%».
Non è strano che i cristiani di Betlemme non tornino ora che il turismo è in ripresa?
Spero che tornino. Anzi lo credo. Torneranno e costruiranno altri alberghi. Guardi che l'esodo dei cristiani dalla Terrasanta è un fenomeno che affonda le radici nel 1948. Molti dei rifugiati palestinesi erano cristiani. Prima della fondazione dello Stato di Israele il 18%-20% della popolazione palestinese era cristiana. Ora sono l'uno e mezzo per cento. A Betlemme prima del '48 i cristiani erano il 92%. Ora siamo il 20%. Per i cristiani è stato più facile emigrare all'estero piuttosto che in campi di accoglienza. Potendo scegliere di andarsene non è semplice farsi forza e vivere sotto lo stress dell'occupazione, che significa avere paura ogni giorno di essere uccisi, finire in prigione in Israele oppure vivere in una situazione economica disagiata.
Se non ci sono problemi per i cristiani, come mai gli ambienti ecclesiatici lanciano allarmi?
Non ne sono al corrente. Io posso dire che non abbiamo problemi con i nostri fratelli musulmani. Certo ci sono stati dei casi, degli incidenti, ma non bisogna gonfiare il problema. Parte tutto dal fatto che la vita qui è vita sotto continua pressione psicologica. I casi problematici sono legati più a una questione tradizionale della nostra società che strettamente legati al credo religioso. Per esempio quando una ragazza musulmana ha una relazione con un ragazzo cristiano o viceversa possono esserci dei problemi. La nostra società non è ancora pronta a questo tipo di integrazione.
Alcune delle denunce finite sulla stampa riguardano sottrazioni illegali di terra, qui a Betlemme, di proprietà di cristiani.
Questo è vero, ma il problema riguarda una sorta di mafia. Chiamiamola mafia della terra. Tutte le terre a Betlemme erano di proprietá dei cristiani. Molti dei proprietari vivono all'estero. E' accaduto che con l'aiuto di avvocati e giudici musulmani ci sono stati individui che sono riusciti a fabbricare una documentazione per rivendicare arbitrariamente della terra o delle proprietà. Insomma, dei furti. Ma attenzione, puó accadere che nella mafia della terra siano coinvolti anche dei cristiani. E' una questione di deliquenza, di soldi.
In questo esiste un atteggiamento complice dell'Autorità palestinese?
L'Autorità non ha aiutato a combattere il fenomeno. Ma è una questione di individui corrotti, non dell'insieme. Come ho detto di una mafia. Adesso però stiamo procedendo alla ri-registrazione delle terre e delle proprietá di tutta l'area di Betlemme, con un comitato ad hoc appena creato, in cui siedono avvocati e giudici e questi problemi saranno risolti.
Quanto conta la crescita del fondamentalismo islamico, tra i palestinesi come nel resto del mondo arabo, in rapporto alla situazione dei cristiani di Betlemme.
Esiste un problema di crescita del fondamentalismo islamico anche nella nostra societá e questo non ci piace. Io credo che la religione debba essere separata dalla vita istituzionale. Non deve diventare una questione politica. Com'è stato possibile che questo accadesse anche qui, in una società considetata laica nel mondo arabo? L'occupazione dei palestinesi da parte di Israele è stata una delle ragioni principali di questo fenomeno. Non solo qui, ma in tutto il Medio Oriente. Se il problema dell'occupazione fosse stato risolto a tempo debito non credo avremmo assisito a questo sviluppo di istanze fondamentaliste.
La grande crisi migrante
di Manuela Cartosio
su Il Manifesto del 21/12/2008
C'è la recessione ma, a differenza che negli States, in Italia gli immigrati continuano ad arrivare. O meglio, non se ne tornano nei loro paesi. Peggiorano invece le condizioni di lavoro, quando c'è, e di vita. E diminuiscono nettamente le rimesse verso i loro paesi
Tra l'agosto del 2007 e il maggio di quest'anno il numero dei migranti clandestini negli Usa è sensibilmente diminuito. Un milione e mezzo di latinos irregolari in meno, stimava un rapporto dello scorso luglio, tra rientri in patria e mancati arrivi (in prevalenza dal Messico). La crisi economica, allora solo annunciata, aveva già dispiegato i suoi effetti sui flussi in ingresso e in uscita. È la riprova, commentava Guido Bolaffi sul Corriere economia di lunedì scorso, che è il calcolo delle convenienze a determinare i movimenti migratori. Le prospettive di guadagno e di riuscita pesano più dei decreti, dei muri, dei minacciati giri di vite punitivi.
Quel che è già avvenuto negli Stati Uniti succederà anche nei paesi europei a forte immigrazione? Anche qui la crisi economica provoca licenziamenti, disoccupazione, impoverimento. E i primi nella lista, si sa, sono gli stranieri. Faranno fagotto in anticipo sul previsto? E molti aspiranti migranti rinvieranno la partenza a tempi migliori? Per analogia con gli States si sarebbe indotti a rispondere di sì. Invece, stando alle nostre fonti, in Italia non si segnalano né rientri in patria di migranti superiori alla norma, né una rarefazione degli arrivi.
L'egiziano-milanese Shawky Geber, della Fillea Cgil, da mesi batte il tam-tam non partite, state dove siete, qui è crisi nera. «Non ci crede nessuno. Pensano che noi emigrati di vecchia data siamo egoisti, che non vogliamo dividere una torta sempre più piccola con nuovi arrivati. Finché non vedranno i compaesani ritornare scornati e sconfitti, le persone continueranno a mettersi in viaggio». Geber racconta di magrebini arrivati da due o tre mesi a Milano che battono invano i cantieri e le piazze del caporalato. Pur essendo disposti a vendersi «a metà prezzo», non hanno ancora fatto una giornata di lavoro. L'unico settore che continua a tirare è quello delle badanti, «ma anche lì per eccesso dell'offerta la paga mensile è scesa di 100-200 euro». Il sindacalista degli edili Cgil esclude rientri in patria definitivi di massa. L'unica differenza, rispetto agli anni scorsi, sarà che qualcuno in cassa integrazione allungherà le vacanze di Natale nel paese d'origine. Distribuirà regali più magri a parenti e conoscenti. Chi è in Italia con la famiglia e i figli a scuola, e ormai sono tantissimi, non interromperà all'improvviso il suo progetto migratorio a causa della crisi. Prima di tornare, bisogna aver costruito la casa nel paese natale, occorre un gruzzolo per aprire qualche attività. Torna chi ha avuto «successo». Chi stenta, tira la cinghia e resta qui.
«Non si torna senza niente in mano, non si può fare brutta figura», ribadisce il senegalese Ibrahime Diallo, responsabile dell'ufficio stranieri della Cgil di Brescia. Il sindacalista aggiunge che l'impossibilità di recuperare i contributi previdenziali versati disincentiva i potenziali ritorni. Chi si muove, in questo periodo, non fa rotta verso casa ma verso altri paesi europei. Operai sui quaranta-cinquant'anni lasciano a Brescia la famiglia e «vanno a curiosare» in Francia (gli africani), in Gran Bretagna (i pakistani), qualcuno si spinge nei paesi scandinavi. C'è la crisi anche lì, ma sanno che altri paesi europei hanno un welfare (assegni familiari, sussidi di disoccupazione) più ricco del nostro. Pur non essendo un fenomeno di massa, questo annusare in giro è una tendenza percepibile. Segnalata dal fatto che a Brescia, ad esempio, parecchi immigrati hanno richiesto la carta di soggiorno elettronica, in modo da avere meno problemi a viaggiare in Europa.
Alla Camera del lavoro di Milano ci segnalano altri spostamenti infraeuropei di migranti, questa volta dalla Spagna verso l'Italia. «Si è diffusa la voce che qui si sta meglio». A proposito della Spagna, il governo Zapatero la scorsa primavera ha lanciato una campagna per incentivare il ritorno in patria dei migranti disoccupati. 10 mila euro sull'unghia, con la garanzia di poter rientrare in Spagna dopo tre anni. L'obiettivo di convincerne almeno ventimila a fare le valigie è lungi dall'essere realizzato. E, comunque, ventimila sono un'inezia in un paese che conta oltre quatro milioni di migranti.
Il sociologo Maurizio Ambrosini, direttore della rivista Mondi migranti, azzarda una previsione: la crisi economica cambierà poco o nulla sul versante degli arrivi e delle partenze, cambierà in peggio la condizione degli immigrati in Italia. La crisi è globale, colpisce anche i paesi di provenienza, più fragili e poveri di quelli europei. Dunque, la spinta a mettersi in viaggio, a provarci, non si affievolirà. La politica della voce grossa del governo Berlusconi, non ha impedito che il 2008 sia stato un anno record per gli sbarchi. Neppure l'annunciato blocco di flussi, fatto apposta per veicolare l'idea che l'Italia non ha bisogno di altri migranti, avrà un effetto deterrente. Quanto ai ritorni, sarebbe una figura inedita quella del migrante che accetta di rientrare da «sconfitto». Se si guarda al precedente storico più vicino, la crisi petrolifera degli anni Settanta, si è autorizzati a credere che la crisi economica in atto radicherà ancor più i migranti nei paesi in cui si trovano. Allora, Francia e Germania provarono a incentivare il ritorno in patria di algerini e turchi. Questi, spaventati, fecero arrivare le famiglie, cessarono d'essere migranti-pendolari, misero radici più solide e durature.
La scarsità di lavoro peggiorerà sicuramente le condizioni dei migranti. Si faranno concorrenza tra loro. Quelli irregolari e quelli faticosamente emersi competeranno per il poco lavoro a disposizione. Che andrà, ovviamente, a chi lavora in nero a prezzo stracciato. Ambrosini esclude che la crisi economica scatenerà una competizione tra migranti e italiani per i lavori di serie C «riservati» agli stranieri. «Non me lo vedo un italiano che torna a fare il raccoglitore d'olive e dubito che frotte di italiane si metteranno a fare le badanti». La cosa è teoricamente possibile, ma è socialmente e culturalmente «costosa» per l'immagine che gli italiani hanno di sé.
Inoltre, un po' ovunque la crisi economica farà diminuire la quantità di soldi che i migranti spediscono a casa, attraverso banche, money transfer o canali informali. Nel 2007, a livello globale, 150 milioni di migranti hanno inviato nei paesi d'origine 255 miliardi di euro (la cifra non tiene conto delle somme che transitano dai canali informali). Gli immigrati in Italia l'anno scorso hanno spedito a casa sei miliardi di euro. Si stima che nel 2008 le rimesse dagli Usa verso il Messico segneranno un -8%. Un calo disastroso per i paesi dove le rimesse costituiscono quasi la metà del pil.
Il vulnus e la cicatrice
di Tommaso Di Francesco
su Il Manifesto del 21/12/2008
Alla fine il segnale è arrivato. Il ministro della difesa americana Robert Gates ha chiesto al Pentagono i piani per chiudere Guantanamo, il sistema carcerario di massima sicurezza dove gli Stati uniti di Bush hanno rinchiuso i «nemici combattenti», status improbabile della nuova categoria politico-antropologica del male, a partire dai responsabili dell'11 settembre. A farlo è il ministro scelto da Bush dopo i fallimenti di Ronald Rumsfel e poi confermato dal neoletto presidente Barack Obama che, dunque, mantiene le promesse. Ma sarà mai possibile chiudere Guantanamo, visto che anche la decisione finalmente presa, si trova di fronte a nuove contraddizioni e difficoltà? La scelta di aprire «Gitmo», pur dettata dal bisogno straordinario di rispondere ad un nemico esterno che colpiva per la prima volta sanguinosamente il cuore del territorio americano, ha infatti rappresentato un vulnus anche rispetto ai contenuti della giustizia americana e uno strappo alla concezione del diritto tout-court. Una ferita che, con i massacri di Bagram e l'inferno di Abu Ghraib, è diventata anche la legittimazione di un radicato sentimento anti-occidentale.
Con il sistema di campi di concentramento fuori dal territorio statunitense, l'amministrazione Bush ha cancellato ogni principio di giustizia: dall'habeas corpus, le imputazioni formali necessarie per accusare e privare della libertà qualsiasi persona; alle corti marziali, istituzioni che negano ogni prospettiva di processo perché sono corti di guerra istruite su prove segrete, fuori da ogni controllo civile; fino all'uso sistematico della tortura. Un sistema concentrazionario che ha ingoiato ottocento vite umane, la cui storia è in massima parte assolutamente non riconducibile all'attacco alle Torri gemelle. Centinaia sono stati i prigionieri di guerra catturati in Afghanistan, tanti i simpatizzanti delle madrasse coraniche, molti gli occidentali, altrettanti gli adolescenti. Quattro detenuti ingabbiati come gli altri senza capo d'imputazione si sono suicidati, altri quarantuno hanno tentato di togliersi la vita. Gesti disperati interpretati dallo stato maggiore americano come «atti di guerra asimmetrica». Ma che la maggior parte degli «ingabbiati» era innocente è dimostrato dal fatto che in 500 sono stati alla fine liberati.
Ma veniamo alle difficoltà di chiudere Guantanamo, e non solo perché le resistenze restano - il vice-presidente uscente Dick Cheney insiste che «sarebbe un grave errore». I nodi riguardano la devastazione del sistema giuridico americano e insieme le complicità internazionali che in questi lunghi sei anni dall'apertura nel 2002, hanno permesso e sostenuto l'infamia di Guantanamo, ufficialmente condannata da Amnesty International all'Ue, dalla Croce rossa all'Onu. In primo luogo la questione dei quattro detenuti che, come Khalid Sheick Mohammed considerato la «mente» dell'11 settembre, si dichiarano colpevoli e che chiedono di essere giustiziati nel tentativo di diventare martiri jihadisti. Che fare di loro e dei rimanenti 250 ingabbiati? Come processarli «regolarmente»? Si fa strada la proposta di nuove corti anomale, «ibride», «asimmetriche» come la guerra in corso in Iraq e Afghanistan. E dove smistarli, visto che i 500 già liberi sono diventati pericolosi testimoni della più grande vergogna occidentale? L'idea è farli processare altrove, restituirli con nuove ordinary rendition dopo le extraordinary, ancora una volta con la complicità degli stessi governi, dell'est e dell'ovest, che già si sono prestati alle catture illegali dei «nemici combattenti» sempre con un avallo politico bipartisan - come ha dimostrato in Italia la vicenda Abu Omar. Senza dimenticare quel che accade a Sarajevo in questi giorni. Dove si scopre una verità che fa riflettere sull'origine dell'espansione integralista islamica. Cioè che la Cia è un tour operator: infatti, prima l'intelligence Usa ha gestito i mujaheddin in Afghanistan negli anni Ottanta contro i russi, poi li ha portati in migliaia in Bosnia nel 1992-1993 tramite una triangolazione di uomini e armi voluta da Clinton e organizzata da Arabia saudita e Iran, come dimostrò una commissione d'inchiesta del Senato Usa nel 1996; poi ha catturato in Bosnia alcuni di loro dopo l'11 settembre 2001 per spedirli a Guantanamo con la complicità, l'omertà e la logistica di tutti i governi europei, dell'ovest e dell'est. E infine ora li riporta da Guantanamo in Bosnia, dove arrivano disperati raccontando che «è il peggior luogo del mondo». Sarà difficile chiudere tutto in fretta come se il vulnus di Guantanamo non ci fosse mai stato, sarà difficile suturare una tale ferita. Comunque la cicatrice resterà. E profonda.
L'oro della camorra nei loft di Milano
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Gemma Contin
Si chiama Rosaria Capacchione, è stata minacciata di morte dal clan dei casalesi proprio come l'autore di Gomorra Roberto Saviano e il magistrato del processo Spartacus Raffaele Cantone. Deve averla fatta grossa. Almeno quanto Saviano, ma senza battage mediatico.
Capacchione è una giornalista del Mattino di Napoli, ha scritto un libro che si intitola L'oro della camorra (Rizzoli, Bur, pp. 267, euro 10) di cui nessuno si è accorto.
E invece L'oro della camorra va assolutamente letto, anzi studiato, perché racconta nei dettagli il sistema degli affari sul territorio, a partire dagli appalti per l'Alta Velocità e la loro spartizione tra le imprese "amiche"; i collegamenti della camorra napoletana con la mafia siciliana e con la 'ndrangheta calabrese nel giro del narcotraffico; le alleanze camorristiche-politiche-economiche dei Bardellino, degli Schiavone, dei Bidognetti.
Oltre al "folklore" delle manie dei boss, con dettagli inediti sulla passione per le giacche di kashmir, le centinaia di scarpe griffate allineate in bella mostra, le migliaia di calzini di seta, le camicie firmate di tutti i colori, le macchine di alta gamma, gli yacht superaccessoriati e i villoni-bunker controllati da telecamere a circuito chiuso, con tanto di "gorilla" armati e impasticcati - insomma tutto l'armamentario per proclamare il proprio status di capi camorristi - in più, però, Capacchione scrive un libro sulla "sconfitta" di una stagione di indagini della magistratura partenopea.
Basta andare a leggersi a pagina 40 il capitolo su I processi senza colpevoli , in cui la brava giornalista ammette: «Il racconto dei collaboratori di giustizia, testimonianze preziose di come la camorra amministrava gli uomini e le tasche prima ancora che il territorio, alla verifica dibattimentale si rivela inconsistente. Le accuse, anche quelle provenienti da persone come Dario De Simone, di straordinaria attendibilità, alla verifica dibattimentale appaiono generiche, fumose, non riscontrabili sotto il profilo spazio-temporale».
Secondo il giudice, «si tratta di analisi affidate a persone di bassa estrazione culturale, poco più che analfabeti, che nel clan ricoprivano ruoli militari e che dei meccanismi economici e imprenditoriali che governavano la complessa materia degli appalti pubblici sapevano poco o nulla. Sono assassini, taglieggiatori, ricattatori. Fra di loro non c'è neppure un ragioniere capace di leggere una partita doppia».
Così il processo, che nelle intenzioni della Procura avrebbe dovuto scardinare una volta e per sempre il sistema delle imprese di camorra, «si rivelerà un flop: 337 persone indagate, 174 rinviate a giudizio, 16 condannate. Tra queste nessun imprenditore di peso».
Siamo alla fine degli Anni Novanta, nel fulcro degli appalti per l'Alta Velocità, prima che si scoperchi e diventi famoso quell'altro affare sporco delle discariche e dei rifiuti, e di altri accordi tra camorra, imprenditori, politici, pubblica amministrazione. Capacchione elenca affari, numeri, cifre, nomi. Cita i documenti delle indagini, ne riporta alcune parti, le sentenze, le deposizioni dei testimoni. Un lavoro enorme, accurato.
Ma né per la Tav sulla Napoli-Roma, né per le truffe all'Aima, né per le discariche, né per gli investimenti nella ricostruzione dei Navigli milanesi, è stato possibile dimostrare le parti essenziali del "teorema" della Procura antimafia di Napoli, sostiene Capacchione, cioè il patto tra camorra e grande imprenditoria meridionale per truffare lo Stato attraverso l'attribuzione pilotata di appalti e forniture: «La verità processuale, quella che ha resistito al contraddittorio dibattimentale, è che per dieci anni i costruttori avevano soggiaciuto alle minacce camorristiche, con il pagamento in natura, e cioè con subappalti e noli a freddo, delle tangenti per garantirsi la sicurezza nei cantieri».
Vittime dunque, e non sodali di un sistema criminale. Così appaiono gli imprenditori che pure hanno pagato le tangenti, che hanno offerto e garantito coperture ai subappalti con il meccanismo del general contractor, che devono aver pasticciato con false fatturazioni, truffe fiscali, lavori e lavoratori in nero, evasioni contributive e quant'altro, per poter disporre di quattrini da consegnare ai camorristi, ne escono invece senza danno.
«Pesantissima la censura del Tribunale agli apparati investigativi. Le indagini - scrive Capacchione a proposito di una storia di bonifiche idrogeologiche "inquinate" dai casalesi - si sono rivelate spesso deboli, imprecise, lacunose, tanto da costringere il Tribunale a intervenire con un consistente numero di accertamenti integrativi; l'apporto dei collaboratori di giustizia solo in alcuni casi è stato puntuale e pertinente. Non regge alla verifica neppure Carmine Schiavone, il primo pentito della camorra casalese. Un flop costato anni di lavoro e consistenti risorse finanziarie».
Alcuni anni dopo, il giudice Raffaello Magi, estensore della sentenza nel processo Spartacus contro il clan dei casalesi di Francesco "Sandokan" Schiavone, si ritroverà nelle stesse difficoltà e sarà costretto a riconoscere, scrive ancora la giornalista, «che non c'è prova processuale del controllo della camorra in alcuni settori chiave, ma solo pesanti infiltrazioni». Talché gli imprenditori coinvolti se ne andranno liberi e prosciolti da una sentenza di assoluzione generalizzata, di "sistema".
Rosaria Capacchione riporta per intero l'amaro commento del magistrato che oggi presiede una sezione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: «Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso rappresentano soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione delle regole di mercato, ci si poteva attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all'area economica del gruppo: reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti, le definizioni processuali hanno registrato, in questo versante, un limitato numero di affermazioni di responsabilità e numerose smentite alle ipotesi di accusa. Viene pertanto da chiedersi quali siano le ragioni di un fenomeno che del resto non si discosta più di tanto dalla storia giudiziaria relativa ai processi di mafia, ove si raggiunge con maggior ricorrenza statistica la prova del vincolo associativo in rapporto all'ala militare, ai reati di sangue, alla partecipazione ai vertici dei singoli gruppi».
La ragione principale, secondo il magistrato campano, «al di là dei profili di complessità giuridica che riguardano le condotte di contiguità alla delinquenza organizzata, credo sia da ricercare nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità, che implica risorse, tempo a disposizione, elevate professionalità da mettere in campo».
Nell'eccellente lavoro che costituisce il suo libro, nel riportare per intero il giudizio "politico" del giudice Magi, o meglio il giudizio dell'uomo di legge sulla politica investigativa e giudiziaria che si è perseguita in Italia negli ultimi anni, Capacchione ha inteso mettere a fuoco, con le parole dello stesso magistrato, il fatto che «le ricorrenti emergenze sono spesso gestite in riferimento ai profili di ordine pubblico che derivano dall'esistenza di conflitti interni ai gruppi criminali, con allarme per l'aspetto più rude della violenza esercitata sul territorio».
Quella, se non esclusivamente, più vistosamente rappresentata dall'informazione, soprattutto televisiva, dai tiggì ai talk show, oltre che in tutta l'iconografia cinematografica, delle fiction e da un po' di tempo, finita la stagione delle inchieste e delle interviste ai protagonisti, privilegiata anche da tanti libri persino di autori insospettabili.
Non è il caso di Rosaria Capacchione. Non sappiamo quante copie venderà il suo libro, forse non tante quanto il celeberrimo Gomorra del suo collega Saviano, e forse non diventerà mai un film di successo. Ma questo, nel caso de L'oro della camorra , non è un difetto. Forse ne costituisce anzi il pregio, il premio più alto per un lavoro difficile nell'analisi, coraggioso nella scrittura. Perciò la giornalista napoletana è stata minacciata di morte.
Liberazione 18/12/2008
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